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Archive for dicembre 2012

I LOVE JANINE 8

I love Janine 8Janine era seduta a gambe incrociate sul divano. Mentre il lettore diffondeva le note dell’ultimo cd di Sarah, stava guardando delle foto. Erano state scattate a Cipro. Alcune ritraevano lei, altre Sarah e in due di esse apparivano assieme sulla spiaggia, grazie al gentile intervento di una ragazza del luogo. Il giorno in cui erano state scattate quelle fotografie si erano divertite moltissimo: al mattino avevano preso il sole e nuotato nelle acque limpide e tiepide del Mediterraneo; dopopranzo avevano dato un notevole contributo alla vittoria della rappresentativa femminile inglese di calcio su una selezione francese, siglando due gol a testa; e alla sera erano rimaste sedute su uno scoglio a osservare il mare che si tingeva di nero. Quindi, avevano cenato a lume di candela. Come infinite altre, era stata una giornata stupenda.
Janine sapeva che non avrebbe dovuto guardare quelle foto. Le avevano procurato solo tristezza, resa ancora più acuta dai bei ricordi. Per quanto si sforzasse non riusciva a venirne fuori: si svegliava in preda all’angoscia e andava a coricarsi sapendo già che il sonno avrebbe tardato a venire. Quel sonno poi sarebbe stato agitato e confuso, e durante la notte lei si sarebbe svegliata più volte.
Prima aveva tentato di leggere uno dei romanzi che le aveva regalato Sarah, ma aveva deposto inorridita il libro, quando era arrivata al capitolo in cui una pazza sadica minacciava di accecare una donna che giaceva immobilizzata su un letto con le gambe spezzate. Quella scena tremenda era ossessionante: pareva non finire mai. Il coltello si avvicinava e si allontanava dagli occhi della povera Monica Beauchamp, che nulla poteva fare per sottrarsi a quell’atroce sevizia.
L’autrice, meditò, doveva essere profondamente disturbata. In precedenza, Alex Alliston l’aveva addolorata perché il protagonista del romanzo sembrava destinato a un’esistenza priva d’amore, e questo le rammentava la sua situazione attuale. Non era il periodo più adatto per una simile lettura.
Accolse con fastidio il suono del citofono. Non aspettava visite e soprattutto non aveva voglia di vedere nessuno.
Pensò che fosse un vicino sbadato che aveva dimenticato le chiavi, si infilò le pantofole e andò a rispondere. “Sono Marcus.”, disse una voce che non conosceva. Però, lei sapeva chi era Marcus. Sarah le aveva parlato di lui. “Cosa desidera?”, gli domandò freddamente. Se credeva di poterle vendere della droga si sbagliava di grosso e, in ogni caso, come si permetteva di disturbarla a quell’ora? “Mi manda Sarah Taverner.”, rispose lui, e Janine impallidì. Aprì il portone, chiedendosi perché Sarah lo avesse mandato da lei. Forse non aveva avuto il coraggio di venire di persona, forse Marcus le avrebbe detto che Sarah era pentita e desiderava fare la pace, forse…
Sebbene quella di Marcus fosse una scelta strana, al momento preferì continuare a sognare: lei sarebbe corsa subito a casa di Sarah, si sarebbero abbracciate, la sua vita avrebbe ritrovato un senso. Con il cuore che le batteva forte, lo aspettò sul pianerottolo.
La prima cosa che la colpì furono gli occhi. Erano gialli, freddi, come quelli di un predatore. Non era una presenza rassicurante, e si chiese ancora una volta perché Sarah avesse mandato proprio lui e non qualche amica comune. Lo invitò ad accomodarsi e, benché fosse impaziente di conoscere il motivo di quella visita, preparò due tazze di cioccolata.
“Deliziosa.”, commentò Marcus. “Veramente squisita.”
“Grazie. E se ora cortesemente mi può riferire il messaggio di Sarah…”
“Sarah la ama.”, affermò Marcus, fissandola con quegli occhi inquietanti.
I battiti del cuore di Janine accelerarono. “Lo ha detto lei?”
“Non precisamente.” Marcus si guardò attorno, valutando l’ambiente in cui si trovava: era un soggiorno decoroso, perfettamente lindo e ordinato, tuttavia non particolarmente lussuoso. I quadri appesi alle pareti erano di illustri sconosciuti, gli scaffali colmi di libri e di cd erano modelli componibili, acquistati in qualche “fai da te”; non vide tappeti preziosi né oggetti di valore. L’unica cosa che spiccava era una splendida fotografia dell’artista italiana Patrizia Mezzogori: riprendeva il mare in una giornata d’autunno. Marcus la contemplò per qualche istante. Da sempre era abituato a prendere nota di ogni particolare che potesse tornargli utile, e anche quell’immagine rivestiva un significato.
“Al citofono lei mi ha detto che la mandava Sarah!”, lo accusò Janine. Era profondamente delusa. I sogni che le avevano attraversato la mente, mentre aspettava l’ascensore, le parvero un castello di cartapesta. Marcus era un millantatore, ma allora a cosa era dovuta la sua visita?
“Ascoltami.”, disse Marcus, passando al “tu” e continuando a fissarla. Janine distolse lo sguardo a disagio. “Sarah ti ama e, grazie a me, tornerete insieme. Poi ti spiegherò come. Prima, però, mi devi raccontare tutta la storia, nei minimi dettagli, senza omettere un solo particolare. D’accordo?”
Janine sospirò. Non nutriva grandi speranze, e soprattutto non si fidava assolutamente di un uomo che per vivere spacciava droga, ciononostante si aggrappò a quel sottilissimo filo: una probabilità su cento, pensò, era sempre meglio dello zero assoluto. Si ritrovò a raccontargli ogni cosa: il concerto, l’atteggiamento provocante di Sarah, la sua intesa sul palco con Susan, e poi la lite, l’insulto, fino al momento in cui era stata cacciata.
Marcus annuì. “Benissimo. Ora ho le idee più chiare.” Finì di bere la bevanda calda, posò la tazza e disse: “Adesso ti spiegherò cosa faremo.”
Janine lo ascoltò in religioso silenzio.

Il nuovo disco non stava venendo bene.
Sebbene si fosse impegnata al massimo, Sarah era ben distante dal blues-rock caldo e avvolgente di Susan Driver. I testi erano abbastanza buoni, ma la musica sembrava una pallida imitazione di quella dei vecchi draghi del passato. Mancavano i riff micidiali di Keith Richards, le torride atmosfere dei Led Zeppelin, le cavalcate infinite degli Allman Brothers. Con stizza si disse che se Susan poteva essere considerata una Janis Joplin moderna, lei al massimo era una sbiadita copia di Avril Lavigne. L’unica canzone valida era quella che aveva composto con Susan: il resto era da gettare.
Janine aveva avuto ragione, e lei torto. La sua voce, perfetta quando affrontava temi jazz o folk, echeggiava sgraziata dagli altoparlanti. Micky Thomas, il produttore, evitava ostentatamente di guardarla, i musicisti bevevano birra con aria cupa, il tecnico del suono armeggiava invano nell’improbabile tentativo di conferire una veste dignitosa a brani sconclusionati e privi di una vera anima. Erano tutti bravi professionisti e a loro non poteva imputare alcuna colpa.
Furibonda con se stessa, lasciò la sala di incisione, dichiarando che era stanca: avrebbero continuato il giorno dopo.
Tuttavia sapeva di mentire.
Il progetto era fallito, doveva prenderne atto e tornare sui suoi passi. Dal vivo aveva funzionato, ma solo perché si era esibita in coppia con Susan. E in quell’occasione lei aveva fatto da spalla.
Micky Thomas l’avrebbe uccisa. Gli aveva fatto sprecare tempo e denaro. Con che faccia gli avrebbe annunciato che il materiale era da buttare, e che avrebbe ripreso il suo genere classico? Poi pensò che sarebbe stato inutile dirglielo, dato che sarebbe stato lui a dirlo a lei, posto che non la mandasse al diavolo.
Depressa e irritata, camminò a lungo per le vie di Londra. Inseguiva pensieri confusi che, come scatole cinesi, nascondevano altri pensieri, l’ultimo dei quali era piuttosto un’immagine: il volto di Janine. Entrò in un bar e ordinò tè e pasticcini. Un ricordo balenò nella sua mente. Si trovavano a Cipro. Erano giovani, smaglianti, piene di vita e d’amore. Se Janine non si fosse comportata così male, quell’amore sarebbe durato per sempre. Janine aveva rovinato tutto, forse anche la sua carriera.
In fondo al cuore, sapeva che non era vero, però non era disposta ad ammetterlo: aveva bisogno di un bersaglio su cui sfogare la propria collera.
Quandò risalì in macchina e l’avviò, si rese conto che si stava dirigendo verso la casa di Marcus.
Sarebbe stata l’ultima volta.
In quel momento si sovvenne delle sue parole: “Oh, dicono tutti così. Ma poi tornano sempre. E come se tornano!”
Ma lei era diversa.

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Monica Squire6Il capitano Pomarev provò a inseguirli, ma proprio in quel momento la giovane bruna smise di tirare i capelli alla biondina che ne approfittò per inserire un grazioso piedino fra quelli dell’uomo del Gruppo Alpha. La sua contendente inciampò e gli finì addosso. Non pesava più di sessanta chili, però furono sufficienti per bloccarlo per qualche secondo di troppo. Al resto provvide la gigantesca rissa che non accennava a finire.
Lo sconosciuto guidò Yarbes e Tarasov attraverso un dedalo di vie e di stradine, quindi li fece entrare in una vecchia casa dall’aspetto squallido. Salirono al quarto piano e l’uomo li introdusse in un appartamento polveroso.
Yarbes lo guardò in viso. Una faccia crudele, capelli biondi, occhi privi di espressione. Una vecchia preparò del tè. L’uomo andò al telefono, compose un numero e riagganciò.
Cinque minuti dopo ricevette una chiamata. Passò il ricevitore a Yarbes.
“Una giornata movimentata, malgrado l’ora.”, disse una voce che conosceva. Martin rimase in silenzio. “Ora, mi ascolti attentamente, signor Yarbes. So che lei è ai vertici della CIA. Questo le conferisce il diritto di parlare apertamente con gli alti papaveri, i quali a loro volta possono conferire con il presidente degli Stati Uniti d’America. Gradirei che lei raccontasse ciò che è successo, in modo tale da assicurarmi la benevolenza di Bush. In futuro, potrei aver bisogno di lui.”
“Sarà fatto.”, disse Yarbes. “Nadiya non ha consegnato il messaggio, ma credo che lei lo sappia già.”
“Infatti. A tempo debito, mi occuperò di lei. In questo momento quella sciocca si sta trastullando con una sua compatriota.”
“Quale compatriota?”, domandò Yarbes, perplesso.
“Questo non è importante. Piuttosto ho due notizie per lei, poi tornerò al mio lavoro. La prima: una certa Susan Cooper è a Mosca ed è in procinto di rendere visita a un tale che molto presto sarà un cadavere. Se le riesce, la contatti e la dissuada. La sua giovane collega alloggia al Radisson Slavyanskaya Hotel. Può usare il telefono: è protetto. Seconda notizia: beva il suo tè, che per inciso è ottimo, e non faccia caso a quello che accadrà fra breve. Beh, più che una notizia è un avvertimento.”
“Non capisco.”, mormorò Yarbes.
“Tarasov.”, disse la voce. “Va eliminato. Subito.”
“Assolutamente no!”
Dall’altro capo del filo si udì una risata. “Voi americani! Siete impagabili. Lealtà, senso dell’onore, fedeltà, amicizia. Tarasov è un peso morto!”
“Non per me.”, replicò Yarbes.
“Allora faccia come crede. Però, mi stia bene a sentire: io non la aiuterò una seconda volta. Avvisi Cooper e lasci l’Unione Sovietica. Subito. Sasha la condurrà al confine con la Polonia… e poi oltre.”
Yarbes fissò il telefono. “Sasha, la finta rissa… era la mafia russa?”
“Non sono affari che la riguardano, signor Yarbes. Stia attento al maggiore Tarasov, se le sta tanto a cuore. Ieri notte sua moglie e suo figlio sono stati uccisi. A quanto mi risulta, gli ordini erano diversi, ma il capitano Miloslav Pomarev ha deciso altrimenti. Presumo che Tarasov diventerà una belva, e ciò per lei è pericoloso.”
“Posso chiederle un favore?”, disse Yarbes.
“Sentiamo.”
“Immagino che questa sia una casa sicura. Vorrei fermarmi qui per tre o quattro giorni. Pagherò per il disturbo.”
“Permesso accordato, signor Yarbes, e non mi servono i suoi soldi. Mi ripassi Sasha, per cortesia. Buona giornata.”
Yarbes consegnò la cornetta del telefono a Sasha e guardò Leonid Tarasov.
Essere un agente della CIA non significa essere un angelo.
Martin Yarbes aveva fatto eliminare un federale senza battere ciglio, perché così gli aveva ordinato il direttore dell’Agenzia. Era accaduto ai tempi della grande caccia al mitico Matrioska, la spia sovietica che Monica Squire aveva ucciso a Cannes. Nel corso degli anni, si era macchiato di varie colpe, se giudicate da una persona “normale”. Aveva torturato, simulato, dissimulato. Ma questo era il suo lavoro.
Ciò nonostante, provò un profondo senso di pena per il maggiore del GRU. E un sentimento di irritazione nei confronti di Vladimir Putin, sebbene gli avesse salvato la vita.
Un uomo ha dei doveri, pensò. E il principale di essi è trovare la forza per informare un amico che la sua famiglia non esiste più. Che la moglie e il figlio giacciono privi di vita da qualche parte. Che lui non troverà più il conforto di un abbraccio o di un sorriso.
La diplomazia non era il suo forte.
Comunicò la notizia senza tanti giri di parole.
Poi chiese alla vecchia se in quella casa c’era una bottiglia di vodka.

A quell’ora Michail Sergeevic Gorbaciov riponeva con cura un ampio fascio di documenti nella borsa. Si munì di una risma di carta che infilò in un altro scomparto e si alzò dalla scrivania.
Aveva lavorato a lungo, con grande impegno e dedizione, a quel progetto che, insieme alla glanost e alla perestrojka, costituiva il cardine del suo programma politico. Ora avrebbe completato l’opera, visionando gli ultimi dettagli, nella tranquillità della dacia che possedeva in Crimea.
Benché non ignorasse le difficoltà che ancora lo aspettavano, era soddisfatto.
Aveva mandato in pensione i lugubri vecchi dirigenti; presto avrebbe sostituito altri uomini che non apprezzava, fra cui Kryuchkov, il presidente del KGB; era riuscito a creare un equilibrio tra i riformatori guidati da Eltsin e i conservatori più moderati; e si era avvicinato notevolmente agli Stati Uniti di fatto ponendo fine alla “guerra fredda”.
In certi casi, era stato costretto a fare ricorso alla forza, non distinguendosi molto dai suoi predecessori, in questo: emblematici i casi della Lituania, dove mandò l’esercito a occupare la sede del parlamento, e la persecuzione degli armeni.
Gorbaciov aveva una personalità complessa. Sebbene fosse molto più giovane ed energico di chi lo aveva preceduto nella massima carica dell’Unione Sovietica, e sebbene avesse idee completamente diverse dalle loro, a tratti sembrava che riaffiorassero in lui i fantasmi della vecchia nomenklatura; in altre circostanze manteneva un atteggiamento ondivago, come se non fosse convinto delle riforme che lui stesso propugnava, o delle libertà che concedeva, come appunto era accaduto in Lituania.
Adesso comunque si apprestava al grande passo: dopo una trattativa di notevole complessità, si accingeva a siglare il nuovo patto federativo.
Dodici dei Paesi già facenti parte dell’Urss erano prossimi alla firma, la Federazione Russa, l’Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian, il Kazakistan, il Turkmenistan, il Kirghizistan, l’Uzbekistan ed il Tagikistan. I Paesi baltici, Lituania, Lettonia ed Estonia, avrebbero invece ottenuto l’assoluta indipendenza.
Questo gli avrebbe garantito, fra l’altro, il sostegno economico dell’America di cui aveva un estremo bisogno. E il popolo era con lui.
Mentre si affacciava alla finestra, in attesa che l’auto fosse pronta, non poteva immaginare quello che sarebbe successo prima della fine di quel mese.

Yarbes telefonò all’albergo, ma gli dissero che la signora americana era già uscita. Martin scrisse un breve messaggio in codice e lo consegnò a Sasha, chiedendogli se poteva provvedere a recapitarlo al Radisson Slavyanskaya Hotel.
Evidentemente, Putin aveva disposto che Sasha fungesse da guardia del corpo e che esaudisse i desideri dell’agente della CIA. Infilò il foglio in una busta bianca, la porse a Yarbes che scarabocchiò l’indirizzo, e uscì dall’appartamento senza dire una parola.
Sasha aveva trent’anni ed era già immensamente ricco. Doveva tutto a Vladimir Putin, che venerava più di suo padre ma meno dei soldi. Non aveva amici, all’infuori di Roman, un tipo molto sveglio che sarebbe diventato più famoso di lui. Peraltro, Sasha non amava il calcio e non si sarebbe mai sognato di acquistare la squadra che disputava le proprie partite interne nello stadio di Stamford Bridge, a Londra.
Andò a cercare Sonja, la biondina, e insieme si diressero verso l’albergo. Lei entrò da sola, si guardò attentamente intorno, non vide uomini del KGB e diede la busta al portiere. Si raccomandò che effettuasse la consegna con la massima discrezione e gli passò alcune banconote. Erano dollari ed equivalevano allo stipendio di quattro o cinque mesi. Il portiere si affrettò a metterli in tasca e le rivolse un ampio sorriso.
Sonja uscì dal Radisson Slavyanskaya Hotel. Sasha la aspettava sull’altro lato della strada.

Boris Eltsin era un ingegnere edile, nativo di Butka, un villaggio situato nei pressi dei monti Urali, all’estremo oriente della Russia europea. Entrato a far parte del PCUS nel 1961, ventiquattro anni più tardi diventò il segretario della sezione di Mosca. Incominciò allora una battaglia contro Gorbaciov, a causa dell’eccessiva lentezza con cui procedevano le riforme.
Gorbaciov lo tollerava, perché Eltsin gli serviva come contraltare dei conservatori, tuttavia dopo un violento discorso in cui fu preso aspramente di mira lo destituì.
Divenuto in seguito deputato, Boris si dimise dal PCUS e successivamente venne eletto presidente della Russia. Era un radicale, con idee più democratiche e innovative del segretario generale.
Eltsin abitava fuori Mosca, benché avesse un appartamento anche in città. La casa era protetta da una ventina di “semplici patrioti”, come li definì lui. Accolse Wyman e Cooper con un certo calore e li condusse nel suo studio. Offrì vodka ma ottenne due garbati rifiuti.
Mentre ordinava del caffè e si versava un bicchiere di Pomorskaya, trovò il tempo per sbirciare fuori della finestra. Dopodiché sorrise. “KGB.”, disse. “Allora siete due personaggi importanti!”
Susan scrollò le spalle. “Modestia a parte, sì.”, dichiarò il Bastardo.
Poi Wyman si lanciò in un pomposo discorso, che era il preludio all’intervista. La Gran Bretagna, affermò, era molto interessata alla situazione politica dell’Unione Sovietica, e assai soddisfatta per il nuovo corso politico che aveva portato alla distensione. D’altro canto, come dimenticare che assieme avevano combattuto, e vinto, contro Napoleone e Hitler?
Prima che Eltsin potesse ribattere, intervenne Susan.
Con calma, disse: “Io appartengo alla CIA.”

Una donna destinata da sempre a primeggiare nella vita e negli sport, una donna abituata a dominare, a letto, maschi e femmine, traendone una forte soddisfazione, può rimanere disorientata quando accade l’esatto opposto.
Una prima reazione è un senso di incredulità. Tuttavia se l’evento si ripropone, all’incredulità subentra l’incertezza; e in taluni casi all’incertezza il desiderio. Il pomeriggio del due agosto, un pomeriggio particolarmente caldo e afoso, Monica Squire impedì a Nadiya Nicolajevna Drosdova di prendere l’iniziativa. In modo dolce, ma fermo, la mise spalle al materasso e la possedette. Poi, mentre la russa, cominciava a godere, le fece male.
Strinse con forza i capezzoli, strappandole un grido di dolore.
Senza lasciare la presa, la guardò negli occhi e disse: “Sei solo una piccola sgualdrina. E diventerai la mia schiava.”
Nadiya impazzì.
Sconvolta dall’orgasmo più devastante della sua vita, non cercò di allontanare le mani dell’americana. Si abbandonò alla sofferenza e al piacere.
Monica non le diede tregua. Prima che la russa si riprendesse, la penetrò di nuovo. La schiaffeggiò con violenza, quindi sostituì le dita al fallo artificiale e questa volta le procurò un dolore insopportabile.
Quando smise e Nadiya si rilasciò ansimante, Monica si alzò indicandole la porta. “Vattene!”, disse. “Non mi spaventano le docce gelate e neppure un po’ di digiuno. Ho giusto bisogno di perdere qualche chilo. Vuoi picchiarmi? Accomodati. Ma con te ho chiuso.”
Sapeva che stava giocando d’azzardo e che poteva essere un gioco molto pericoloso. Ma a Langley si studia anche psicologia e, a parte questo, Squire aveva un notevole intuito. Aveva conosciuto una sola persona più dotata di lei, Aleksandr Stavrogin, Matrioska; e comunque alla fine aveva vinto.
Nell’amore esistono i “coup de foudre”; lo stesso concetto talvolta si può applicare a un rapporto di dipendenza masochistica.
Se avesse potuto scegliere, avrebbe preferito agire con maggiore calma, ma non aveva il tempo per un’estenuante partita a scacchi. In base alle informazioni di cui disponeva, era preferibile un rapido scontro a poker, e a carte scoperte. In una situazione diversa, avrebbe fissato il termine di un mese per cercare di raggiungere l’obiettivo che si era prefissato – posto che ciò fosse possibile -, ma aveva a disposizione soltanto pochi giorni, trascorsi i quali sarebbe stato inutile procedere.
E quello era solo il primo passo: non si illudeva di ricevere le chiavi della Lubjanka semplicemente per aver individuato la perversione nascosta della russa. Non c’era niente di logico o di sicuro nel suo piano, pensò sospirando. Eppure a poker spesso si vincono grandi somme proprio sfidando la logica.
Nadiya uscì dalla stanza stravolta. Trascorse il resto della giornata passando in rassegna i più efferati metodi di tortura, si gingillò con l’idea di far urlare l’americana, di strapparle le unghie, di ascoltarla compiaciuta mentre implorava pietà.
Per sfogare la collera andò in palestra e perse quattro incontri consecutivi di judo. Non era mai successo, e le sue avversarie rimasero più sorprese di lei.
Alle sette di sera, tornò nella camera di Monica.
Era pallida come uno straccio.
Squire la fissò in silenzio.
Nadiya deglutì.
“Sono la tua schiava.”, disse a bassa voce.

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