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Archive for settembre 2012

MATRIOSKA 45

La donna si chiamava Michelle Anglade.
Malgrado fosse inverno era affannata e sudata. Aveva ricevuto la comunicazione da Langley soltanto il pomeriggio precedente, accompagnata dal divieto assoluto di usare telefoni o computer. Doveva consegnare il messaggio di persona. Lavorando vicino ad Hanault, ciò risultava praticamente impossibile.
Però, Michelle era intraprendente e risoluta. Dopo una breve meditazione, aveva accusato un’emicrania intollerabile; mai in vita sua aveva sofferto tanto.
Hanault si rivelò comprensivo e la invitò a rincasare. Un buon sonno era quello che ci voleva.
Michelle Anglade avrebbe voluto precipitarsi sul primo aereo in partenza per Nizza, ma sapeva che era rischioso. Gli aeroporti erano sorvegliati e, se qualcuno l’avesse riconosciuta, poi sarebbe stato complicato spiegare ad Hanault che il mare della  Costa Azzurra rappresentava il miglior antidoto contro il mal di testa. Lo stesso discorso si applicava in parte alle stazioni ferroviarie.
Perciò era salita sulla sua vecchia Renault.
Dimostrò una buona resistenza fermandosi soltanto due volte, vicino a Lione per fare il pieno, bere un doppio caffè e andare in bagno e poi in prossimità di Marsiglia ancora per la benzina e per andare in bagno.
Arrivò a Cannes, sfinita, dopo quasi dieci ore di viaggio.
Michelle apparteneva allo SDECE, ma era una talpa degli americani. Fra le due nazioni i rapporti erano buoni, tuttavia esisteva un unico Paese al mondo che fosse esente da agenti doppi che erano al servizio della CIA: l’Inghilterra.
In Italia ve n’erano almeno venti, quasi come in Germania e in Belgio. Si trattava di Stati amici ma questo non impediva agli americani di voler sapere con certezza ciò che succedeva all’interno delle loro strutture di intelligence.
In Francia, le talpe erano due. Per ragioni di sicurezza non si conoscevano, pertanto non potevano scambiarsi informazioni. La talpa numero uno aveva avvisato Langley che due uomini del Servizio d’azione, Bernard Leblanc e Antoine Guimard, avevano seguito Yarbes a Cannes. Era presumibile che stessero osservando sia lui, sia Julien Delpech, la sua potenziale vittima, l’ex militare che aveva combattuto per Charles de Gaulle ma che adesso sembrava in combutta con il KGB.
Appresa la notizia, la CIA l’aveva comunicata, attraverso mille misure precauzionali, a Michelle Anglade. Ciò aveva comportato una notevole perdita di tempo. Se Michelle avesse potuto parlare personalmente con la talpa numero uno – dalla quale magari la dividevano soltanto pochi metri – tutto sarebbe stato più semplice e più veloce. A volte, la donna si chiedeva quanto la paranoia influisse su tali complicate procedure.
Michelle non era un’idealista: si era venduta per denaro, dato che amava il lusso. Era bruna, carina e le piaceva vestirsi bene. Per non destare sospetti abitava in un monolocale, che peraltro era stato arredato senza badare a spese. Beveva spesso champagne e in certi casi ne faceva un uso particolare. Ma quello che contava era che un giorno – così le avevano promesso – sarebbe andata a vivere a San Francisco a spese della CIA.
Nel frattempo, dopo aver suonato invano al citofono dell’appartamento del Palais des Dunes, dopo aver girato in lungo e in largo la Croisette e Rue d’Antibes, e aver fissato per un’ora l’entrata del Martinez, e dopo essere entrata nell’albergo inventando un pretesto per sapere se monsieur Delpech si trovava in camera ed essersi sentita rispondere di sì, in preda al panico era tornata al Palais des Dunes. Aveva cercato la concergie. Purtroppo era una donna bisbetica che aveva messo a dura prova i suoi nervi. Ma alla fine aveva scoperto qualcosa di molto importante.
L’americano non era venuto da solo in Francia – come invece credevano a Langley.
Con lui c’era una donna.
Ricorrendo a tutta la sua pazienza, e devolvendo una generosa mancia, era riuscita a farsela descrivere.
Ma dove si trovava ora? Nell’appartamento non c’era.
La portinaia le aveva indicato la spiaggia. “Sta passeggiando.”, disse. “Scalza.”, precisò con un tono di voce che stava a significare che la considerava un’eccentrica (d’altro canto, tutti gli americani lo erano).
Michelle si era tolta le scarpe a sua volta e aveva esplorato la spiaggia.
Non era stato difficile individuarla, dato che in quel momento era l’unica donna presente. La scrutò con attenzione e trasse un sospiro di sollievo: corrispondeva alla descrizione che le aveva fatto la concergie.
Il messaggio di cui era latrice Michelle era importantissimo.
L’operazione andava annullata.
Si mise a correre verso di lei.
Monica Squire la guardò arrivare, perplessa.
Finalmente Michelle la raggiunse. Era senza fiato. Farfugliò alcune parole incomprensibili. Monica la invitò a calmarsi.
Michelle riprese fiato e, in un buon inglese, spiegò rapidamente la situazione.
Monica consultò l’orologio.
“Mi dispiace.”, disse. “Ormai è troppo tardi.”
L’altra parve smarrita.
“Il russo è morto. Ed è quello che volevamo.”, aggiunse Monica.

Bernard Leblanc e Antoine Guimard appartenevano da anni al Servizio d’azione, il quinto dipartimento dello SDECE.
Il Servizio d’azione godeva di una fama sinistra: non era detestato soltanto dai nemici, ma anche dalla stessa polizia francese, nonché da altri settori dello SDECE e del DST (Direction de la Surveillance du Territoire).
Era una fama meritata, che risaliva ai tempi della guerra in Algeria. Non si contavano le azioni feroci dapprime rivolte contro gli algerini e successivamente nei confronti dell’OAS, una potente organizzazione militare che si era opposta alla decisione di Charles de Gaulle di abbandonare quella colonia francese. L’OAS colpiva duro – aveva attentato più volte alla vita di De Gaulle, considerandolo un traditore -, il Servizio d’Azione ribatteva con eguale spietatezza. I suoi uomini non erano esattamente dei gentiluomini, e per loro ogni mezzo era lecito.
Per quello, Hanault si era raccomandato con il responsabile del quinto dipartimento che venissero inviati a Cannes due elementi di provata fiducia, e non due semplici assassini.
Bernard era un uomo calmo e riflessivo, Antoine il suo braccio armato.
Attraversarono rapidamente la spiaggia. Erano a piedi nudi e correvano senza fare rumore, addestrati da sempre a sapersi muovere silenziosamente. Antoine Guimard era giovane, ma Bernard Leblanc, pur non essendo ancora vecchio, aveva combattuto in Algeria, e in seguito in Francia contro l’OAS. All’epoca aveva vent’anni e aveva imparato subito una cosa importante: nel suo lavoro non erano ammessi sbagli, pena la morte. E fare rumore rientrava nella categoria degli errori più gravi.
Quando giunsero alle spalle di Yarbes, l’americano stava per sparare.
Se fosse dipeso da lui, Guimard non avrebbe esitato: una pallottola nel cranio dell’Américain e la faccenda si sarebbe chiusa lì; però aveva ricevuto ordini precisi, e, in ogni caso, Leblanc lo avrebbe fermato.
Perciò si limitò a sferrare un calcio alla preziosa arma di Yarbes. Nel frattempo, Leblanc gli puntò la pistola alla testa.
“Faccia a terra e braccia allungate davanti al corpo!”, sibilò in un inglese poco più che pessimo.
Sconcertato, Yarbes obbedì.
Lo perquisirono, quindi gli intimarono di alzarsi.
Leblanc gli mostrò il distintivo, mentre Guimard recuperava il fucile.
L’agente della CIA valutò la situazione. Erano in due, entrambi armati e dall’aspetto deciso. Se si fosse mosso velocemente, avrebbe potuto metterne fuori combattimento uno, però l’altro gli avrebbe sparato. E, a parte questo, non erano sovietici: non gli era permesso di aggredirli in casa loro. Scoccò un’occhiata carica di rimpianto al ristorante dove Matrioska, all’oscuro di tutto, stava pranzando con calma.
C’era mancato così poco!
Un secondo. Un solo maledetto secondo!
Leblanc, in un inglese se possibile ancora più tremendo, gli ordinò di seguirli. Accompagnò le parole con un gesto, che probabilmente risultò più comprensibile.
A testa china, Yarbes si incamminò, come un prigioniero.
E in effetti, lo era.

Aleksandr finì tranquillamente di mangiare il prelibato piatto di moules avec frittes.
Ordinò un gelato e poi il caffè.
Pagò il conto, si alzò, rivolse un cenno di saluto al cameriere che lo aveva servito in quei giorni e con calma tornò al Martinez.
Aveva individuato Yarbes fin dal primo momento; in quanto ai due francesi, che seguivano l’uno l’americano e il secondo lui, gli erano sfuggiti soltanto la prima sera, quando aveva cenato all’Auberge Provencale, forse a causa della stanchezza o dell’atmosfera magica che si respirava in quel locale. Dopo di allora era sempre stato consapevole di due fatti: Yarbes lo seguiva per ucciderlo, i due agenti dello SDECE per proteggerlo, poiché era un cittadino francese. Dato che Yarbes non si era accorto di loro, non correva alcun rischio. Aleksandr non ignorava che il Servizio d’azione, cui quasi certamente appartenevano i due francesi, era uno dei migliori del mondo, e fra i più violenti.
Perciò non prese nessuna precauzione e trascorse una vacanza rilassante e più piacevole del previsto. Anche per merito dell’esuberante Elke.
Aveva meditato di procurarsi un giubbotto antiproiettile, ma sarebbe stato inutile: l’americano avrebbe mirato alla testa.
Per gioco, si mise nei panni di Yarbes. Se fosse venuto in Francia con una macchina, o un camion, avrebbe potuto celare all’interno della vettura l’arma destinata ad ammazzarlo; ma in tal caso avrebbe già tentato di farlo. Se, invece, avesse preso un aereo, non avrebbe potuto portare armi con sé. Quindi giocoforza avrebbe dovuto procurarsene una in loco. Non era difficile, però per questo occorreva del tempo, soprattutto se – come immaginava – l’americano avesse voluto uno strumento perfetto. Scommise con se stesso che avrebbe effettuato il suo tentativo l’ultimo giorno. Per facilitargli il compito andò a mangiare sempre allo stesso ristorante, riservandosi le novità per la sera.
Il luogo era molto adatto, e Matrioska stesso lo avrebbe scelto. Sulla Croisette o in Rue d’Antibes sarebbe stato impossibile, a meno di voler intraprendere un’azione suicida ma si sentiva di escludere che Yarbes nutrisse un simile proposito. Gli avrebbe sparato da lontano, e lì esistevano le condizioni migliori per poterci riuscire. Nei mesi estivi sarebbe stata una follia, ma a gennaio quella spiaggia era quasi sempre deserta.
Mentre si dedicava al pranzo (in quel ristorantino si mangiava davvero bene), scorse prima i due uomini dello SDECE e subito dopo l’americano.
Sebbene fosse piuttosto distante da lui, notò comunque la perizia con cui assemblava l’arma e la calma che traspariva da ogni suo gesto: era un bravo professionista.
Scosse il capo, commiserandolo, quando uno dei due francesi gli puntò la pistola alla testa.
Poi li vide andar via.

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IL PUPAZZO DI NEVE

La neve scendeva, ammantando il grande parco di bianco. Era una notte fredda. Spirava il vento di settentrione, che trascinava i fiocchi ricoprendo gli alberi dai grandi fusti, le panchine consumate dal tempo, il prato che, con il suo verde brillante, d’estate rappresentava la meraviglia di quel luogo. A tratti la luna faceva capolino; ma le stelle brillavano lontane, di una luce spettrale, simili a gioielli gelidi e irraggiungibili. Un cane si aggirava infreddolito, in cerca di un riparo che peraltro non esisteva.
Era la notte di Natale, ma questo non importava assolutamente a Katia. La giovane si era addentrata nel bosco, situato oltre al parco,  protetta dai vestiti pesanti e dagli stivali felpati. Non aveva freddo, né fame, sebbene avesse saltato la cena. Non era la prima volta che succedeva; negli ultimi mesi non aveva mai voglia di mangiare, e neppure di scrivere. C’era stato un tempo in cui il suo vasto talento era emerso prepotentemente: aveva incominciato a pubblicare un romanzo fantasy su WordPress, riscuotendo un immediato successo. Fin da bambina possedeva il dono della scrittura. Quando pigiava i tasti del pc non aveva bisogno di pensare: le parole uscivano da sole, trasformandosi in frasi, e le frasi diventavano un racconto. Lo stile era superbo, e la storia da lei narrata avvincente. Fu fatale che un editore la contattasse. Il libro sarebbe diventato un best seller, l’aveva incoraggiata, e la sua originalità, quella di unire una vicenda magica all’introspezione dei personaggi, avrebbe rappresentato la chiave della sua affermazione letteraria.
Katia firmò il contratto.
Ma poi… smise di scrivere.
Era un’ottima giocatrice di tennis, ma rinunciò al campionato societario che avrebbe agevolmente vinto. Aveva la media del ventisette, tuttavia non si presentò più agli esami universitari. Frequentava senza particolare entusiasmo un giovane che si chiamava Dario; però lo lasciò comunicandogli freddamente la sua decisione in un grigio pomeriggio di ottobre.
Dato che non riceveva nuovo materiale, l’editore la sollecitò. Katia ignorò le sue missive.
Ma tutto questo era successo prima, in un tempo che ormai le sembrava remoto, benché fosse trascorso soltanto un mese da quando il contratto di edizione era stato rescisso.
Katia si addentrò nel folto del bosco. Era agile e procedeva spedita, malgrado lo spesso strato di neve che si accumulava con il passare dei minuti.
Non si era interrogata sui motivi del suo comportamento, poiché non era necessario. Conosceva già la risposta, e le andava bene così.
Raggiunse uno spiazzo circolare e si sedette per terra. Fu raggiunta da un senso di pace. Tutto era silenzioso; il vento era cessato, ma la neve continuava a scendere. I fiocchi si depositavano uno sull’altro, creando uno scenario di incomparabile suggestione. Era bello il bosco di notte; era bella la neve che, quasi danzando, la accarezzava.
Da bambina aveva costruito uno splendido pupazzo, e per qualche ragione pensava che quello fosse stato l’atto più importante della sua vita. Un culmine mai più raggiunto, né tanto meno superato. Distolse lo sguardo dal passato per rivolgerlo al presente.
Il futuro non esisteva.
Quel senso di tranquillità interiore, di serena accettazione di se stessa, riusciva perfino a non farla pensare a lei. L’aveva conosciuta in un bar. Non era stato Dario a parlargliene, ma un certo Francesco, un giovane spavaldo e attraente che la sapeva lunga. All’inizio non le piacque. Tuttavia, dopo la seconda volta, capì che lei era più importante del libro, degli studi, del tennis. Non avrebbe mai conosciuto un ragazzo così affascinante; nessuno sarebbe riuscito a coinvolgerla in un modo tanto intenso. Lei era decisamente al di sopra di tutte le persone che aveva frequentato, uomini o donne che fossero. Certo, costava molto. Non si concedeva gratuitamente. Ma Katia sarebbe stata disposta a pagare qualsiasi cifra pur di averla sempre con sé. Era una nuova vita, estremamente eccitante. Niente a che vedere con la sua passata esistenza. Era il coinvolgimento totale, assoluto. L’amore?
Sì, era l’amore. Katia viveva per lei, malgrado a volte l’attesa fosse insopportabile. Ma quando, finalmente, poteva entrare nella calda e accogliente stanza da bagno della sua casa e, dopo essersi chiusa dentro a chiave, osservare quella meravigliosa striscia bianca, raggiungeva l’unica estasi che avesse mai sperimentato.
Seduta nella neve, alzò gli occhi al cielo. Le parve di sentire il rumore di un aereo che volava molto in alto. Forse ne scorse anche le luci, sebbene non ne fosse certa.
Portami lontano, pensò.
Portami in un nuovo mondo.
Fu colta da una profonda irritazione: quei pensieri non le appartenevano; si erano presentati all’improvviso, contro il suo volere.
A lei andava bene così.
Ma essi tornarono, avvolgendola in una spirale.
Portami al mare. Voglio camminare scalza sulla sabbia, entrare nell’acqua limpida, avvertire il calore del sole sulla pelle. Voglio addentrarmi fra le onde, nuotare, spingermi al largo fino alla barriera corallina. Giocare con i delfini. Guardare un cielo diverso, e provare emozioni più sincere.
Portami lontano, in terre calde e sconosciute.
Ora nevicava più forte. Katia rinunciò a lottare. Lasciò che il nuovo flusso di pensieri entrasse in lei.
Portami lontano.
Regalami solo un minuto di serenità.
Si accoccolò per terra e chiuse gli occhi. Non aveva freddo; piuttosto avvertiva come una sensazione di torpore. La sua mente vagava, e lei ignorava se ciò che vedeva esisteva veramente, oppure se si trattava soltanto di un sogno.
Portami lontano.
Tanto lontano.
Poi, con gli occhi delle fate, rivide se stessa bambina.
Stava costruendo un magnifico pupazzo di neve.
Per la prima volta dopo molto tempo Katia sorrise.
Al resto avrebbe provveduto il freddo, trasformando le sue lacrime in cristalli.

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MATRIOSKA 44

Quando Yarbes bussò nuovamente alla porta del francese, questi lo accolse con un gran sorriso.
“Il fucile è pronto, monsieur.”, dichiarò mentre lo precedeva nel laboratorio. “Ed è esattamente ciò che voleva: estrema precisione, cento metri di portata di tiro, mirino laser, munizioni del tipo a punta cava.”
Gli consegnò una sacca da golf con una serie di mazze. Il manico di una di esse conteneva la canna, nella testa più grossa di un’altra c’era il calcio, in una terza il sistema di scatto. Tutti i pezzi dell’arma erano stati approntati con estrema cura e sistemati in modo perfetto. Era il classico lavoro realizzato a regola d’arte. Yarbes esaminò attentamente le varie componenti, poi fece una prova. Impiegò dieci secondi ad assemblare il tutto. Annuì, soddisfatto.
Il francese lo guardava con ammirazione. “Parbleu!”, esclamò. Non aveva mai visto nessuno più rapido di lui, nonostante annoverasse fra i suoi clienti killer professionisti, guardie del corpo marsigliesi e sicari provenienti dalla Corsica.
Yarbes gli diede il resto della somma dovuta e gli strinse la mano. “Davvero un ottimo lavoro.”, disse.
Il francese sorrise compiaciuto. Poi gli indicò un posto isolato a pochi chilometri di distanza, nell’entroterra, dove avrebbe potuto sperimentare il bijoux. Yarbes decise di andarci subito in modo da essere di ritorno al massimo per le undici. La prova superò le sue più ottimistiche previsioni.
Quando tornò in città con la vecchia Citroen presa a nolo, posteggiò nei pressi del Martinez e attese. Aveva impiegato più tempo del previsto, a causa del traffico. Malgrado fosse mattino un camionista era già ubriaco e aveva tamponato un furgoncino del latte. In compenso, la località che gli aveva suggerito l’armaiolo era perfetta e il fucile aveva mantenuto tutte le promesse: era un ordigno micidiale. Rientrando in città, Yarbes si augurò che Matrioska non cambiasse abitudini proprio quel giorno.
Fu fortunato.
Quaranta minuti più tardi, Matrioska uscì dall’albergo e prese la solita direzione. Camminava piano, godendosi la passeggiata.
Yarbes aspettò che si allontanasse.
Poi si incamminò lungo la Croisette.
Passò davanti al Martinez, al Carlton, al Majestic. Si teneva dall’altro lato della strada, sulla passeggiata a mare, confuso fra decine di turisti. La sua tenuta da giocatore di golf non dava affatto nell’occhio, anche perché non si era messo addosso nulla di stravagante. Era stata Monica a scegliere e ad acquistare gli indumenti adatti in un negozio sportivo di Rue d’Antibes, durante un raro momento di libertà. E, in ogni caso, a meno di dieci chilometri di distanza dall’hotel Martinez, alla Napoule, c’è un bellissimo campo di golf, circondato da suggestivi filari di pini. E’ lungo 5676 metri, cioè poco più della metà del percorso che Yarbes avrebbe dovuto seguire. L’americano poteva essere un patito del moto oppure avere la macchina parcheggiata lì nei dintorni. Il campo è aperto tutti i giorni.
Yarbes si fermò per qualche istante a osservare un clown capace di restare immobile dal mattino fino alla sera e lasciò cadere una banconota nel suo cappello. Conteneva già un discreto gruzzolo, segno che la gente era stata generosa (perlopiù si trattava di turisti inglesi).
Notò una ragazza bionda che indossava calzoncini corti e scarpe da ginnastica; prese atto che aveva delle belle gambe, ma le dedicò soltanto una rapida occhiata. Le gambe di quella francese che stava facendo jogging avrebbero potuto ricordargli Leila, dato che erano slanciate come le sue, e  la sua maniera di correre, sulla punta dei piedi, era simile; perfino il viso aveva dei tratti in comune: ma non era il momento adatto per lasciarsi prendere dalla nostalgia. Aveva già sofferto anche troppo per quello che era successo in quel giorno ormai lontano. Se fosse stato un uomo diverso forse le avrebbe dedicato un pensiero, ma nel corso degli anni si era costruito una corazza, probabilmente non pari a quella di Matrioska, però sufficientemente robusta.
Se un tempo Yarbes aveva nutrito dei sentimenti, adesso quel tempo era finito. Desiderava solo compiere il proprio dovere e compiacere il direttore della CIA, a cui doveva tutto e che stimava immensamente. Sebbene le decisioni che prendeva a volte potessero sembrare incomprensibili, alla loro base c’era sempre una logica inappuntabile, che a posteriori gli avrebbe dato ragione. Lo paragonava a un giocatore di scacchi, capace di ingannare l’avversario al punto da fargli credere di aver quasi vinto, tranne poi riservargli lo scacco matto. Yarbes sapeva che, grazie a lui, sarebbe salito molto in alto. Naturalmente, a patto di non fallire.
Guardò il parco giochi situato di fronte all’hotel Majestic, raggiunse il porto vecchio e infine imboccò Boulevard Jean Hibert.
Si era levato lo scirocco e faceva insolitamente caldo per un giorno invernale. D’altro canto, il clima della Costa Azzurra è assai diverso da quello di Londra, di Langley o di Mosca. Il cielo era limpido, solcato da pochissime nubi.
Yarbes scese sulla spiaggia, mantenendosi vicino al mare. Al largo, c’era ancora la nave da guerra americana.
Quando giunse davanti al ristorante vide subito Matrioska. Stava mangiando al solito tavolo e come d’abitudine era solo.
Yarbes si guardò attorno. In quel punto non c’era nessuno. Scorse due o tre figure molto distanti, che si stavano allontanando. Si spostò di circa una quarantina di metri, calcolò che lì l’angolo di tiro sarebbe stato più che soddisfacente, poi con calma depose a terra la sacca da golf.
Estrasse le mazze e mise insieme i vari pezzi.
Impiegò dieci secondi per completare l’operazione.
Si inginocchiò e prese accuratamente la mira.
Poteva vedere gli occhi del russo: freddi, grigi, privi di espressione. Avrebbe sparato tre centimenti al di sopra. E sarebbe stato sufficiente un colpo solo.
Appoggiò delicatamente il dito sul grilletto.
Cominciò a premerlo.

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