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Archive for dicembre 2012

I LOVE JANINE 9

I love Janine 9Sarah indugiò ancora un attimo. Aveva già suonato quattro volte al citofono e nessuno le aveva risposto: evidentemente Marcus non era in casa. Sebbene fosse ben coperta, aveva freddo. Spirava un vento insistente e si preannunciava una serata gelida. Sarah stava per tornare alla macchina, quando vide Marcus arrivare.
La donna corrugò la fronte.
Non era solo: con lui c’era Janine. Dopo la pessima giornata trascorsa in sala di incisione, era l’ultima persona al mondo che desiderava incontrare. Marcus le rivolse un sorriso, che come al solito non si estese agli occhi. Janine era pallida e tesa e non osò guardarla. Con uno sforzo, fu Sarah a parlare per prima. “Ciao, Leblanc.” Era una calcolata perfidia chiamarla per cognome. Sarah si sentiva piena di risentimento nei suoi confronti. Perché si trovava lì? Janine non amava drogarsi; inoltre, a quanto le risultava, non conosceva Marcus. D’altro canto lui non sapeva che lei lo avrebbe cercato proprio quel giorno: perciò non poteva trattarsi di un complotto. Ciononostante, quella inopportuna coincidenza la irritava non poco.
“Ciao Sarah.”, disse Janine con una voce flebile, che la stizzì ancor più. Se non altro la presenza del pusher le avrebbe impedito di implorarla. Sarah non sopportava le scene madri, mentre Janine aveva un certo istinto drammatico, forse dovuto agli anni passati nel mondo del cinema, anche se come semplice controfigura.
Marcus le guidò nel suo appartamento, invitandole ad accomodarsi sull’unico divano presente in soggiorno. Sarah aspettò che Janine si sedesse per prima, in modo da sistemarsi il più lontano possibile da lei. Per fortuna il divano era grande, pensò. Decise di ignorarla e di sbrigarsi. “Cinque.”, disse a Marcus. Lui annuì e iniziò a preparare la cocaina.
“Bene. Cosa ci fai qui?” Sarah avrebbe preferito evitare di parlare con Janine, tuttavia la curiosità era troppo forte.
“Ho bisogno di denaro. Ultimamente ho speso molto per rinnovare il negozio. Ho chiesto un prestito alla banca, ma me lo hanno rifiutato. Lavorando per qualche mese con Marcus riuscirò a sistemare ogni cosa.”
Sarah era incredula. “Tu?”
Janine alzò il mento in un gesto di sfida. “Sì. Io. Cosa c’è di strano?”
Sarah la fissò esterrefatta. Cosa c’era di strano? La conosceva come una ragazza sana, sportiva, pulita… e adesso si metteva a spacciare droga? Un conto era acquistarla per uso personale, altro venderla: era un un atto irresponsabile e immorale che faceva di lei una criminale. “Devi essere impazzita.”, commentò in tono duro. “A questo punto, benedico il cielo per averti lasciata.”
Janine abbassò lo sguardo, senza ribattere. Intervenne invece Marcus. Posò i suoi occhi gialli su quelli di Sarah e disse: “Sei ingiusta. Io ho varie attività e Janine non si occuperà di polverine o di pastiglie. Mi farà da contabile.”
Sarah non riuscì a trattenersi. “Ma come avete fatto a conoscervi?”
“L’ho cercata io.” Marcus indicò I love Janine. “Quella foto era troppo intrigante. E, senza offesa, a livello di bellezza lei ti surclassa. Con questo non intendo dire che il mio fine sia portarmela a letto, e Janine lo sa benissimo. E’ per il piacere di collaborare con una donna avvenente, dalla forte personalità e dotata di notevole intelligenza.”
Sarah non fece commenti, sebbene fosse risentita per il paragone. Nutriva molti dubbi, poi, sulla cosiddetta “personalità” di Janine; ma era inutile rimarcarlo. Guardò l’orologio. “Ho fretta.”, annunciò.
“Solo un momento.” Marcus le consegnò la solita busta. Mentre Sarah gli porgeva i soldi, lui disse: “Comunque, non puoi presentarti così all’improvviso. Lo dico per te. Sarei un pazzo se conservassi grandi scorte qui, a casa mia. Oggi ti è andata bene per puro caso, ma d’ora in avanti sarà meglio fissare un appuntamento.”
“Non ci sarà una prossima volta.”, dichiarò Sarah alzandosi.
“Già.” Marcus accolse quelle parole con un sorrisetto ironico. “Se però ci fosse, dovrai telefonare a Janine e concordare con lei il giorno e l’ora.”
“Ho detto che non ci sarà una prossima volta!”, ribadì seccamente Sarah. Quindi, uscì senza salutare.
Tornando a casa, rifletté su quanto era appena accaduto. Non era affatto convinta che Janine le avesse detto la verità. Janine era una persona oculata che non sperperava il denaro. Non era da lei ristrutturare il negozio se le mancavano i fondi necessari; inoltre, Sarah sapeva che aveva un conto in banca largamente attivo. Janine abitava in un appartamento dignitoso ma non sfarzoso, vestiva con gusto però senza senza ricorrere a capi firmati, non frequentava ristoranti costosi, non giocava d’azzardo… e non si drogava. Perciò aveva mentito. Le motivazioni di Marcus erano pretestuose. Non si sceglie una collaboratrice in base alla copertina di un cd. L’aveva deliberatamente provocata, sostenendo che Janine era più bella di lei; ciò che contava non era se fosse vero o meno, ma il motivo di quell’inutile paragone. Era il senso di tutto questo che le sfuggiva. L’unica ragione che le sembrava vagamente plausibile si riallacciava al monito di Marcus: per prendere un appuntamento con lui avrebbe dovuto chiamare Janine. Ma Janine doveva essere ben stupida se sperava di riconquistarla così.
E Janine non era stupida.
Posteggiò la macchina e, più che mai perplessa, percorse a piedi l’ultimo tratto di strada. Ripensò a Janine. L’irritazione che provava per lei era venata di tristezza. Dire che non l’aveva trovata in forma era un eufemismo. Era dimagrita, pallida, insicura. Provò una fitta di rimorso. Janine soffriva moltissimo, soltanto un cieco non se ne sarebbe accorto. La immaginò in lacrime nella sua stanza mentre guardava e riguardava le foto che le ritraevano assieme, se la figurò insonne a rigirarsi nel letto. Era chiaro che l’amava ancora profondamente. Eppure non riusciva a perdonarla, la sua presenza la infastidiva, il suo autocompatimento la portava a disprezzarla, la fragilità emotiva di cui dava prova le confermava che aveva fatto bene a lasciarla.
Arrivò davanti al portone e vide che due persone la stavano aspettando. Non si stupì per la presenza di Micky Thomas. Forse era venuto a darle il benservito. Ma si sorprese enormemente riconoscendo la donna che era con lui.
Meaghan O’Reilly era una star di livello mondiale. Cantante, scrittrice, poetessa, aveva inciso dieci album e per quattro volte consecutive era riuscita nell’exploit di raggiungere il primo posto in classifica sui due lati dell’oceano: prima negli Stati Uniti e prima in Gran Bretagna. Era trasgressiva, polemica e anticonformista. Si era scagliata contro politici, giornalisti e colleghi. La sua musica era un inebriante cocktail che aveva come solida base la tradizione folcloristica irlandese, non disdegnando tuttavia contaminazioni di ogni genere, che era in grado di combinare in modo assolutamente perfetto e personale. A seconda dell’umore, si esibiva dal vivo con gonne lunghe e caste oppure seminuda; ogni suo spettacolo era un happening, dato che il pubblico non sapeva mai in anticipo ciò che avrebbe cantato e come si sarebbe posta. Fra lei e Susan Driver intercorreva la differenza che c’è fra una pantera e un timido gattino. Quanto a Sarah Taverner, non sussistevano proprio paragoni. Notoriamente lesbica, di recente aveva rotto con la sua fiamma dopo una relazione tormentata che però era durata cinque anni.
Sarah la guardò sbalordita.
Cosa ci faceva lì?
Era una giornata alquanto singolare, pensò.
Micky Thomas esibiva un sorriso a trentadue denti. Le presentò e poi disse: “Meaghan ha molto apprezzato I love Janine.”
“Grazie!” Sarah era euforica.
“Ma quale grazie!” Meaghan si accese una sigaretta. “Mettiamoci subito al lavoro, piuttosto!”

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Kim PhilbyI motivi che possono indurre un agente segreto a tradire il proprio Paese sono sostanzialmente tre: l’avidità, un ricatto o le ragioni ideologiche.
L’avidità è il caso più ricorrente ed è facile da spiegare. Passare informazioni riservate a uno Stato nemico o comunque a un’altra nazione non necessariamente avversa (il Mossad israeliano è uno specialista in questo campo) porta a enormi guadagni in tempi molto brevi, soprattutto se l’agente in questione è a conoscenza di fatti rilevanti.
Il ricatto in genere è legato a una questione di sesso: inclinazioni particolari, foto compromettenti, quando non si tratta di un tranello messo in atto mediante l’uso spregiudicato di una donna attraente o di un giovane vigoroso da chi intende assicurarsi i servigi del futuro traditore.
Il terzo caso è il meno diffuso, ma il più pericoloso. Questo perché chi tradisce a causa della fede politica o dei principi, una volta scoperto, difficilmente sarà disposto a collaborare, anche se sottoposto a tortura, dato che ha già messo in conto la possibilità di perdere la vita. Ciò rende assai difficile la cosiddetta “valutazione del danno”, vale a dire un inventario delle informazioni trasmesse. In sintesi, gli agenti bruciati, la dislocazione delle postazioni missilistiche o i nuovi progetti aerospaziali, oppure le manovre diplomatiche più riservate. Sebbene tardiva, la valutazione del danno può servire almeno in parte a porre qualche rimedio, laddove sia ancora possibile. A un fanatico è sempre preferibile un uomo venale oppure una persona con dei segreti da nascondere, amanti, omosessualità, droga.
Il più celebre esponente di questa terza categoria, motivata dall’ideologia, fu senza alcun dubbio Kim Philby. Egli era una delle “cinque stelle”, assieme a Donald MacLean, Guy Burgess, Anthony Blunt, John Cairncross. Questi personaggi avevano due tratti in comune: appartenevano a famiglie ricche ed erano comunisti. Inoltre, tutti e cinque avevano studiato a Cambridge.
Philby si dimostrò la stella più fulgida, rendendosi estremamente utile al KGB, prima di trasferirsi definitivamente in Unione Sovietica. Le circostanze della sua fuga per certi versi sono sorprendenti. A Londra sospettavano già da tempo di lui, ma quando ebbero le prove definitive del suo tradimento, anziché arrestarlo, mandarono a Beirut, dove in quel momento egli si trovava, un vecchio amico, Nicholas Elliott del MI6, il quale si limitò a interrogarlo con molto garbo. Poi, incredibilmente, Elliott fissò un nuovo appuntamento, lasciandogli tutto il tempo per andare in Russia.
Americani, sovietici e israeliani avrebbero reagito in modo molto diverso.
Addirittura paradossali furono le dichiarazioni di Graham Greene, suo collega e amico, il quale in seguito disse che non avrebbe denunciato Philby in nessun caso, anche se avesse avuto la certezza che fosse colpevole.
E’ indubbio che Philby avesse un grande fascino, tuttavia in seguito diventò un alcolizzato. E’ comunque fuori questione che nessuno – prima o dopo di lui – produsse danni così ingenti alla Gran Bretagna. Philby è passato alla storia grazie al romanzo “La talpa” di John le Carrè, un ex agente segreto costretto a dimettersi proprio a causa sua. In Unione Sovietica gli fu conferito l’Ordine di Lenin.

Robert Applegate non divenne famoso come Philby, ma comunque causò seri problemi agli Stati Uniti. Fu “reclutato” a Roma, dove lavorava all’ambasciata americana in qualità di addetto culturale. Nel corso di un ricevimento conobbe Ivan Bogdanov, che ricopriva l’analoga posizione all’ambasciata sovietica. Entrambi sapevano chi era l’altro, cioè una spia. Applegate esagerò con il whisky e si lasciò andare ad alcune esternazioni che suscitarono l’interesse di Bogdanov. Applegate nutriva un vivo disprezzo per la classe politica del suo Paese. Non esisteva un vero partito riformatore: i democratici non si distinguevano dai repubblicani, se non per qualche dettaglio marginale. Alcuni senatori democratici del sud erano più a destra dei repubblicani. La legge privilegiava i ricchi, perché gli onorari degli avvocati erano altissimi. Mancava un servizio sanitario che tutelasse i ceti meno abbienti, e via dicendo.
Bogdanov lo ascoltò attentamente e in seguito fece in modo di rivederlo. I due parlarono ancora, a lungo, e un mese dopo Applegate diventò una talpa del KGB. Tornato in patria, intraprese una brillante carriera, arrivando ai vertici della CIA. Fornì una quantità di notizie, sempre più importanti man mano che saliva nella scala gerarchica. Quindici anni dopo l’incontro di Roma con Bogdanov informò Mosca che gli americani erano al corrente del complotto che si stava preparando in Unione Sovietica, e pochi giorni più tardi fu lui a smascherare Ivanna Myskina.
Le ricompense non gli interessavano, ciò nonostante accettava i dollari che il KGB generosamente gli elargiva e che lui depositava in vari conti all’estero.
Fu questo a perderlo.
La sua carriera di doppiogiochista finì il tre di agosto.
Dopo un’indagine che si era protratta per dieci mesi, Laura Jones dell’Office of Security trasmise i risultati del suo lavoro a Patrick Keynes. Alle due del pomeriggio Robert Applegate fu tratto in arresto.

Alle sei del mattino, ora locale, a Mosca il sole si era già levato nel cielo, però l’aria era ancora fresca. Susan Cooper uscì dal Radisson Slavyanskaya Hotel, ben sapendo che sarebbe stata seguita da due uomini della seconda direzione centrale del KGB. Ciò che i due russi invece non sapevano era che, mentre l’americana saliva sulla macchina di Sasha, un furgone avrebbe sbandato improvvisamente, a causa di una foratura, e sarebbe andato a sbattere contro la loro Chaika parcheggiata davanti all’albergo. Il conducente si produsse in mille scuse. Intanto, Sasha guidava veloce per raggiungere al più presto la casa “sicura”.
Susan era affamata, poiché non aveva ancora potuto consumare la sua consueta, abbondante, colazione. Perciò accolse con estrema soddisfazione il ricco piatto di salumi che un’anziana signora le servì, accompagnato da una tazza di tè bollente. Mentre mangiava avidamente, rispose a tutte le domande di Yarbes, talvolta a bocca piena. Keynes, gli disse, aveva deciso di mandare un secondo agente in Unione Sovietica. La scelta era ricaduta su Monica Squire, ma visto che la sua forma fisica lasciava a desiderare – lei stessa lo aveva appurato: e si dilungò in vari dettagli -, aveva preferito inviare una coppia. Scopo della missione era contattare Eltsin. Purtroppo Squire era stata presa in consegna dal KGB.
Yarbes assunse un’aria cupa. “Monica prigioniera! Questa è davvero una pessima notizia. Quella donna così graziosa alla Lubjanka!” Scosse il capo.
“Se ti piace il tipo.”, replicò Susan. Poi proseguì: lei era riuscita ugualmente a parlare con Eltsin. Sebbene non conoscesse il russo, all’infuori di quattro o cinque frasi, era stata aiutata da un giornalista inglese, che si esprimeva perfettamente in quella lingua. Boris Eltsin aveva acconsentito con piacere a farsi intervistare, ma non le aveva prestato molta fede. “Impossibile!”, aveva detto. “Gorbaciov è troppo potente.”
Yarbes la ascoltò con attenzione. Quindi, corrugò nuovamente la fronte.
“A quanto pare, è difficile farsi credere.”, commentò. “Io ho incontrato Putin. Secondo me, lui è al corrente di tutto quello che sta per succedere; credo però che preferisca tenere il piede in due scarpe, in modo da ricavarne in ogni caso un beneficio. E’ astuto e assetato di potere.”
Bevve un sorso di tè, riflettendo.
“Conferire con Gorbaciov è impossibile. Ma esiste un’altra strada.”
“Quale?”, domandò Susan, mentre si accingeva a divorare un piatto di aringhe affumicate. Evidentemente l’anziana signora l’aveva presa in simpatia.
Non altrettanto Yarbes, che le rivolse uno sguardo duro. “Improvvisare! Improvvisare, agente Cooper. Non te lo hanno mai insegnato? O a Langley hai imparato solo la lotta libera?”

Quello stesso giorno, Miloslav Pomarev fu promosso maggiore.
Festeggiò l’avvenimento leggendo con grande soddisfazione il rapporto relativo a Yarbes e Tarasov. I due erano riusciti a scappare, ma la moglie e il figlio dell’uomo del GRU erano stati individuati, presi e fucilati. Lui stesso aveva impartito l’ordine.
Se Tarasov lo avesse saputo, sarebbe venuto allo scoperto. Dopo aver letto il dossier che lo riguardava, Pomarev non aveva dubbi in proposito.
Benché quelli non fossero strettamenti compiti del Gruppo Alpha, Pomarev era l’anima nera di Vladimir Kryuchkov, il presidente del KGB, al quale era profondamente devoto; in cambio di tale devozione era abituato a prendersi varie libertà.
Sebbene appartenesse a un diverso settore del servizio segreto, egli viveva nel mito del più grande agente russo di tutti i tempi: Aleksandr Stavrogin, meglio noto come Matrioska. Di lui sapeva tutto: ogni impresa compiuta, ogni pericolo sfidato, ogni successo ottenuto. Nessuno era mai riuscito a eguagliarlo, ed era un’autentica infamia che fosse stato ucciso da una cekista americana.
Anche Stavrogin avrebbe preso in considerazione la forte eventualità che, appresa la notizia della morte dei suoi cari, Tarasov avrebbe cercato di vendicarsi. Ma poteva succedere che non lo venisse a sapere subito. Inoltre, quasi certamente avrebbe agito da solo. E per Pomarev lui era il pesce più piccolo.
Annotò quattro nomi sull’agenda. Monica Squire, Martin Yarbes, Susan Cooper, Leonid Tarasov. Prima del diciannove di agosto, sarebbero morti. Tuttavia per ottenere questo risultato non era sufficiente attendere e vigilare.
Pomarev trascorse il resto della giornata al telefono. Interpellò alcuni esponenti del GRU, gli agenti della seconda direzione centrale che non avrebbero mai dovuto perdere di vista l’americana che alloggiava al Radisson Slavyanskaya Hotel e che invece se l’erano fatta sfuggire sotto il naso; parlò con i loro colleghi che il giorno precedente l’avevano seguita fino alla casa di Eltsin, prese informazioni su John Wyman, il giornalista inglese. Non emerse nulla di significativo.
Poi ebbe un colpo di fortuna.
Prima di sera, si incontrò con un losco individuo. L’uomo apparteneva alla mafia cecena e come tutti i suoi connazionali detestava i russi. Però, non detestava il denaro che Pomarev gli passava in abbondanza quando aveva qualcosa di importante da comunicargli. E, oltre alle autorità costituite, alla polizia e ai servizi segreti, odiava ferocemente la malavita di Mosca.
Il ceceno gli disse dov’era andata quella mattina Susan Cooper, specificando che la casa in cui era entrata era un covo della mafia russa.
Diversamente da quanto in genere si creda, l’Organizacija non è nata in tempi recenti ma è antica quanto la mafia siciliana. Nemmeno Stalin riuscì a debellarla. Josif Stalin non era precisamente un tipo accomodante: spedì una quantità di delinquenti nei gulag, dove peraltro essi assumevano il controllo della situazione. Dopo la caduta del comunismo, la mafia russa avrebbe aumentato enormemente il proprio potere. Ciò che la differenzia dall’analoga organizzazione italiana è la mancanza di una “cupola”, il che porta a rivalità per il controllo del territorio.
Da tempo Pomarev aveva deciso che li avrebbe liquidati tutti, compreso l’informatore ceceno. La soluzione era semplice: pena di morte. Un interrogatorio fatto come si deve e una condanna esemplare, anche in mancanza di prove certe. In fondo, perfino dai nazisti si poteva imparare qualcosa.
Pomarev era un uomo ambizioso, non soltanto a livello personale, e coltivava il sogno di occupare l’Europa occidentale, quello che avrebbero dovuto fare Stalin e i suoi successori, che avevano avuto i mezzi necessari per riuscirci. Ma era anche realista. Kryuchkov, Janaev e gli altri erano molto prudenti. Troppo, forse. E, a causa di Gorbaciov, adesso gli Stati Uniti si trovavano in vantaggio.
Il ceceno si allontanò e Pomarev tornò immediatamente in ufficio.
Fingeva di ignorare che Kryuchkov, per motivi politici, non sarebbe stato soddisfatto del suo raid, soprattutto riguardo alla donna. Tarasov era un traditore e Yarbes un assassino o il complice di un assassino. Cooper invece era in possesso di documenti falsi, ma non si era macchiata di altre colpe, e il giornalista inglese… era un giornalista. In ogni caso, egli aveva la facoltà di agire come meglio credeva, dato che al momento prestabilito sarebbe stato lui, Miloslav, a guidare gli uomini del Gruppo Alpha che avrebbero occupato il parlamento.
Per questo era libero di operare come meglio preferiva.
Se Pomarev aveva una dote, era la capacità di agire con estrema prontezza. Si munì del telefono e impartì istruzioni brevi e chiare. Tre macchine. Due dovevano dirigersi verso l’abitazione che gli aveva indicato il ceceno, una al Radisson Slavyanskaya Hotel. Dodici uomini in tutto. Lui avrebbe seguito le prime due automobili. Era ovvio che l’americana non era andata lì per una gita di piacere. Nel giro di un’ora, avrebbe preso i primi tre piccioni. In quanto al quarto, che per Pomarev era il principale, per il momento era sotto controllo, alla Lubjanka.
Sessanta minuti più tardi, l’operazione ebbe inizio. Pomarev ordinò a sei degli otto agenti del Gruppo Alpha di scardinare la porta della casa e di salire al quarto piano. Gli altri due restarono di guardia, sulla strada.
Nel frattempo, la terza Chaika bloccava l’entrata dell’albergo. Scesero tutti e quattro e fecero irruzione.
Erano le nove di sera e mancavano sedici giorni al golpe.

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LA NEBBIA DELLA SOPRAVVIVENZA

IvanaIl mare verde e trasparente, il cielo azzurro solcato da poche nubi simili a grandi batuffoli di cotone, la sabbia bianca che quasi scotta i miei piedi.
Voglio vedere i pesci nuotare sotto la superficie dell’acqua. Voglio sentire l’acqua sulla pelle. E poi tornare sulla spiaggia, rosolarmi al sole e guardare pigramente il panorama, mentre una brezza gentile asciuga il mio corpo. Più tardi arriverà Ivana e faremo l’amore. Sarà bello ed eccitante come sempre. Lei è la mia bionda compagna e non mi stanco mai di desiderarla.
Ma non mi basta. Io sogno anche le montagne innevate, grandi sagome lontane che spiccano distintamente in una splendida giornata autunnale. Tappeti di foglie bruciate, l’inconfondibile odore della resina, gli alberi che sussurrano tra loro, raccontandosi fiabe incantate che ricordano un tempo lontano, quando elfi e fate popolavano ancora i boschi. C’è uno spiazzo, in mezzo alle piante, rialzato rispetto al terreno sottostante, quasi una piccola collina dove gli ultimi ciuffi d’erba attendono la pace dell’inverno; da bambino ci venivo con mio nonno, lui fumava la pipa e mi narrava storie meravigliose.
Da qui si vedono i monti dai profili candidi, l’aria è così tersa che sembrano vicini, forse potrei accarezzarli con una mano, sfiorare la soffice distesa innevata, magari costruire un buffo pupazzo.
Mentre rincaso, camminando con calma, la sera incomincia a scendere recando con sé la bruma. Ho sempre amato la nebbia dell’autunno; una volta rientrato, al caldo davanti a un camino acceso, assaporerò il senso di pace che mi infonde. E so già che, trascorsa la notte percorsa dagli ultimi fremiti della natura, ritroverò il sole, e una nuova giornata da inventare.
E rivedrò Ivana. Uno di questi giorni le chiederò di sposarmi. Guarderemo insieme un lago incuneato in una valle verde e ombrosa, e le stelle di notte, e ascolteremo musica, e rideremo di tutto e di niente.
Nella mia immaginazione, adesso osservo un fiume che scorre placidamente in mezzo alla campagna. Lo risalgo a mio piacimento, e lo vedo trasformarsi in ruscello. Arrivo fino alla sorgente, respirando l’aria pura e fresca. Lì, sereno e felice, ascolto il suono del vento, e lascio che il mio pensiero vaghi lungo percorsi indistinti. Mi chino, prendo un piccolo sasso e lo getto nell’acqua. Mi siedo e mi sento parte del mondo. E’ una sensazione talmente bella che i miei occhi si colmano di lacrime.
Solo quando la guardia annuncia che è ora di cena, mi sovviene che dovrò trascorrere altri vent’anni in prigione.

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I LOVE JANINE 8

I love Janine 8Janine era seduta a gambe incrociate sul divano. Mentre il lettore diffondeva le note dell’ultimo cd di Sarah, stava guardando delle foto. Erano state scattate a Cipro. Alcune ritraevano lei, altre Sarah e in due di esse apparivano assieme sulla spiaggia, grazie al gentile intervento di una ragazza del luogo. Il giorno in cui erano state scattate quelle fotografie si erano divertite moltissimo: al mattino avevano preso il sole e nuotato nelle acque limpide e tiepide del Mediterraneo; dopopranzo avevano dato un notevole contributo alla vittoria della rappresentativa femminile inglese di calcio su una selezione francese, siglando due gol a testa; e alla sera erano rimaste sedute su uno scoglio a osservare il mare che si tingeva di nero. Quindi, avevano cenato a lume di candela. Come infinite altre, era stata una giornata stupenda.
Janine sapeva che non avrebbe dovuto guardare quelle foto. Le avevano procurato solo tristezza, resa ancora più acuta dai bei ricordi. Per quanto si sforzasse non riusciva a venirne fuori: si svegliava in preda all’angoscia e andava a coricarsi sapendo già che il sonno avrebbe tardato a venire. Quel sonno poi sarebbe stato agitato e confuso, e durante la notte lei si sarebbe svegliata più volte.
Prima aveva tentato di leggere uno dei romanzi che le aveva regalato Sarah, ma aveva deposto inorridita il libro, quando era arrivata al capitolo in cui una pazza sadica minacciava di accecare una donna che giaceva immobilizzata su un letto con le gambe spezzate. Quella scena tremenda era ossessionante: pareva non finire mai. Il coltello si avvicinava e si allontanava dagli occhi della povera Monica Beauchamp, che nulla poteva fare per sottrarsi a quell’atroce sevizia.
L’autrice, meditò, doveva essere profondamente disturbata. In precedenza, Alex Alliston l’aveva addolorata perché il protagonista del romanzo sembrava destinato a un’esistenza priva d’amore, e questo le rammentava la sua situazione attuale. Non era il periodo più adatto per una simile lettura.
Accolse con fastidio il suono del citofono. Non aspettava visite e soprattutto non aveva voglia di vedere nessuno.
Pensò che fosse un vicino sbadato che aveva dimenticato le chiavi, si infilò le pantofole e andò a rispondere. “Sono Marcus.”, disse una voce che non conosceva. Però, lei sapeva chi era Marcus. Sarah le aveva parlato di lui. “Cosa desidera?”, gli domandò freddamente. Se credeva di poterle vendere della droga si sbagliava di grosso e, in ogni caso, come si permetteva di disturbarla a quell’ora? “Mi manda Sarah Taverner.”, rispose lui, e Janine impallidì. Aprì il portone, chiedendosi perché Sarah lo avesse mandato da lei. Forse non aveva avuto il coraggio di venire di persona, forse Marcus le avrebbe detto che Sarah era pentita e desiderava fare la pace, forse…
Sebbene quella di Marcus fosse una scelta strana, al momento preferì continuare a sognare: lei sarebbe corsa subito a casa di Sarah, si sarebbero abbracciate, la sua vita avrebbe ritrovato un senso. Con il cuore che le batteva forte, lo aspettò sul pianerottolo.
La prima cosa che la colpì furono gli occhi. Erano gialli, freddi, come quelli di un predatore. Non era una presenza rassicurante, e si chiese ancora una volta perché Sarah avesse mandato proprio lui e non qualche amica comune. Lo invitò ad accomodarsi e, benché fosse impaziente di conoscere il motivo di quella visita, preparò due tazze di cioccolata.
“Deliziosa.”, commentò Marcus. “Veramente squisita.”
“Grazie. E se ora cortesemente mi può riferire il messaggio di Sarah…”
“Sarah la ama.”, affermò Marcus, fissandola con quegli occhi inquietanti.
I battiti del cuore di Janine accelerarono. “Lo ha detto lei?”
“Non precisamente.” Marcus si guardò attorno, valutando l’ambiente in cui si trovava: era un soggiorno decoroso, perfettamente lindo e ordinato, tuttavia non particolarmente lussuoso. I quadri appesi alle pareti erano di illustri sconosciuti, gli scaffali colmi di libri e di cd erano modelli componibili, acquistati in qualche “fai da te”; non vide tappeti preziosi né oggetti di valore. L’unica cosa che spiccava era una splendida fotografia dell’artista italiana Patrizia Mezzogori: riprendeva il mare in una giornata d’autunno. Marcus la contemplò per qualche istante. Da sempre era abituato a prendere nota di ogni particolare che potesse tornargli utile, e anche quell’immagine rivestiva un significato.
“Al citofono lei mi ha detto che la mandava Sarah!”, lo accusò Janine. Era profondamente delusa. I sogni che le avevano attraversato la mente, mentre aspettava l’ascensore, le parvero un castello di cartapesta. Marcus era un millantatore, ma allora a cosa era dovuta la sua visita?
“Ascoltami.”, disse Marcus, passando al “tu” e continuando a fissarla. Janine distolse lo sguardo a disagio. “Sarah ti ama e, grazie a me, tornerete insieme. Poi ti spiegherò come. Prima, però, mi devi raccontare tutta la storia, nei minimi dettagli, senza omettere un solo particolare. D’accordo?”
Janine sospirò. Non nutriva grandi speranze, e soprattutto non si fidava assolutamente di un uomo che per vivere spacciava droga, ciononostante si aggrappò a quel sottilissimo filo: una probabilità su cento, pensò, era sempre meglio dello zero assoluto. Si ritrovò a raccontargli ogni cosa: il concerto, l’atteggiamento provocante di Sarah, la sua intesa sul palco con Susan, e poi la lite, l’insulto, fino al momento in cui era stata cacciata.
Marcus annuì. “Benissimo. Ora ho le idee più chiare.” Finì di bere la bevanda calda, posò la tazza e disse: “Adesso ti spiegherò cosa faremo.”
Janine lo ascoltò in religioso silenzio.

Il nuovo disco non stava venendo bene.
Sebbene si fosse impegnata al massimo, Sarah era ben distante dal blues-rock caldo e avvolgente di Susan Driver. I testi erano abbastanza buoni, ma la musica sembrava una pallida imitazione di quella dei vecchi draghi del passato. Mancavano i riff micidiali di Keith Richards, le torride atmosfere dei Led Zeppelin, le cavalcate infinite degli Allman Brothers. Con stizza si disse che se Susan poteva essere considerata una Janis Joplin moderna, lei al massimo era una sbiadita copia di Avril Lavigne. L’unica canzone valida era quella che aveva composto con Susan: il resto era da gettare.
Janine aveva avuto ragione, e lei torto. La sua voce, perfetta quando affrontava temi jazz o folk, echeggiava sgraziata dagli altoparlanti. Micky Thomas, il produttore, evitava ostentatamente di guardarla, i musicisti bevevano birra con aria cupa, il tecnico del suono armeggiava invano nell’improbabile tentativo di conferire una veste dignitosa a brani sconclusionati e privi di una vera anima. Erano tutti bravi professionisti e a loro non poteva imputare alcuna colpa.
Furibonda con se stessa, lasciò la sala di incisione, dichiarando che era stanca: avrebbero continuato il giorno dopo.
Tuttavia sapeva di mentire.
Il progetto era fallito, doveva prenderne atto e tornare sui suoi passi. Dal vivo aveva funzionato, ma solo perché si era esibita in coppia con Susan. E in quell’occasione lei aveva fatto da spalla.
Micky Thomas l’avrebbe uccisa. Gli aveva fatto sprecare tempo e denaro. Con che faccia gli avrebbe annunciato che il materiale era da buttare, e che avrebbe ripreso il suo genere classico? Poi pensò che sarebbe stato inutile dirglielo, dato che sarebbe stato lui a dirlo a lei, posto che non la mandasse al diavolo.
Depressa e irritata, camminò a lungo per le vie di Londra. Inseguiva pensieri confusi che, come scatole cinesi, nascondevano altri pensieri, l’ultimo dei quali era piuttosto un’immagine: il volto di Janine. Entrò in un bar e ordinò tè e pasticcini. Un ricordo balenò nella sua mente. Si trovavano a Cipro. Erano giovani, smaglianti, piene di vita e d’amore. Se Janine non si fosse comportata così male, quell’amore sarebbe durato per sempre. Janine aveva rovinato tutto, forse anche la sua carriera.
In fondo al cuore, sapeva che non era vero, però non era disposta ad ammetterlo: aveva bisogno di un bersaglio su cui sfogare la propria collera.
Quandò risalì in macchina e l’avviò, si rese conto che si stava dirigendo verso la casa di Marcus.
Sarebbe stata l’ultima volta.
In quel momento si sovvenne delle sue parole: “Oh, dicono tutti così. Ma poi tornano sempre. E come se tornano!”
Ma lei era diversa.

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Monica Squire6Il capitano Pomarev provò a inseguirli, ma proprio in quel momento la giovane bruna smise di tirare i capelli alla biondina che ne approfittò per inserire un grazioso piedino fra quelli dell’uomo del Gruppo Alpha. La sua contendente inciampò e gli finì addosso. Non pesava più di sessanta chili, però furono sufficienti per bloccarlo per qualche secondo di troppo. Al resto provvide la gigantesca rissa che non accennava a finire.
Lo sconosciuto guidò Yarbes e Tarasov attraverso un dedalo di vie e di stradine, quindi li fece entrare in una vecchia casa dall’aspetto squallido. Salirono al quarto piano e l’uomo li introdusse in un appartamento polveroso.
Yarbes lo guardò in viso. Una faccia crudele, capelli biondi, occhi privi di espressione. Una vecchia preparò del tè. L’uomo andò al telefono, compose un numero e riagganciò.
Cinque minuti dopo ricevette una chiamata. Passò il ricevitore a Yarbes.
“Una giornata movimentata, malgrado l’ora.”, disse una voce che conosceva. Martin rimase in silenzio. “Ora, mi ascolti attentamente, signor Yarbes. So che lei è ai vertici della CIA. Questo le conferisce il diritto di parlare apertamente con gli alti papaveri, i quali a loro volta possono conferire con il presidente degli Stati Uniti d’America. Gradirei che lei raccontasse ciò che è successo, in modo tale da assicurarmi la benevolenza di Bush. In futuro, potrei aver bisogno di lui.”
“Sarà fatto.”, disse Yarbes. “Nadiya non ha consegnato il messaggio, ma credo che lei lo sappia già.”
“Infatti. A tempo debito, mi occuperò di lei. In questo momento quella sciocca si sta trastullando con una sua compatriota.”
“Quale compatriota?”, domandò Yarbes, perplesso.
“Questo non è importante. Piuttosto ho due notizie per lei, poi tornerò al mio lavoro. La prima: una certa Susan Cooper è a Mosca ed è in procinto di rendere visita a un tale che molto presto sarà un cadavere. Se le riesce, la contatti e la dissuada. La sua giovane collega alloggia al Radisson Slavyanskaya Hotel. Può usare il telefono: è protetto. Seconda notizia: beva il suo tè, che per inciso è ottimo, e non faccia caso a quello che accadrà fra breve. Beh, più che una notizia è un avvertimento.”
“Non capisco.”, mormorò Yarbes.
“Tarasov.”, disse la voce. “Va eliminato. Subito.”
“Assolutamente no!”
Dall’altro capo del filo si udì una risata. “Voi americani! Siete impagabili. Lealtà, senso dell’onore, fedeltà, amicizia. Tarasov è un peso morto!”
“Non per me.”, replicò Yarbes.
“Allora faccia come crede. Però, mi stia bene a sentire: io non la aiuterò una seconda volta. Avvisi Cooper e lasci l’Unione Sovietica. Subito. Sasha la condurrà al confine con la Polonia… e poi oltre.”
Yarbes fissò il telefono. “Sasha, la finta rissa… era la mafia russa?”
“Non sono affari che la riguardano, signor Yarbes. Stia attento al maggiore Tarasov, se le sta tanto a cuore. Ieri notte sua moglie e suo figlio sono stati uccisi. A quanto mi risulta, gli ordini erano diversi, ma il capitano Miloslav Pomarev ha deciso altrimenti. Presumo che Tarasov diventerà una belva, e ciò per lei è pericoloso.”
“Posso chiederle un favore?”, disse Yarbes.
“Sentiamo.”
“Immagino che questa sia una casa sicura. Vorrei fermarmi qui per tre o quattro giorni. Pagherò per il disturbo.”
“Permesso accordato, signor Yarbes, e non mi servono i suoi soldi. Mi ripassi Sasha, per cortesia. Buona giornata.”
Yarbes consegnò la cornetta del telefono a Sasha e guardò Leonid Tarasov.
Essere un agente della CIA non significa essere un angelo.
Martin Yarbes aveva fatto eliminare un federale senza battere ciglio, perché così gli aveva ordinato il direttore dell’Agenzia. Era accaduto ai tempi della grande caccia al mitico Matrioska, la spia sovietica che Monica Squire aveva ucciso a Cannes. Nel corso degli anni, si era macchiato di varie colpe, se giudicate da una persona “normale”. Aveva torturato, simulato, dissimulato. Ma questo era il suo lavoro.
Ciò nonostante, provò un profondo senso di pena per il maggiore del GRU. E un sentimento di irritazione nei confronti di Vladimir Putin, sebbene gli avesse salvato la vita.
Un uomo ha dei doveri, pensò. E il principale di essi è trovare la forza per informare un amico che la sua famiglia non esiste più. Che la moglie e il figlio giacciono privi di vita da qualche parte. Che lui non troverà più il conforto di un abbraccio o di un sorriso.
La diplomazia non era il suo forte.
Comunicò la notizia senza tanti giri di parole.
Poi chiese alla vecchia se in quella casa c’era una bottiglia di vodka.

A quell’ora Michail Sergeevic Gorbaciov riponeva con cura un ampio fascio di documenti nella borsa. Si munì di una risma di carta che infilò in un altro scomparto e si alzò dalla scrivania.
Aveva lavorato a lungo, con grande impegno e dedizione, a quel progetto che, insieme alla glanost e alla perestrojka, costituiva il cardine del suo programma politico. Ora avrebbe completato l’opera, visionando gli ultimi dettagli, nella tranquillità della dacia che possedeva in Crimea.
Benché non ignorasse le difficoltà che ancora lo aspettavano, era soddisfatto.
Aveva mandato in pensione i lugubri vecchi dirigenti; presto avrebbe sostituito altri uomini che non apprezzava, fra cui Kryuchkov, il presidente del KGB; era riuscito a creare un equilibrio tra i riformatori guidati da Eltsin e i conservatori più moderati; e si era avvicinato notevolmente agli Stati Uniti di fatto ponendo fine alla “guerra fredda”.
In certi casi, era stato costretto a fare ricorso alla forza, non distinguendosi molto dai suoi predecessori, in questo: emblematici i casi della Lituania, dove mandò l’esercito a occupare la sede del parlamento, e la persecuzione degli armeni.
Gorbaciov aveva una personalità complessa. Sebbene fosse molto più giovane ed energico di chi lo aveva preceduto nella massima carica dell’Unione Sovietica, e sebbene avesse idee completamente diverse dalle loro, a tratti sembrava che riaffiorassero in lui i fantasmi della vecchia nomenklatura; in altre circostanze manteneva un atteggiamento ondivago, come se non fosse convinto delle riforme che lui stesso propugnava, o delle libertà che concedeva, come appunto era accaduto in Lituania.
Adesso comunque si apprestava al grande passo: dopo una trattativa di notevole complessità, si accingeva a siglare il nuovo patto federativo.
Dodici dei Paesi già facenti parte dell’Urss erano prossimi alla firma, la Federazione Russa, l’Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian, il Kazakistan, il Turkmenistan, il Kirghizistan, l’Uzbekistan ed il Tagikistan. I Paesi baltici, Lituania, Lettonia ed Estonia, avrebbero invece ottenuto l’assoluta indipendenza.
Questo gli avrebbe garantito, fra l’altro, il sostegno economico dell’America di cui aveva un estremo bisogno. E il popolo era con lui.
Mentre si affacciava alla finestra, in attesa che l’auto fosse pronta, non poteva immaginare quello che sarebbe successo prima della fine di quel mese.

Yarbes telefonò all’albergo, ma gli dissero che la signora americana era già uscita. Martin scrisse un breve messaggio in codice e lo consegnò a Sasha, chiedendogli se poteva provvedere a recapitarlo al Radisson Slavyanskaya Hotel.
Evidentemente, Putin aveva disposto che Sasha fungesse da guardia del corpo e che esaudisse i desideri dell’agente della CIA. Infilò il foglio in una busta bianca, la porse a Yarbes che scarabocchiò l’indirizzo, e uscì dall’appartamento senza dire una parola.
Sasha aveva trent’anni ed era già immensamente ricco. Doveva tutto a Vladimir Putin, che venerava più di suo padre ma meno dei soldi. Non aveva amici, all’infuori di Roman, un tipo molto sveglio che sarebbe diventato più famoso di lui. Peraltro, Sasha non amava il calcio e non si sarebbe mai sognato di acquistare la squadra che disputava le proprie partite interne nello stadio di Stamford Bridge, a Londra.
Andò a cercare Sonja, la biondina, e insieme si diressero verso l’albergo. Lei entrò da sola, si guardò attentamente intorno, non vide uomini del KGB e diede la busta al portiere. Si raccomandò che effettuasse la consegna con la massima discrezione e gli passò alcune banconote. Erano dollari ed equivalevano allo stipendio di quattro o cinque mesi. Il portiere si affrettò a metterli in tasca e le rivolse un ampio sorriso.
Sonja uscì dal Radisson Slavyanskaya Hotel. Sasha la aspettava sull’altro lato della strada.

Boris Eltsin era un ingegnere edile, nativo di Butka, un villaggio situato nei pressi dei monti Urali, all’estremo oriente della Russia europea. Entrato a far parte del PCUS nel 1961, ventiquattro anni più tardi diventò il segretario della sezione di Mosca. Incominciò allora una battaglia contro Gorbaciov, a causa dell’eccessiva lentezza con cui procedevano le riforme.
Gorbaciov lo tollerava, perché Eltsin gli serviva come contraltare dei conservatori, tuttavia dopo un violento discorso in cui fu preso aspramente di mira lo destituì.
Divenuto in seguito deputato, Boris si dimise dal PCUS e successivamente venne eletto presidente della Russia. Era un radicale, con idee più democratiche e innovative del segretario generale.
Eltsin abitava fuori Mosca, benché avesse un appartamento anche in città. La casa era protetta da una ventina di “semplici patrioti”, come li definì lui. Accolse Wyman e Cooper con un certo calore e li condusse nel suo studio. Offrì vodka ma ottenne due garbati rifiuti.
Mentre ordinava del caffè e si versava un bicchiere di Pomorskaya, trovò il tempo per sbirciare fuori della finestra. Dopodiché sorrise. “KGB.”, disse. “Allora siete due personaggi importanti!”
Susan scrollò le spalle. “Modestia a parte, sì.”, dichiarò il Bastardo.
Poi Wyman si lanciò in un pomposo discorso, che era il preludio all’intervista. La Gran Bretagna, affermò, era molto interessata alla situazione politica dell’Unione Sovietica, e assai soddisfatta per il nuovo corso politico che aveva portato alla distensione. D’altro canto, come dimenticare che assieme avevano combattuto, e vinto, contro Napoleone e Hitler?
Prima che Eltsin potesse ribattere, intervenne Susan.
Con calma, disse: “Io appartengo alla CIA.”

Una donna destinata da sempre a primeggiare nella vita e negli sport, una donna abituata a dominare, a letto, maschi e femmine, traendone una forte soddisfazione, può rimanere disorientata quando accade l’esatto opposto.
Una prima reazione è un senso di incredulità. Tuttavia se l’evento si ripropone, all’incredulità subentra l’incertezza; e in taluni casi all’incertezza il desiderio. Il pomeriggio del due agosto, un pomeriggio particolarmente caldo e afoso, Monica Squire impedì a Nadiya Nicolajevna Drosdova di prendere l’iniziativa. In modo dolce, ma fermo, la mise spalle al materasso e la possedette. Poi, mentre la russa, cominciava a godere, le fece male.
Strinse con forza i capezzoli, strappandole un grido di dolore.
Senza lasciare la presa, la guardò negli occhi e disse: “Sei solo una piccola sgualdrina. E diventerai la mia schiava.”
Nadiya impazzì.
Sconvolta dall’orgasmo più devastante della sua vita, non cercò di allontanare le mani dell’americana. Si abbandonò alla sofferenza e al piacere.
Monica non le diede tregua. Prima che la russa si riprendesse, la penetrò di nuovo. La schiaffeggiò con violenza, quindi sostituì le dita al fallo artificiale e questa volta le procurò un dolore insopportabile.
Quando smise e Nadiya si rilasciò ansimante, Monica si alzò indicandole la porta. “Vattene!”, disse. “Non mi spaventano le docce gelate e neppure un po’ di digiuno. Ho giusto bisogno di perdere qualche chilo. Vuoi picchiarmi? Accomodati. Ma con te ho chiuso.”
Sapeva che stava giocando d’azzardo e che poteva essere un gioco molto pericoloso. Ma a Langley si studia anche psicologia e, a parte questo, Squire aveva un notevole intuito. Aveva conosciuto una sola persona più dotata di lei, Aleksandr Stavrogin, Matrioska; e comunque alla fine aveva vinto.
Nell’amore esistono i “coup de foudre”; lo stesso concetto talvolta si può applicare a un rapporto di dipendenza masochistica.
Se avesse potuto scegliere, avrebbe preferito agire con maggiore calma, ma non aveva il tempo per un’estenuante partita a scacchi. In base alle informazioni di cui disponeva, era preferibile un rapido scontro a poker, e a carte scoperte. In una situazione diversa, avrebbe fissato il termine di un mese per cercare di raggiungere l’obiettivo che si era prefissato – posto che ciò fosse possibile -, ma aveva a disposizione soltanto pochi giorni, trascorsi i quali sarebbe stato inutile procedere.
E quello era solo il primo passo: non si illudeva di ricevere le chiavi della Lubjanka semplicemente per aver individuato la perversione nascosta della russa. Non c’era niente di logico o di sicuro nel suo piano, pensò sospirando. Eppure a poker spesso si vincono grandi somme proprio sfidando la logica.
Nadiya uscì dalla stanza stravolta. Trascorse il resto della giornata passando in rassegna i più efferati metodi di tortura, si gingillò con l’idea di far urlare l’americana, di strapparle le unghie, di ascoltarla compiaciuta mentre implorava pietà.
Per sfogare la collera andò in palestra e perse quattro incontri consecutivi di judo. Non era mai successo, e le sue avversarie rimasero più sorprese di lei.
Alle sette di sera, tornò nella camera di Monica.
Era pallida come uno straccio.
Squire la fissò in silenzio.
Nadiya deglutì.
“Sono la tua schiava.”, disse a bassa voce.

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