Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for novembre 2012

John Wyman parlava correntemente quattro lingue, fra le quali anche il russo. Nell’ambiente era conosciuto con il soprannome di “Bastardo.” Wyman era un giornalista free-lance. In passato aveva lavorato per un piccolo quotidiano di provincia, poi era stato assunto dal Daily Telegraph, ma ben presto aveva scoperto che quell’attività non faceva per lui: detestava prendere ordini e soprattutto intendeva occuparsi dei casi più prestigiosi. Al Daily Telegraph questo non era ovviamente possibile, dato che era l’ultimo arrivato. Perciò si era messo in proprio e in un solo anno aveva guadagnato quanto i suoi ex colleghi percepivano in un lustro.
Scriveva in modo semplice e scorrevole, e riusciva a rendere l’argomento più complesso alla portata di tutti. Al contrario di molti altri giornalisti, riferiva solo quello che aveva veramente visto. Non trascorreva le giornate nei bar degli alberghi, sonnecchiando e bevendo whisky, in attesa che qualcuno gli spifferasse qualche notizia; il più delle volte tali notizie non erano attendibili. Per non parlare di chi basava i suoi articoli sui vari telegiornali. Per costoro Wyman provava disprezzo.
Il soprannome, di cui era segretamente orgoglioso, derivava dal fatto che pur di ottenere uno scoop era disposto a passare sul cadavere dei concorrenti.
Era appena arrivato a Mosca per un reportage sugli effetti della glanost, che come di consueto avrebbe arricchito con considerazioni proprie.
Wyman era alto, snello, con gli occhi azzurri e i capelli biondi; in genere, le donne cadevano ai suoi piedi. Wyman ne era molto soddisfatto, perché gli piaceva il sesso. Gli piacevano molte altre cose: mangiare bene, bere birra in abbondanza, volare in prima classe e dormire negli alberghi più eleganti; ma il sesso figurava al primo posto di un’ipotetica classifica, assieme al suo lavoro.
Quando incrociò Susan Cooper nella hall del Radisson Slavyanskaya Hotel fu immediatamente attratto da lei. Dall’aspetto immaginò che fosse britannica. Le si avvicinò e si presentò. “John Wyman di Londra.”, disse. “Altrimenti detto il Bastardo. E’ un vero piacere incontrare una connazionale in terra straniera.”
Susan sbatté le palpebre. Era angosciata, a causa dell’arresto di Monica Squire, e si sentiva in colpa per aver pensato male di lei; avrebbe voluto portare a termine la missione, ma non conoscendo il russo non sapeva come muoversi. Osservò la mano tesa di quello strano individuo. L’ultima cosa di cui aveva bisogno era un eccentrico spasimante che si chiamava il Bastardo. “Sono americana.”, disse.
“Ma di origine irlandese.”, indovinò lui.
Per educazione Susan gli strinse la mano. Poi lo guardò meglio: indossava un impeccabile completo grigio, camicia azzurra e cravatta di Oxford; era decisamente bello, però troppo sicuro di sé. Fece per allontanarsi. Wyman la seguì. “Posso offrirle una tazza di tè?” Consultò il Rolex d’oro. “Sono le undici, direi che è l’ora perfetta.”
“No, grazie.”, rispose Susan.
“Insisto. Di norma, non lo faccio mai, tuttavia lei merita un’eccezione.”
“Di norma, quando dico no è no.”, ribatté Susan.
Wyman non si lasciò scoraggiare. Se non avesse avuto faccia tosta e impudenza, non avrebbe potuto svolgere il suo mestiere. Sorrise e disse: “Sono il miglior giornalista del mondo e ho visto cose che voi umani… il colore dei suoi occhi, per esempio.”
Il sorriso di John Wyman era irresistibile e comunque le sembrava un tipo simpatico, sebbene fosse un po’ invadente. Tutto sommato, le sarebbe piaciuto scambiare quattro chiacchiere in inglese. Cambiò piede d’appoggio, incerta.
Wyman la prese a braccetto e la condusse al bar dell’albergo.
“Lei parla il russo?”, gli domandò Susan.
“In maniera perfetta!”, dichiarò il Bastardo.
In seguito si sarebbe pentito di quell’affermazione.

Più o meno a quell’ora, il ministro della Difesa Dmitry Yazov accoglieva con estrema gentilezza il primo vicedirettore del GRU.
Lo invitò ad accomodarsi davanti alla sua scrivania e chiese notizie della famiglia. Esauriti i convenevoli, disse: “Bene. Desiderava vedermi per una questione segreta e urgente. Di cosa si tratta?” Ascoltò attentamente la relazione del primo vicedirettore e assunse un’aria cupa. “Tutto questo è molto grave. Ha fatto benissimo a rivolgersi a me. Chi altri è al corrente di queste informazioni?” Prese nota mentalmente degli altri due nomi, quindi raccomandò di non far trapelare la notizia, in nessun caso e per nessuna ragione. “Me ne occuperò personalmente.”, disse accompagnando alla porta l’uomo del GRU.
Rimasto solo prese il telefono e compose un numero che pochissimi conoscevano.
“Vladimir Alexandrovich, abbiamo un problema.” Con calma riferì ciò che aveva appena appreso.
Dall’altro capo della linea ultra sicura, giunse la risposta di Kryuchkov.
Yazov riagganciò.
Era stata una vera fortuna che si fossero rivolti a lui.

Quella sera, a meno di quarantotto ore dal precedente incontro, Yarbes si recò nuovamente dal maggiore Leonid Tarasov. Aveva con sé una bottiglia della miglior vodka. Era una serata calda e opprimente; Martin respirava aria di pioggia. Si trovava circa a una quarantina di metri dalla casa, quando scorse una Chaika sopraggiungere. L’autista rimase in macchina con il motore acceso, due uomini scesero e si diressero verso l’abitazione. Uno dei due suonò al campanello.
Yarbes corrugò la fronte e si avvicinò cautamente.
Un istante dopo, Tarasov comparve sulla soglia. L’uomo che aveva suonato al campanello gli mostrò un foglio. Tarasov scosse la testa, ma i due lo sospinsero verso la Chaika.
Yarbes rovesciò per terra quasi tutto il contenuto della bottiglia, quindi raggiunse barcollando i tre uomini. Incominciò a cantare sguaiatamente una canzone napoletana. Conosceva il motivo anche se non capiva le parole del testo: inframmezzò qualche verso in un orrendo napoletano a frasi in russo, completamente prive di significato. Ai russi piacciono le canzoni napoletane. Anni dopo un imprenditore e uomo politico italiano si sarebbe esibito per Putin, proponendogli i grandi cavalli da battaglia della musica partenopea.
Yarbes intonò biascicando un’altra famosa melodia, poi cercò di abbracciare Tarasov.
Uno dei due uomini che lo stavano prelevando gli assestò uno spintone. “Sparisci!”, sibilò.
Yarbes si avvinghiò a lui e lo baciò. Schifato l’uomo si divincolò e tirò fuori una pistola. Non aveva tempo da perdere con gli ubriachi.
Per essere sbronzo, il buffone aveva i riflessi pronti.
Colpì di taglio il polso dell’altro, gli strappò la pistola dalla mano e gli sparò a bruciapelo. L’arma era dotata di silenziatore, e ciò rallegrò l’agente della CIA. Si voltò di scatto e fece fuoco sul secondo uomo. Con la coda dell’occhio, vide l’autista scendere dalla Chaika. Si gettò a terra, prese la mira e gli trapassò il cranio.
Il tutto si era svolto in meno di venti secondi.
“Lei è pazzo!”, esclamò Tarasov. “Ha idea di chi fossero quegli uomini?”
Yarbes scrollò le spalle. “KGB.”, rispose con tranquillità. “E credo proprio che la loro non fosse una visita di cortesia. Evidentemente lei o chi per lei avete scelto l’interlocutore sbagliato.”
“Yazov.”, mormorò Tarasov.
“Ora, mi ascolti attentamente, Leonid. Nel giro di un mese questa faccenda si sarà conclusa, in un senso o nell’altro. Se le cose andranno bene, lei non avrà più nulla da temere; in caso contrario, avrà comunque posticipato la sua esecuzione.”
Yarbes gli passò la bottiglia. Il russo mandò giù quello che restava del liquore. In ogni caso, era freddo e controllato; Martin ammirò il suo coraggio.
Quando Tarasov finì di bere, Yarbes sollevò un problema importante. “Deve far sparire sua moglie e suo figlio. Questa è una priorità assoluta: che salgano sul primo treno diretto in Siberia e si rifugino in qualche sperduto villaggio. Non sarà per molto. In quanto a lei, potremmo riformare la vecchia coppia.”
Tarasov lo fissò per qualche istante in silenzio, poi chiese: “Ha un piano?”
“No. Nemmeno l’ombra di un piano. E adesso facciamo scomparire quei tre porci.”
Leonid Tarasov scosse più volte la testa. “Lei è pazzo.”, ripeté.
“E vero.”, disse Yarbes con un sorriso. “Però, le ho salvato la vita.”

Annunci

Read Full Post »

Susan Cooper andò a letto presto, si addormentò subito e malgrado la differenza di fuso orario dormì benissimo.
Si svegliò verso le otto, fece una doccia, si vestì e bussò alla porta di Monica, ma nessuno le rispose. Pensò che Squire avesse tardato a prendere sonno, cosa del tutto spiegabile, e scese nella hall.
Consumò un’abbondante colazione, poi chiese se nell’albergo c’era una palestra. No, ma qualora le fosse interessato il Radisson Slavyanskaya Hotel  disponeva di una piscina. Susan nuotò vigorosamente per più di un’ora, quindi si asciugò, si rivestì e uscì a fare quattro passi. Non aveva dato peso agli sguardi pieni di ammirazione con i quali due o tre uomini avevano osservato il suo corpo atletico e voluttuoso, probabilmente vagheggiando di possederla.
Era una giornata calda ma non afosa; il sole splendeva nel cielo terso.
Le sarebbe piaciuto comprare una cartina turistica di Mosca e esplorare la città, ma non si trovava lì per divertirsi. Un’ora più tardi tornò in albergo e andò a bussare nuovamente alla porta della camera di Monica. La stanza era aperta e una cameriera la stava rigovernando.
Susan trascorse il resto della giornata aspettando invano che la collega si facesse viva. Man mano diventava sempre più nervosa. Alla fine comprese che stava lavorando da sola; non l’aveva informata deliberatamente.
Susan pensava che il comportamento di Squire fosse sciocco e puerile.  Siccome era stata messa sotto nella lotta, perdipiù davanti al capo, adesso si rapportava in maniera capricciosa. Eppure, qualsiasi persona dotata di buon senso avrebbe accettato il fatto che in uno sport da combattimento generalmente è il più forte a prevalere. Susan si era limitata a svolgere il proprio lavoro.
Capiva che per una donna che a Langley era abituata a primeggiare doveva essere stata un’esperienza frustrante; però questo non la giustificava. Rimpianse di averla illusa per venti minuti, quando avrebbe potuto immobilizzarla in meno di cinquanta secondi. Aveva addestrato almeno dieci ragazze più brave di lei. Visto che non si stava dimostrando neppure molto intelligente, si chiese come fosse riuscita a farsi strada nella CIA.
Evidentemente, non aveva mai sentito parlare di un agente sovietico il cui nome in codice era Matrioska.
Cenò da sola, rimuginando sulla vanità della collega. Poi si aggirò per la hall dell’albergo, colma di risentimento. D’accordo, Squire le era superiore in grado, ma la sua presenza, lì, era stata voluta da Keynes che saggiamente non aveva ritenuto Monica in grado di difendersi da sola. Tuttavia questo non relegava Susan al ruolo di semplice gorilla.
Stava per salire in camera, quando vide arrivare il portiere di notte.
L’uomo le rivolse una strana occhiata, poi – come pentito – distolse lo sguardo.
Perplessa, Susan gli si avvicinò.
Il russo sembrava palesemente a disagio.
Si voltò e finse di consultare un registro.
Susan Cooper non era stupida. Un pensiero le balenò nella mente. “Non riesco a trovare la mia amica.”, disse in inglese.
Il portiere si girò verso di lei. “L’hanno portata via quei porci.”, replicò nella stessa lingua.
“Quali porci? E dove?”, gli domandò Susan.
Il portiere si guardò intorno, ma in quel momento nella hall non c’era nessuno.
“I cekisti. E l’hanno condotta alla Lubjanka.”
Susan lo scrutò per un attimo in silenzio. “E quando tornerà?”
L’uomo scosse tristemente la testa. “Mai.”, disse. “Non si torna mai da lì.”

Esattamente ventiquattro ore prima, Leonid Tarasov aveva aperto la porta di casa.
Sebbene ci fosse stato una volta sola, Martin ricordava ancora perfettamente l’ubicazione dei locali, che erano disposti su due piani. Arredata in modo confortevole, però non certo lussuosa, era comunque un’abitazione eccessiva per un semplice ufficiale: questo dimostrava l’accortezza e i probabili agganci di cui disponeva Tarasov.
Il maggiore del GRU accolse freddamente Yarbes. Era un uomo di media statura con le spalle larghe e le braccia muscolose. Gli occhi erano celesti ma non slavati, i capelli – tagliati corti – castano chiari.
“Lei non è il benvenuto.”, disse.
Yarbes annuì.
“Lo so.”, rispose. “Ma non sono qui per raccogliere informazioni, bensì per fornire notizie. Notizie importanti.”
“Che genere di notizie?”, gli chiese Tarasov con aria sospettosa.
Yarbes indicò il corridoio illuminato, alle spalle del russo. “Posso entrare?”
Il maggiore rifletté per qualche istante. “Va bene.”, disse. “Ma solo per pochi minuti.”
Lo condusse in un piccolo studio  e versò due vodka. Porse un bicchiere a Yarbes. “Mia moglie e mio figlio stanno dormendo. E non è  il caso di svegliarli, perciò parli a bassa voce.”
In tutta risposta, Martin tirò fuori da una tasca il duplicato del documento che aveva consegnato a Nadiya e glielo diede. Tarasov sorseggiò la vodka, quindi lo scorse rapidamente.
“Propaganda!”, commentò. “Disinformazione. La CIA è maestra in questo.”
Yarbes sospirò. “Eppure, Leonid, lei dovrebbe conoscermi bene. Abbiamo svolto un buon lavoro assieme, e al momento opportuno io non l’ho tradita. Secondo lei, sarei venuto in Unione Sovietica, a mio rischio e pericolo, per il gusto di compiere un atto di banale disinformazione? E’ tutto vero. Il KGB agirà molto presto. Fra qualche settimana o fra qualche giorno, forse. Hanno preparato ogni cosa con estremo scrupolo, secondo il loro stile. E non si fermeranno, mi creda.”
Tarasov si lasciò cadere su una poltrona e ne indicò una a Martin. Finì la sua vodka, rilesse con  attenzione  il dossier, poi  alzò gli occhi sull’americano. “Come fate a saperlo?”
Yarbes si limitò a fissarlo, senza rispondere.
Tarasov comprese di aver fatto una domanda sciocca, dal momento che lui stesso, in passato, era stato una talpa, seppure per un breve periodo di tempo.
“Cosa vuole da me?”
Yarbes annuì. “Bisogna che questo documento arrivi sulla scrivania del segretario generale, e al più presto. Desidero essere franco con lei. Prima di venire qui, ho informato Vladimir Putin. Però, è un uomo strano. Penso che non abbia dato seguito alla cosa. Leonid, mi stanno cercando, devo tornare subito in America: lei rappresenta la mia ultima carta.”
Tarasov si alzò per un secondo giro di vodka. Scosse lentamente la testa. “Io non ho la facoltà di avvicinarmi al segretario generale.”
Martin Yarbes era un uomo freddo e controllato; pertanto la sua reazione fu una semplice messinscena. “Molto bene. Allora si prepari: la sua glanost, la sua perestroika… se le scordi!”
Scattò in piedi e si diresse verso l’uscita.
Si chiama “tecnica dell’abbandono” e, per quanto possa sembrare curioso, la CIA l’aveva appresa da un venditore porta a porta, in seguito diventato miliardario oltre che autore di innumerevoli pubblicazioni di enorme successo.
Yarbes ottenne l’effetto voluto.
Tarasov lo fermò.
Martin si voltò a guardarlo.
“Qualcosa posso fare.”,  dichiarò il maggiore. “Posso parlare con il mio superiore diretto o magari con il primo vicedirettore del GRU. E fare in modo che queste notizie siano trasmesse a Dmitry Yazov, il ministro della Difesa. Lui si consulterà con Gorbaciov. E, comunque, Yazov è in grado di fermare il KGB e di neutralizzare il traditore Janaev.”
Fece una pausa e proseguì. “Noi non abbiamo mai amato i cekisti della Lubjanka e se stanno progettando una simile infamia saranno distrutti.”
Il GRU (Direttorato principale per l’informazione) è il servizio segreto delle forze armate russe e, in effetti, da sempre era in contrasto con il KGB.
Oggi, il KGB non esiste più, sostituito da SVR e FSB che svolgono i compiti un tempo affidati alla prima e alla seconda direzione centrale ma con molto meno potere. Il GRU, invece, mantiene intatto lo stesso potere.
A parte questo, il ministro della Difesa controllava l’Armata Rossa.
In linea teorica, perciò, quanto aveva detto Leonid Tarasov era sensato… tranne che per un particolare.
La donna che avrebbe potuto svelare quel particolare era morta fra atroci tormenti, prima di riuscire a comunicare alla CIA tutto quello che aveva saputo.

Read Full Post »

I LOVE JANINE 4

Malgrado fosse ottobre inoltrato, il clima si manteneva insolitamente estivo e, stando alle previsioni meteo, il bel tempo sarebbe perdurato rimandando l’arrivo dell’autunno.
Per questo il concerto si tenne all’aperto, a Reading, sede del tradizionale festival di agosto. Poiché lo spettacolo era a scopo benefico, il terreno e le strutture erano stati concessi gratuitamente; il servizio d’ordine era assicurato da una quindicina di volontari, perlopiù giovani della zona. Tutto sommato, non ce ne sarebbe stato bisogno: i circa cinquemila spettatori sedevano tranquillamente sul prato, e sembrava assai improbabile che ci fosse il pericolo di disordini. Tuttavia la prudenza non era mai troppa.
L’inizio dello show era previsto poco dopo il tramonto, in modo da poter azionare i potenti riflettori che avrebbero rivestito di luci scintillanti le due cantanti. La band era composta da cinque elementi, tutti ottimi musicisti.
Sarah Taverner ottenne un notevole successo; in genere, il cantante o gruppo di supporto veniva mal tollerato, spesso invitato ad andarsene o, nella migliore delle ipotesi, ignorato: ma Sarah conquistò il pubblico fin dalla prima canzone. Come sempre, era in camicia bianca e cravatta, ma aveva sostituito la gonna lunga con una mini e le ballerine con alti stivali neri.
Poi Susan Driver infiammò i presenti con un’esibizione travolgente.
E adesso le due donne erano insieme sul palco per eseguire l’ultimo brano, che era anche l’unico bis previsto. La canzone era quella composta da Sarah Taverner, con l’aggiunta di un inserimento centrale – un cambio di tempo -, dovuto a Susan. In teoria durava quattro minuti, ma fu prolungata di quasi mezz’ora grazie a un medley di classici che spaziava da Whole lotta love dei Led Zeppelin (erano stati i primi a lanciare quell’innovazione e proprio con questo cavallo di battaglia) a Jumpin’ Jack Flash dei Rolling Stones, a And Justice for All dei Metallica.
Susan e Sarah passavano con estrema disinvoltura da un pezzo all’altro; infine ripresero la loro canzone, Dancing with you, per il gran finale. Mentre cantavano, danzavano sul palcoscenico, incontrandosi e separandosi, avvicinandosi e allontanandosi in un gioco seducente che inchiodava gli occhi di tutti. Per ballare Susan Driver aveva abbandonato la chitarra, che in precedenza impugnava come un mitra. Sebbene le movenze fossero diverse, più selvaggia Susan, più contenuta Sarah, entrambe sprigionavano una sensualità prorompente. La contrapposizione tra una bruna e una bionda, sempre presente nell’immaginario maschile, acuiva l’ingordigia degli sguardi. Inoltre, sembrava che fra le due donne fosse in atto una tacita sfida, benché si avvertisse anche un forte senso di reciproca complicità.
Confuse nella folla, due persone assistevano al live-act con stati d’animo differenti. Marcus era fuori di sé per l’eccitazione: la musica era potente e suonata a tutto volume; l’impianto luci creava un’atmosfera suggestiva; e le due cantanti erano incredibilmente belle e brave, anche se la sua attenzione era rivolta principalmente a Sarah Taverner.
Janine provava sensazioni contrastanti. Da un lato seguiva ammirata lo spettacolo, ma da quell’altro era rosa dal tarlo della gelosia. Non poteva essere solo finzione scenica, pensava; poi cercava di scacciare gli oscuri presentimenti che, simili a corvi malefici, si erano insinuati in lei. Però era difficile.
A un tratto rimase impietrita.
La musica finì all’improvviso, su un gigantesco schermo apparve l’immagine di una classe di bambini neri che assisteva sorridente alla lezione della maestra; quindi, sullo schermo lampeggiò una grande scritta tracciata a caratteri rosso fuoco che riportava un’unica parola: grazie… e le due cantanti si abbracciarono.
Susan Driver cercò avidamente la bocca di Sarah, che non si sottrasse ma ricambiò il bacio con entusiasmo. Un bacio che a Janine parve interminabile.
Poi le luci si spensero.

Quando a tarda notte rincasarono, Janine ruppe l’ostinato silenzio che aveva mantenuto lungo tutto il tragitto.
“L’hai baciata!”
“Janine…”
“Sulla bocca e con la lingua.”
Sarah si versò da bere. “Era programmato in anticipo. Sono cose che funzionano sempre, lo sai meglio di me.”
“Forse.”, ammise a denti stretti l’altra. “Ma era previsto anche che vi avvinghiaste in quel modo? No! Questo non lo credo.”
Sarah sospirò. “Janine, non ti tradirei mai.”
Janine avrebbe voluto crederle, ma la gelosia la soffocava; con gli occhi della mente rivedeva in continuazione le due donne che si baciavano: un bacio che era tutto tranne che casto. Quanti altri baci si erano scambiate, senza che lei lo sapesse? Non riuscì a frenare il risentimento. “E quello cos’era, allora, se non un tradimento? Avete provato insieme per due settimane, dalla mattina alla sera. E quando tornavi a casa eri stanca. Sempre stanca! Sembrava che io non esistessi più, che fossi una specie di soprammobile. Quante volte sei andata a letto con quella sgualdrina? Ma forse le sgualdrine sono due.”
Si pentì immediatamente di quelle parole avventate, notando l’espressione di Sarah; ma ormai era troppo tardi. Per un attimo pensò che l’avrebbe schiaffeggiata e istintivamente si ritrasse.
Ma Sarah meditava piuttosto di rovesciarle addosso l’intero contenuto del bicchiere, tuttavia si trattenne. La fronteggiò, alterata. “Potrei spiegarti che eravamo entusiaste per com’era andato lo spettacolo; potrei parlarti di adrenalina, di energia, dell’effetto sensuale che la musica aveva su di noi. Potrei aggiungere molte cose… ma non lo farò. Francamente mi aspettavo che tu condividessi la mia gioia, che fossi felice per me. E’ stato il concerto più importante della mia vita; mi aprirà grandi prospettive, impensabili fino a ieri. Avrei voluto averti al mio fianco, e invece…”
Si guardarono in un silenzio carico di tensione.
Poi Sarah si avvicinò ancora di un passo. Con la voce colma di disprezzo disse: “Non ti perdonerò mai per la volgarità di cui hai dato prova.”
Infilò il soprabito e uscì di casa, sbattendo la porta.
Janine si lasciò cadere in ginocchio. “Oh, no, Sarie, ti prego, no! Perdonami. Non volevo. Ti prego, Sarie, no!”
Ma Sarah era già lontana e non poteva più udirla.

Dalla finestra filtrava già la luce pallida del mattino, quando finalmente Janine riuscì ad addormentarsi. Aveva trascorso il resto della notte aspettando che Sarah tornasse, poi verso le cinque si era coricata. Avrebbe voluto scusarsi con lei per averla offfesa in modo così disgustoso, ma nello stesso tempo era tormentata dai dubbi. Forse Sarah era andata da Susan. Morbosamente, se le immaginava nude su un letto; oppure, magari, stavano ridendo di lei. Ma pian piano capì di essersi sbagliata. Ricostruì il loro litigio, soffermandosi ad analizzare ogni particolare, anche il più irrilevante. Ciò che traspariva con maggiore chiarezza da quella indagine era il ricordo degli occhi di lei, del suo sguardo: sincero, mentre sosteneva che non l’avrebbe mai tradita; amareggiato, sentendosi accusata ingiustamente; e infine furioso quando si era sentita dare della sgualdrina.
Janine si rigirava fra le lenzuola in preda al rimorso; poi un altro sentimento prese il sopravvento: una gelida paura. Sarah era buona d’animo, però sotto certi aspetti anche intransigente. Sentiva che non l’avrebbe perdonata. Lei avrebbe dovuto controllarsi, ragionare con calma, ascoltare le sue spiegazioni; tuttavia la gelosia glielo aveva impedito, e adesso era tardi per rimediare. Se Sarah l’avesse lasciata, si sarebbe uccisa, pensò. Scivolò in un sonno malsano, popolato da incubi.
Si svegliò di soprassalto. Per un momento si chiese confusa perché fosse sola nel letto, poi ricordò tutto. E comprese anche cosa l’aveva svegliata: il rumore della porta che si apriva. Sentì il suono dei tacchi che si avvicinava. La casa di Sarah era grande. Un lungo corridoio separava l’ingresso dalla camera da letto che condividevano. Ciò le dava un minimo di tempo per ricomporsi e per riflettere. Ma voleva vederla subito. Si alzò precipitosamente e a piedi nudi corse verso il corridoio.
La paura la trattenne. Si fermò di colpo, attanagliata dall’angoscia. Cercò le parole giuste da dire, senza trovarle. Sapeva che Sarah disprezzava le persone deboli, perciò a nulla sarebbe valso implorarla. Considerò, e scartò, l’idea di tentare di sedurla. Mentre si arrovellava, pensando a come ammorbidirla, Sarah entrò nella stanza.
Janine la scrutò ansiosamente. Per l’ennesima volta si rimproverò per non aver saputo tenere a freno la lingua e per essere stata troppo impulsiva, ma ormai non poteva farci niente.
Sarah era fredda e controllata. Forse aveva passato la notte insonne, perché aveva le occhiaie; per il resto, era bella come sempre.
Con il cuore che le martellava nel petto, Janine disse: “Perdonami, Sarie!”
Sarah Taverner la fissò in silenzio.

Read Full Post »

Dopo aver sconfitto come d’abitudine la sua avversaria di turno, Nadiya ripose il fioretto e andò a fare la doccia. Erano due anni che non perdeva un incontro e tutto lasciava supporre che ne sarebbero passati almeno altri due perché tale evento si verificasse.
Mentre si lavava, soddisfatta per la vittoria, ripensò alla bella notizia che aveva ricevuto quella mattina. Putin era partito per Dresda sostenendo che erano insorti alcuni gravi problemi che richiedevano la sua immediata presenza in Germania.
Non era vero.
Più semplicemente Vladimir Putin aveva deciso di allontanarsi da Mosca finché le acque non fossero tornate tranquille, in un senso o nell’altro. Non aveva ancora sufficiente potere per occupare una posizione di assoluto rilievo, nel caso il piano di Kryuchkov avesse avuto successo, e nel caso contrario non intendeva inimicarsi Gorbaciov.
Per Nadiya l’improvvisa partenza di Putin rappresentava un motivo di sollievo, poiché non si era ancora decisa a consegnare il documento dell’americano al segretario generale. Erano già trascorsi quattro giorni, vissuti nell’incertezza. Nadiya parteggiava per Kryuchkov ed era contraria a Michail Gorbaciov; ma il fascino dell’uomo di Leningrado, il suo carisma, la personalità spiccata di cui disponeva, l’avevano in un certo senso soggiogata, il che non era affatto usuale per lei che in genere era abituata a dominare.
Di Vladimir Putin sapeva tutto.
Non proveniva da una famiglia agiata: il nonno paterno era un cuoco, la madre un’operaia, il padre un sommergibilista. Dopo essersi laureato, si era fatto strada nel KGB grazie alle sue eccezionali doti. Benché Nadiya non condividesse la sua idea di informare Gorbaciov, forse avrebbe seguito le sue istruzioni. Ma adesso era libera di agire diversamente.
E così fece.
Chiese di poter incontrare il presidente del KGB.
Kryuchkov acconsentì a riceverla qualche giorno più tardi. In quel momento Monica Squire e Susan Cooper erano appena arrivate nella capitale sovietica e si apprestavano a raggiungere il Radisson Slavyanskaya Hotel, un albergo situato sulla riva del fiume Moscova. Il loro taxi era seguito da una Chaika scura che si teneva a debita distanza.
Nadiya gli consegnò il foglio dattiloscritto.
Kryuchkov lo lesse attentamente, corrugando la fronte.
“Stanno davvero esagerando.”, mormorò.
Avrebbe  potuto informare il ministro degli Interni, il quale avrebbe provveduto a inoltrare una protesta ufficiale presso l’ambasciata americana; ma per il momento preferiva agire in maniera diversa.
Guardò la donna che stava sull’attenti davanti a lui.
“Compagna Nadiya Nicolajevna Drosdova, attualmente ci sono tre spie americane, qui, a Mosca. Una è la persona che le ha consegnato questa… immondizia; le altre sono due donne. Le assegnerò quattro uomini: desidero parlare di persona con tale Milly Stewart, che in realtà si chiama Monica Squire. E al più presto!”
“Sarà fatto, compagno presidente.”, rispose Nadiya. “Però non mi servono quattro uomini per una donna sola.”
“L’americana è pericolosa.” replicò Kryuchkov. “Anni addietro uccise il nostro miglior agente. E poi lei appartiene alla prima direzione centrale: non ha la facoltà di eseguire arresti a Mosca; sarà accompagnata da agenti della seconda direzione centrale. Niente violenza, mi raccomando.”
Era circa mezzanotte quando Nadiya e un agente della seconda direzione centrale entrarono nell’albergo dove alloggiavano Monica e Susan. L’uomo si diresse verso il portiere, mostrò il tesserino, domandò qual era la stanza delle due americane, si sentì rispondere che dormivano in camere separate e si fece consegnare un passepartout. Poi rimase nell’atrio, mentre Nadiya prendeva l’ascensore. La russa aprì senza problemi la porta di Monica, accese la luce e tirò fuori una pistola.
“Si vesta e mi segua.”, disse in un pessimo inglese. “KGB”.
Monica si alzò dal letto. Dato che era piena estate, indossava soltanto degli slip e una canotta. Nadiya la squadrò con interesse.
“Non perda la calma.”, ribatté Monica in perfetto russo. “Non opporrò resistenza.”
Mentre si vestiva, Nadiya perquisì la camera. Quando Monica fu pronta, le torse le braccia dietro alla schiena e le assicurò i polsi con un paio di manette. Le due donne scesero nella hall. Il portiere di notte distolse lo sguardo, a disagio.
Fuori erano attese da due Chaika nere. Monica salì a bordo della prima assieme alla russa che si sedette accanto a lei sul sedile posteriore; davanti c’erano l’uomo che si era fatto consegnare il passepartout e l’autista.
Era una bella notte, calda e luminosa.
Ma Monica era agghiacciata. L’attraente giovane russa le ricordava Aglaja… e quel nome le incuteva ancora adesso terrore, malgrado fosse riuscita ad ammazzarla. Però era successo in America. Ora era in Russia, e la stavano portando al quartier generale del KGB. Evidentemente avevano scoperto la sua vera identità e forse anche lo scopo della sua presenza a Mosca.
Le lanciò una rapida occhiata e cambiò in parte impressione. Sebbene fosse graziosa, non era bella come Aglaja e soprattutto non le sembrava una pazza sadica; però era pur sempre una cekista.
Il problema, comunque, era un altro: Monica non disponeva di alcuna copertura diplomatica, e ciò significava che avrebbero potuto mandarla in un campo di lavori forzati in Siberia, oppure torturarla o magari ucciderla. Conosceva i loro metodi. Trasse un profondo sospiro. Era stata lei a volersi cacciare in quel pasticcio.
Un’ora dopo fu introdotta nello studio di Kryuchkov.
“Parla la nostra lingua in modo eccellente.”, lo informò Nadiya.
“Molto bene. Questo faciliterà le cose.” Il presidente del KGB si rivolse a Monica. “E’ stata molto gentile a venire.”, disse con un sorriso freddo.
Fece un cenno a Nadiya che le tolse le manette e uscì dall’ufficio.
Monica pensava che avrebbe potuto risparmiarsi quelle stronzate.
Kryuchkov le indicò una sedia. Squire prese posto.
Il presidente del KGB estrasse da un cassetto un foglio che le sventolò davanti agli occhi. Quindi, glielo porse. “Lo legga, prego.”
Monica scorse rapidamente il dossier scritto da Yarbes, poi lo posò sulla scrivania.
“Sono tutte assurdità!”, dichiarò Kryuchkov senza alzare la voce. “E, in ogni caso, sebbene siano palesemente false, sono comunque questioni inerenti al nostro Paese. Non riguardano gli Stati Uniti. In quanto alla sua situazione personale, signora Squire, lei è entrata in Unione Sovietica avvalendosi di documenti falsi. Da noi, questo è un reato, signora. Un grave reato.”
Monica lo fissò in silenzio. Aveva un nodo allo stomaco.
“D’altro canto”, proseguì Kryuchkov, “non intendo pregiudicare i nostri rapporti con l’America che ultimamente sono molto migliorati. Io credo nella pace, signora Squire. Io voglio la pace.”
Stronzate, pensò di nuovo Monica.
“Ciò nonostante, desidero riflettere. Non amo prendere decisioni affrettate. Per cui la tratterrò per qualche tempo in qualità di nostro ospite, anche se non proprio gradito. La durata del suo soggiorno dipenderà anche da quello che nel frattempo farà Susan Cooper.”
Monica rabbrividì.
Kryuchkov premette un pulsante e Nadiya rientrò nello studio. “La signora Squire trascorrerà alcuni giorni qui. Però, non desidero che sia chiusa in una fetida cella. Si assicuri che le sia assegnata una stanza pulita e confortevole. E un bagno. Lei si occuperà della signora.”
“Sarà un piacere, compagno presidente.”
Poi la donna si rivolse a Monica. “Non mi sono ancora presentata.”, disse. “Sono il tenente Nadiya Nicolajevna Drosdova. Sento che diverremo buone amiche.”

Dopo il secondo appuntamento mancato da Nadiya, Yarbes comprese di essere bruciato. Erano d’accordo di ritrovarsi al ristorante entro una settimana e, se per qualche ragione ciò non fosse stato possibile, due giorni più tardi.
La donna aveva deciso di non consegnare il dossier al segretario generale, e questo significava che Martin si trovava in grave pericolo.
Aveva trascorso le ultime notti nei luoghi più strani – assieme a una massa di derelitti che come lui cambiavano zona a ogni nuovo tramonto -, era sporco e trasandato, ma non intendeva abbandonare la sua missione.
Yarbes aveva un piccolo asso nella manica.
Si chiamava Leonid Tarasov.
Neppure l’informatissima talpa di Langley era a conoscenza di quell’uomo. Questo per un motivo molto semplice: dopo essere stato “reclutato” da Yarbes, si era in seguito rifiutato di continuare a collaborare. La decisione era dovuta all’ascesa al potere di Gorbaciov.
Prima dell’avvento di Michail Gorbaciov, nell’Unione Sovietica regnavano corruzione, nepotismo e mancanza di competenza. Gli ultimi segretari generali erano vecchi e malati di dispotismo. Con il nuovo, giovane, leader si respirava aria nuova, e Tarasov aveva abbracciato con entusiasmo la glanost ,che significa trasparenza, e la perestroika, cioè ricostruzione. Come conseguenza, aveva troncato i rapporti con Yarbes. In pratica gli aveva trasmesso una sola informazione, sebbene assai utile, e poi si era tirato indietro.
Era una persona corretta: non era sparito nel nulla; prima aveva informato Martin dei motivi che lo avevano indotto a chiudere i rapporti. Dato che Yarbes sapeva quanto i dollari americani gli facessero comodo, aveva comunque apprezzato la sua onestà. Yarbes avrebbe potuto denunciarlo, facendo trapelare la voce, ma sarebbe stato ingiusto e non sarebbe servito a niente. Probabilmente, il Mossad lo avrebbe eliminato: gli isreaeliani erano intransigenti nei confronti di chi cambiava bandiera; ma in ogni caso Tarasov si era guadagnato i soldi che aveva preso.
Tuttavia ora le cose stavano per cambiare, glanost e perestroika erano a forte rischio, e forse Leonid avrebbe riconsiderato la sua posizione.
Yarbes si recò a casa sua, alla periferia di Mosca. Affrontò il tragitto a piedi e, quando raggiunse l’abitazione, erano quasi le undici di sera.

Read Full Post »

UNCLE’S JOHN BAND

Non siamo mai stati primi in classifica, ma per i nostri fans eravamo la più grande band del mondo.
In giro c’erano complessi che si esibivano dal vivo per un’ora scarsa. L’immancabile bis, e poi buona notte a tutti. Noi eravamo diversi: a seconda delle serate, potevamo andare avanti per quattro ore o magari addirittura per sei. Suonavamo di tutto: country-rock, blues, psichedelia; brani tratti dai nostri dischi, pezzi nuovi, materiale di altri artisti. E non eravamo mai uguali. Quante volte abbiamo eseguito “Dark Star”? Mille? Beh, vi posso assicurare che non l’abbiamo mai riproposta nello stesso modo. Potevamo farla durare venti minuti o quaranta, e gli assoli di Jerry Garcia erano sempre differenti. Note fluide che sapevano creare suggestioni infinite; noi lo seguivamo improvvisando a nostra volta: e la musica scorreva limpida, simile  a un quadro che raffiguri un’isola circondata dall’acqua più verde e trasparente.
Quello che suonavamo era portato dalla brezza del mattino quando i delfini giocano oltre la barriera corallina e gli uccelli volano alto nel cielo. Perché per noi la musica era un sogno, e quel sogno lo abbiamo condiviso con milioni di ragazzi, che da noi non volevano lustrini o atteggiamenti da rock-star, ma condividere lo stesso sogno: attraversare le praterie sconfinate del West, sorvolare gli oceani più bui e profondi, raggiungere le stelle più fulgide, rincasare al tramonto, mentre sulla collina il sole tramonta in un prodigio di bellezza che da solo vale il senso dell’esistenza.
Nicole era una bella ragazza: alta, bionda, gambe lunghissime che gli shorts mettevano generosamente in evidenza. Stava con Paul. Entrambi erano tossici. Venivano sempre ai nostri concerti. Lei chiudeva gli occhi, dondolando leggermente la testa. Lui accendeva uno spinello e glielo passava. Noi in quel momento suonavamo solo per loro due. Nicole odiava la guerra, detestava Nixon e partecipava a tutte le manifestazioni di protesta. Paul non sopportava la ricca borghesia, gli affaristi privi di scrupoli, le banche avide di denaro.
Ma non era per questo che ci seguivano. A differenza dei nostri amici Jefferson Airplane, non abbiamo mai scritto canzoni di protesta, né lottato contro il sistema. In realtà, non abbiamo mai lottato contro nessuno. Volevamo solo regalare un sogno, e adesso, dopo tanti anni, posso dire che ci siamo riusciti. Perché “viaggiare” con noi era magico. Se non fosse per la morte di Jerry, staremmo ancora girando l’America; e i ragazzi di allora continuerebbero a seguirci.
Nicole attraversò l’Atlantico per raggiungerci in Europa. Era il 1972. Ottenemmo un successo clamoroso e del tutto inaspettato, perché quello era il periodo del “progressive” e non pensavamo certo di attirare un pubblico così numeroso ed entusiasta. Va detto che suonammo al massimo delle nostre possibilità; inoltre, da quelle parti, solo i Led Zeppelin erano in grado di improvvisare e di prodursi in assoli travolgenti. La conobbi a Londra. Mi parlò di Paul. Disse che era morto a causa dell’ eroina. “Era roba cattiva.”, aggiunse. Le chiesi come si era procurata i soldi per il biglietto dell’aereo. Non era una groupie, perciò aveva pagato di tasca sua. “Me li diede Paul, prima di morire.”, rispose. “Aveva risparmiato per farmi questo regalo, anche se nelle sue intenzioni saremmo dovuti venire assieme. Vedili anche per me! E portami con te. Se sarò nel tuo cuore, riuscirò a sentirli anch’io. Spero tanto che facciano “Uncle John’s Band”: lo sai che è la mia canzone preferita.” Non mi riferì altro, e io non la sollecitai a parlarmi di lui. Ci sono degli amori che sono esclusivi; rimangono per sempre nell’anima, e talvolta è meglio custodirli con cura perché il mondo potrebbe sporcarli.
Il mondo non è un “viaggio” magico. In prevalenza è composto da gente egoista, da persone curiose e malevole. Le domandai soltanto da quanto tempo si bucava. Lei scrollò le spalle. “Ho incominciato a quindici anni.”, disse. Esibì un sorriso amaro, ma poi la sua voce risuonò fredda. “Fui violentata da un poliziotto. Sono cose che capitano.” Giocò per qualche istante con una ciocca di capelli. “Paul aveva solo due anni più di me. Una sera lo seguì, e gli infilò un coltello nella pancia.” Assunse un’espressione pensierosa; credo che stesse rivivendo quei giorni. “Non so se Paul ha fatto bene. Ma penso di sì. Quello era un porco. Ricattava le prostitute, arrestava i piccoli spacciatori e lasciava in pace i pesci grossi. In cambio, si faceva pagare. Paul non ha mai fatto a botte in vita sua, non era un ragazzo violento, tutt’altro. Comunque, la roba me l’aveva data quel maledetto sbirro per incastrarmi.”
Quella sera, prima del concerto, la invitai a cena. Era malinconica, ma anche forte. Mentre finiva il suo hamburger mi spiegò il motivo per cui Paul amava tanto quel brano. Una notte avevano fatto l’amore in macchina. Disse che, malgrado non fosse la cosa più romantica del mondo, era stata un’esperienza meravigliosa. Poi lui le aveva chiesto di sposarlo. Proprio in quel momento, Jerry cantava: Well the first days are the hardest days, Don’t you worry any more, ‘Cause when life looks like easy. Street, there is danger at your door.Think this through with me, let me know your mind.
“Ci disintossicheremo, amore mio. Sarà dura, ma ce la faremo!”
“Ti amo!”, aveva detto Nicole. Era una notte calma e silenziosa; sebbene fosse inverno, il clima era mite. Erano vicini alla costa e dai finestrini aperti arrivava il profumo dell’oceano. Paul l’aveva stretta forte a sé. Nicole gli aveva accarezzato il viso. Avevano fatto ancora l’amore, mentre la cassetta ripartiva dall’inizio. Quella era la prima canzone dell’album.
Si alzò dal tavolo e mi sorrise. “Così va la vita.”, disse. Si avviò verso l’uscita, poi si voltò. “Questa sera noi saremo lì. Con voi.”
Quando entrai nel camerino, dissi ai ragazzi: “Facciamo “Uncle John’s Band” per ultima.”
“Va bene.”, rispose Phil Lesh. Lui era il nostro formidabile bassista. Jerry Garcia annuì. Stava accordando la chitarra.
“E… diamoci dentro! Suoniamola all’infinito!”
Mi chiamo Bob Weir.
E facevo parte del più grande gruppo del mondo. Chi ci ha ascoltati dal vivo, chi ci ha sentiti anche per una sola volta, lo sa.
Eravamo i Grateful Dead.

Read Full Post »

« Newer Posts

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: