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Archive for ottobre 2012

Il palazzo della Lubjanka, a Mosca, era la sede principale del KGB.
E’ un edificio maestoso, con facciate di mattoni gialli, e ha un aspetto assai meno tetro di quanto si potrebbe presumere. Dista poco più di tre chilometri dal Cremlino.
Il KGB (Comitato per la sicurezza dello Stato) era uno dei quattro maggiori servizi segreti del mondo, e forse il più grande di tutti, anche se ancora oggi questo è un argomento controverso.  Gli altri tre erano la CIA, l’organismo di intelligence britannico e il Mossad israeliano (che in ebraico significa istituto), ben più piccolo degli altri, ma estremamente agguerrito. Rispetto alla CIA, il KGB aveva due vantaggi: controllava sia l’esterno che l’interno. In altre parole, non aveva l’FBI fra i piedi. Tuttavia esisteva un fastidioso contraltare, il GRU, cioè il servizio segreto militare.
Il secondo vantaggio consisteva nel fatto che non doveva preoccuparsi dell’opinione pubblica; ciò gli permetteva di allestire le operazioni più scabrose senza i sotterfugi cui era costretta a ricorrere la CIA.
La prima direzione centrale del KGB si occupava delle azioni all’estero, la seconda direzione centrale del controspionaggio e della sicurezza entro i confini dell’Unione Sovietica.
Un termine dispregiativo per indicarne i membri era “cekista”, da Ceka, la prima organizzazione di spionaggio creata da Lenin, in realtà dedita al terrore. E in tal modo è chiamato, oggi, Vladimir Putin, il nuovo zar di tutte le Russie.
Vladimir Aleksandrovic Kryuchkov era il presidente del KGB dal 1988. In linea teorica, da lui dipendeva soprattutto la seconda direzione centrale, divisa a sua volta in quindici dipartimenti; il Primo vicepresidente si occupava delle dieci sezioni che agivano all’estero:
1.Stati Uniti e Canada.
2.America latina.
3.Regno Unito ed Australia, Nuova Zelanda, Scandinavia.
4.Germania, Austria.
5.Italia, Francia, Spagna, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Grecia, Iugoslavia, Romania, Albania.
6.Cina, Vietnam, Cambogia.
7.Africa.
8.Estremo Oriente.
9.Giappone.
10.Cina.
Kryuchkov controllava direttamente:
Secondo Direttorato Centrale – controspionaggio e sicurezza interna.
Terzo Direttorato – Analisi della fedeltà delle forze armate.
Quarto Direttorato – Trasporti.
Quinto Direttorato – Contrasto al dissenso politico interno.
Sesto Direttorato – Controspionaggio economico e sicurezza industriale.
Settimo Direttorato – Sorveglianza elettronica.
Ottavo Direttorato Centrale – Comunicazioni riservate e crittografia.
Nono Direttorato – Protezione dei leader sovietici.
Quindicesimo Direttorato – Sicurezza delle Strutture governative.
Sedicesimo Direttorato – Intercettazione delle comunicazioni.
Dipartimento logistica.
Dipartimento comunicazioni.
Dipartimento ricerche speciali.
Dipartimento reparto tecnico.
Guardie di frontiera.
Quel giorno Kryuchkov aveva trascorso tutto il pomeriggio a riflettere. Non nutriva dubbi sul successo dell’operazione che era stata preparata e programmata in gran segreto, né sulla liceità della stessa. Se esitava era a causa del suo carattere, talvolta refrattario all’azione. Quando prese in mano il telefono e compose personalmente il numero ormai imbruniva. Dall’altro capo della linea ultrasicura gli rispose il ministro della Difesa Dmitry Yazov.
Kryuchkov pronunciò poche parole.
Dopo un silenzio di alcuni secondi, ottenne la risposta voluta.

Grazie alla glasnost e alla perestroika, rispetto al passato per uno straniero era molto meno complicato entrare in Unione Sovietica, specie se lo straniero in questione risultava essere un facoltoso uomo d’affari canadese propenso a fare grossi investimenti che avrebbero aiutato l’asfittica economia russa. Gorbaciov aveva un disperato bisogno di aiuto e di fondi da parte delle nazioni occidentali per portare avanti le sue riforme; e i Paesi capitalisti non erano più visti come i nemici per antonomasia.
Ciononostante, un agente della CIA non sarebbe stato il benvenuto; ma Martin Yarbes disponeva di documenti perfetti, abilmente falsificati, e la sua identità risultava del tutto credibile.
Benché non fosse più giovanissimo, Yarbes era ancora un agente operativo, di grado elevato, e se probabilmente non poteva più camminare per quaranta chilometri in un deserto o attraverso un tratto montagnoso con quaranta chili sulle spalle, era ancora in buona forma fisica e soprattutto dotato di vasta esperienza. Inoltre, parlava un russo accettabile, e ciò gli sarebbe stato sicuramente utile.
Incontrò l’uomo che cercava in un piccolo locale posto alla periferia orientale di Mosca. Cenarono in silenzio. Yarbes coglieva la diffidenza dell’altro e sapeva che sarebbe stato inutile conversare parlando del tempo o di sport; per il suo interlocutore sarebbero state chiacchiere superflue. Sapeva anche che esisteva la possibilità che quello che avrebbe detto sarebbe stato accolto con scetticismo. Infine, poteva darsi che, pur credendogli, il russo si sarebbe rifiutato di collaborare. A Langley si erano fatti una certa idea a riguardo di quell’uomo ma, contrariamente a quanto credevano, non erano infallibili.
Malgrado l’aspetto dimesso del ristorante, il cibo era buono e l’americano consumò con piacere la cena. Altri, al posto suo, si sarebbero limitati a spiluccare le pietanze, a causa dell’ansia; ma Yarbes da anni conviveva con il pericolo.
Davanti a una vodka, affrontò direttamente l’argomento. Naturalmente non accennò alla talpa che con le sue informazioni aveva raggelato i vertici della CIA e si guardò bene dal fare riferimento ai mezzi sofisticati di cui si avvaleva l’Agenzia, mezzi che allo stato attuale erano sconosciuti al KGB.
Se il suo interlocutore rimase impressionato da ciò che svelò, non lo diede comunque a vedere. Lo fissava con uno sguardo freddo e impassibile.
Yarbes aspettò una risposta.
“Se queste informazioni sono attendibili, io non ho la facoltà di intervenire.
D’altro canto, non vedo come abbiate potuto procurarvele; e non ignoro certo che da sempre siete maestri della propaganda. Forse sono solo menzogne.”
Alla faccia dei maestri della propaganda!, pensò l’americano. Però sorrise e ribatté con tranquillità. “E’ tutto vero.”, dichiarò. “Ovviamente non sono autorizzato a rivelare le fonti…”
“Ovviamente.”, fu la replica asciutta.
“Ha acconsentito a incontrarmi. Eppure sapeva che appartengo alla CIA.”
Non era stato semplice persuadere il russo a parlare privatamente con un esponente del servizio segreto americano. Era occorsa tutta la pazienza e l’abilità di un funzionario dell’ambasciata britannica con il quale il sovietico era in buoni rapporti. Sebbene fosse all’oscuro della vera natura dell’incarico di Yarbes, l’inglese aveva recitato bene la sua parte accennando a “notizie esplosive”. Ciò aveva stimolato l’interesse dell’uomo che ora sedeva di fronte a Martin.
“Potrebbe essere semplice curiosità. Trovarmi faccia a faccia con un vero cekista.”, affermò il sovietico.
Yarbes non si scompose. Se quella missione fosse stata facile, non l’avrebbero affidata a lui. E, tutto sommato, era inevitabile che il russo si dimostrasse diffidente.
“Perché non arrestarmi, allora?”
Di nuovo, quello sguardo gelido. “La serata non è finita.”
Quando un agente agisce sotto copertura diplomatica, figurando come addetto culturale di un’ambasciata o di un consolato, nel caso in cui venga smascherato non corre particolari rischi. Viene espulso e rimandato in patria. Per Yarbes la situazione era diversa, dato che era arrivato a Mosca  senza alcuna copertura; la sua missione era top secret persino per le alte sfere americane: ne erano a conoscenza soltanto il presidente degli Stati Uniti, che l’aveva autorizzata, il Segretario di Stato, il direttore della CIA e altri tre o quattro dirigenti al massimo livello di Langley. Perciò, quella minaccia pronunciata in termini allusivi andava presa molto sul serio.
Yarbes trasse un sospiro. “Rifletta: perché dovrei mentire? Quale giovamento ne trarrebbero gli Stati Uniti? Nessuno. Un cambio al vertice non ci riguarderebbe minimamente. Anzi, per certi versi, potrebbe addirittura danneggiarci, qualora venisse scelto un elemento dotato di maggiore intelligenza e personalità… come lei, ad esempio. Se non è in grado di intervenire, può però riferire il tutto a chi di dovere. Sappiamo che lui non ama particolarmente la persona coinvolta e che medita da tempo di sbarazzarsene. Bene, adesso è giunto il momento di farlo. Io per ovvi motivi sono escluso, non sarei mai ricevuto.”
“Perché non avete seguito le vie ufficiali? Una comunicazione diretta da parte del vostro governo?”
Yarbes scrollò le spalle. “Sa meglio di me che non sarebbe possibile. E’ una questione troppo delicata.”
L’altro annuì. Era ovvio, e poi per poter sostenere certe cose è necessario disporre di prove certe, inconfutabili: documenti, foto, registrazioni telefoniche. L’agente della CIA non aveva nulla di tutto questo. Inoltre, esistevano delle sottili implicazioni politiche che non avrebbero permesso all’amministrazione americana di muovere un simile passo. Aveva posto quella domanda solo per osservare la reazione dell’altro.
Seguì un lungo silenzio.
Il russo prese una moneta e la immerse in un bicchiere d’acqua.
La scrutò pensieroso.
“Se deciderò di crederle, ci rivedremo fra due giorni. Qui.”
Si alzò dal tavolo e, senza un saluto, guadagnò l’uscita del ristorante.

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Era una giornata stupenda: il sole splendeva in un cielo terso che sembrava l’opera di un pittore, una lieve brezza accarezzava le onde del mare creando giochi di luce scintillanti. In lontananza, si scorgevano i profili delle montagne, e poco lontano dalla spiaggia la campagna celebrava l’estate in un prodigio di colori. Il vento mitigava il caldo ed era possibile camminare scalzi o restare distesi sulla sabbia senza dover patire alcun disagio. Ivan e Sonia si diressero verso il promontorio, mano nella mano. Da lì guardarono le barche a vela impegnate in una regata; la boa non era distante dal punto in cui si trovavano: le star dalla linea slanciata arrivavano di poppa, strambavano e poi si allontanavano dalla costa, risalendo il vento nel bordo di bolina.
I due giovani si sedettero su una roccia, assaporando la carezza del sole. Quella mattina erano stati in paese a esplorare un mercatino, quella sera avrebbero cenato in un delizioso ristorante, in riva al mare, e poi sarebbero andati in discoteca. E’ il più bel giorno della mia vita, pensò Ivan, mentre si chinava per baciare la sua bionda compagna. Uno di quei giorni che non si dimenticano, che restano impressi per sempre nella memoria.
Sonia era leggermente sudata; il suo corpo sapeva di donna sana ed eccitata. Nessuno avrebbe potuto vederli; fecero l’amore con un’intensità straordinaria. Era sempre bello amarla, ma quella volta fu magica. Raggiunsero una simbiosi talmente intensa da trascendere i limiti della carne per raggiungere quelli dell’anima. Era come se viaggiassero in un mondo creato solo per loro, dove la felicità diventava assoluta, totale, infinita.
Appagati, si stesero a riposare. Ma Sonia era una ragazza piena di energia: dopo pochi minuti si alzò per andare a tuffarsi nell’acqua verde. Ivan la seguì. Nuotarono con un buon ritmo fino al largo, si misero al dorso per recuperare le forze e con maggiore calma tornarono a riva.
Ora faceva più caldo; si crogiolarono al sole ascoltando “Stairway to heaven”. La canzone del nostro amore, la definiva Ivan, dato che l’avevano sentita per la prima volta alla festa in cui si erano conosciuti. Era successo sei mesi prima, in una fredda serata invernale. Quei sei mesi erano volati. Ivan ricordava molto bene quando Sonia gli aveva detto il suo primo “ti amo”. Era stato in una notte di maggio, mentre l’auto correva in una stradina di campagna, la chitarra di Jimmy Page esplodeva nell’assolo straordinario che rappresentava l’apice di quella magnifica canzone dei Led Zeppelin, e Ivan pigiava sull’acceleratore, a caccia di adrenalina e di gioia.
“Ti amo!”, le disse accarezzandole il viso. “Ti amo e voglio sposarti.” Era il momento giusto per dirglielo: davanti al mare, in un pomeriggio che sarebbe rimasto scolpito nel suo cuore.
“Anch’io voglio sposarti, amore mio!” Sonia gli sorrise, e in quel sorriso era racchiusa la vita.

Prima c’era stato il buio, e prima ancora il dolore.
A tratti emergeva un ricordo, simile a un raggio di sole che per un attimo appare in mezzo alla nebbia. Ma erano momenti fugaci, destinati a scomparire quasi subito. Inghiottiti dalla sofferenza. Quando sognava, cercava disperatamente una risposta, che tuttavia non riceveva. La sua mente era confusa, attraversata da strane sensazioni o da aghi velenosi che gli mordevano il cervello. Gli capitò di formulare un pensiero, o almeno ciò che maggiormente poteva avvicinarsi al concetto di pensiero. E lei? Poi venne a sapere, e non avrebbe mai capito in che modo (glielo avevano detto? Aveva rivisto quello che era accaduto?) che Sonia stava bene. Una volta gli sembrò di vederla, attraverso la cortina che lo separava dal mondo.
Un incubo lo tormentava spesso: la macchina che sbandava e finiva fuori strada. L’esplosione di dolore. Poi di nuovo buio. Un buio impenetrabile.
E infine, poco prima dell’alba di un giorno uguale a tanti altri, sognò la spiaggia.
Il più bel giorno della mia vita.
Nel letto dell’ospedale Ivan sorrise.
Un istante dopo smise di respirare.

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Poi arrivò la ragazza con la valigia colorata.
Avevo visto solo una sua foto: era bella, capelli bruni, gambe atletiche; camminava scalza sulla spiaggia e indossava dei pantaloncini corti di jeans.
Però conoscevo piuttosto bene la sua anima. Prima di incontrarci ci eravamo scambiati una quantità di e-mail, e avevamo parlato più volte al telefono. Da quel punto di vista sapevo cosa aspettarmi. In quanto al resto, esisteva un’incognita.
Da quanto avevo appreso di lei, Simona possedeva un mondo interiore ricchissimo. Lo avrei paragonato alle stagioni: poteva essere calda come l’estate, dolcemente nostalgica come l’autunno, gelida come l’inverno, spensierata e gioiosa come la primavera. Nella sua vita, aveva sperimentato l’appagamento dell ‘amore, la trasgressione dei sensi e la solitudine dell’abbandono. Era stata investita dalla tramontana, bagnata dalla pioggia, e riscaldata dal sole; non necessariamente in quest’ordine.
Con me si era dimostrata franca e aperta. Se devo essere sincero io un po’ meno, molto meno.
Ma quel giorno ciò che contava era incontrarla. Mi sentivo ansioso, tuttavia anche impaziente di vederla, di percepire una presenza reale, di parlarle guardandola negli occhi. Era da molto tempo che non mi succedeva.
Le andai incontro.
Simona mi abbracciò.
C’era stato un momento, proprio mentre veniva annunciato l’arrivo del treno, in cui avevo pensato di andarmene. Avrei lasciato la stazione, sarei salito in macchina e sarei tornato a casa. Simona non sapeva dove abitavo, il mio numero di telefono è riservato e avrei spento il cellulare. Per lei sarebbe stata una grande delusione: aveva speso un sacco di soldi per prenotare l’albergo e comprare il biglietto. Si era sobbarcata un viaggio di molte ore. Mi avrebbe aspettato invano, poi avrebbe compreso.
Ma fu solo l’idea di un istante. In realtà, desideravo conoscerla. Più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Quella mattina, mentre bevevo il caffè, avevo ascoltato i Led Zeppelin. Era un triplo cd dal vivo che avevo appena acquistato. Quando volevo sognare mettevo nel lettore un disco dei Jethro Tull; se, invece, avevo bisogno di una scarica di adrenalina optavo per il gruppo di Jimmy Page. E ciò che mi aveva spinto a incontrare Simona era proprio il bisogno di adrenalina.
Un gioco perverso?
No. Nel modo più assoluto. Era qualcosa di diverso, di molto più profondo; lei mi aveva colpito veramente: in caso contrario, non mi sarei esposto in quel modo. Perché immaginavo quello che sarebbe potuto accadere, e sebbene mi augurassi di non arrivare a quel punto, non ignoravo che forse era proprio ciò che lei desiderava.
Io so come mettere a proprio agio la gente: è un mio dono innato. So affascinare le donne, dato che riesco a essere galante senza risultare mai invadente; riesco a intromettermi in una discussione fra perfetti sconosciuti, e un istante dopo tutti penseranno di conoscermi da una vita; faccio ridere i bambini; e in un momento posso conquistare la fiducia di un cane, oppure persuadere il vigile più intransigente a levarmi una multa. In realtà, non sono molto interessato alle persone, ma mi diverto a dimostrarmi superiore a loro. A scuola studiavo poco, tuttavia prendevo voti altissimi perché ci so fare.
Con Simona funzionò subito, e non solo perché io volevo che funzionasse, ma per il semplice motivo che ero realmente attratto da lei.
Avevo capito che era una persona speciale. Lo avevo capito immediatamente. Fin dalla prima telefonata.
Trascorremmo quattro giorni stupendi. Le mostrai la mia città, visitammo musei e chiese, cenammo sempre nello stesso ristorantino, un locale delizioso dove servono il miglior caciucco di Livorno, e soprattutto parlammo.
Era inevitabile che prima di partire lei volesse vedere la mia casa.
Quando la feci accomodare sul divano, si strinse a me. Sapevo che sarebbe successo. E stranamente non restai indifferente al profumo del suo corpo, al suo abbraccio morbido. Intuii che stava per baciarmi.
Fu allora che le raccontai tutto.
Le parlai di Paolo.
Al telefono non avevo taciuto per viltà. Se fossi stato sposato e non glielo avessi detto, il mio comportamento sarebbe stato peggiore, in quanto avrebbe dimostrato che nutrivo intenti lascivi o che comunque ero pronto a tradire due donne contemporaneamente. Ma Paolo era morto da tre anni, e dopo di lui non c’era stato nessun altro. E nemmeno prima, dato che mi ero innamorato di lui in seconda liceo. Inizialmente non mi aveva corrisposto; mi considerava il suo migliore amico, e frequentava la più bella ragazza della classe. Ma troppe furono le ore che passammo assieme a studiare, troppi i libri che ci scambiammo, troppo forte l’intesa che, giorno dopo giorno, venne  a crearsi fra noi. Paolo era intelligente, bello e sensibile. Biondo con gli occhi chiari lui, bruno con gli occhi grigi io; piccolo e mingherlino l’uno, alto e muscoloso l’altro. Quante volte lo difesi e quante volte feci a botte per lui! Sebbene all’epoca non fosse (ancora) omosessuale, o più precisamente ignorasse la sua vera natura, aveva un aspetto fine e delicato che dava fastidio ai bulli della scuola. Stava con Stefania, ma questo non gli evitava il sarcasmo feroce di cui siamo capaci noi toscani.
Quando finimmo a letto, lui si innamorò di me. Io lo amavo già da sempre.
Simona mi ascoltava in silenzio. Notai che non si era scostata. Non scorsi alcun segno di delusione o di fastidio. Era possibile che fosse sconcertata, ma non lo diede a vedere.
Quando finii di parlare, si accese una sigaretta. “Non sei mai stato con una donna?”
Scossi la testa.
“Perché hai voluto conoscermi?” La sua voce era dolce. Non c’era traccia di risentimento. La guardai. Era bella; mi rendevo conto di desiderarla, ma avevo paura. Temevo che il contatto con il suo corpo mi disgustasse. “Perché”, risposi lentamente, “tu gli assomigli. Non fisicamente, intendo…” Lasciai in sospeso quelle parole, rendendomi conto che erano stupide. Mi sforzai di farle capire quello che provavo, di aprirmi veramente. Infine, dissi la cosa che al momento mi sembrava più giusta. “Io amavo Paolo perché era “lui”, e ora credo, penso, di amare te. Siete così simili, quasi foste fratello e sorella: la stessa sensibilità, i medesimi tormenti dell’anima, il bisogno di essere capiti, protetti, difesi da tutto quello che c’è di orribile là fuori.” Indicai la finestra spalancata sul mare. Le stelle rilucevano nella notte e la luna splendeva, un lieve vento disegnava forme fantastiche sull’acqua scura. “Quello è bello.”, dissi. “Il mondo è bello. Però, esistono anche l’invidia e la cattiveria, l’ignoranza e la violenza più ottusa.”
Trassi un profondo respiro. “Io… ti aspettavo da quando è morto Paolo.”
Non mi chiese come era successo.
Mi baciò sulla bocca.
Fui sul punto di ritrarmi, ma dopo un istante ricambiai il bacio. All’inizio con dolcezza, poi in modo quasi selvaggio, disperato. La sua lingua era morbida, calda. Si staccò da me e cominciò a spogliarsi.
Io rimasi incantato a guardarla.

Quando la riaccompagnai alla stazione, sapevo che sarebbe tornata.
E sapevo anche un’altra cosa.
Che questa volta non sarebbe più ripartita.

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