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Archive for agosto 2012

LO SPECCHIO DELL’ANIMA

Chiara Ballerini era una top manager di successo. Risoluta e aggressiva aveva compiuto una brillante carriera. Guadagnava molto, e poteva permettersi di visitare i luoghi più belli del mondo. Ma da quando aveva lasciato Marco aveva scordato il sapore della felicità. Era andata a letto con molti uomini e con qualche ragazza, traendone un piacere effimero. Si trattava soltanto di sesso, in certi casi appagante e in altri deludente, ma comunque sempre privo di una cornice di sentimenti. In passato non era stata una donna cattiva, ma era diventata dura e intransigente, nel lavoro come nella vita privata. Talvolta si era dimostrata anche priva di scrupoli.
Per la notte di fine anno sarebbe stata ospite di un conte che l’aveva invitata a una festa esclusiva. Avrebbe conosciuto gente importante, instaurato nuove relazioni: tutte cose utili per la sua professione. Naturalmente era elegantissima e dato che era molto attraente sarebbe stata la star della serata.
Faceva freddo, la neve era nell’aria e quando scese dalla Mercedes si strinse nella pelliccia incamminandosi verso il palazzo dove all’ultimo piano la attendeva la festa.
Per poco non andò a sbattere contro un vecchio che chiedeva l’elemosina. Indossava un sudicio cappotto che probabilmente non veniva lavato da anni, aveva la barba lunga e i capelli in disordine. Accovacciato per terra, tremava per il freddo. Chiara cercò il portafoglio nella borsetta e gli diede una banconota da cinque euro. Se li berrà tutti, pensò cinicamente. Stava per allontanarsi quando all’improvviso uno strano ricordo si insinuò nella sua mente. Era un fatto che ormai aveva scordato da tempo. Giovanna Arnaboldi era una giovane collega, destinata a un grande avvenire professionale. Nella scala gerarchica della  multinazionale in cui entrambe lavoravano occupava un gradino più alto del suo.
Una sera Chiara l’aveva invitata a cena, l’aveva sedotta e portata a letto. Mentre facevano l’amore, era riuscita a farsi raccontare alcune cose che avrebbero dovuto rimanere segrete e poi le aveva usate per rubarle il posto. Quando Giovanna le aveva chiesto in lacrime perché aveva voluto rovinarla, l’aveva sbattuta fuori dall’ufficio. Non era un bel ricordo. Volevo vendicarmi del mondo, tentò di giustificarsi. Avevo appena lasciato Marco per i suoi continui tradimenti. Lo amavo e stavo soffrendo molto. Comunque non era un buon motivo per fare le scarpe a una brava ragazza. Marco non l’aveva tradita con Giovanna. Chiara si accese una sigaretta. Era perplessa.
Malgrado la notte si fosse fatta gelida non riusciva a muoversi da lì. Stava rivivendo l’infelicità che aveva provato quando aveva lasciato Marco. Le sere vuote e silenziose, la tristezza profonda, i risvegli amari. E poi… come in un film vide i suoi comportamenti successivi, le scorrettezze e gli inganni di cui si era macchiata. Non solo con Giovanna. Adesso era ricca, tuttavia anche arida e vuota. All’improvviso la sua vita le parve priva di senso. Era come stordita. Senza una ragione apparente pensò all’amore. Al mondo non esisteva solo Marco, ma lei aveva deliberatamente escluso l’amore dal suo cuore: l’amore per un uomo, l’empatia per gli altri, la compassione. Aveva dato quei cinque euro al barbone per mettersi la coscienza in pace, ma lui le faceva schifo. Era un fallito, un reietto umano, un essere inutile, un parassita, un peso per la società. Inoltre, emanava un odore sgradevole.
Gli lanciò un’occhiata distratta. La stava osservando. La luce di un lampione le consentì di scorgerne l’espressione. Era un espressione singolare, un misto di comprensione e di saggezza antica, di aspettativa e di consapevolezza. Per alcuni istanti si guardarono in silenzio. Chiara era turbata.
Si rendeva conto che il muro che aveva costruito in tanti anni si stava sgretolando, ed era il muro della sua esistenza, composto da mattoni che aveva sempre creduto solidi ma che invece erano fatti di cartapesta. L’ambizione, l’arrivismo, il denaro. L’egoismo elevato a ragione di vita. Come dormo alla notte?, si domandò parafrasando una frase di una canzone di John Lennon. Come dormo alla notte, che sogni faccio, che ideali ho? Fu colta da un moto di stizza. Era solo un momento di debolezza, andava dimenticato al più presto. Voltò le spalle al vecchio e si diresse verso il palazzo.
Ma dopo pochi passi si fermò.
Tornò indietro. Avvertiva un malessere crescente, inspiegabile e misterioso. Era come percorrere un corridoio buio, disseminato di porte chiuse; se avesse trovato il modo di individuare quella giusta, se fosse riuscita a trovare la chiave e a entrare, allora forse avrebbe capito. Si rivolse al mendicante. “E tu perché non lavori, invece di chiedere la carità?” Era una frase sgarbata che pronunciò in tono duro, quasi offensivo. Per qualche ragione lo riteneva responsabile del suo stato d’animo.
“Perché ho un compito da svolgere.”, rispose il vecchio. “Tutti gli anni, al 31 dicembre, scelgo una persona a cui fare un dono. Il mio regalo è particolare. Uno specchio. Ma non uno specchio qualunque, quelli si possono trovare in qualsiasi negozio. Lo specchio dell’anima. Hai la forza e il coraggio necessari per guardarlo?”
E’ un pazzo!, pensò Chiara. Ma suo malgrado annuì. Ciò che vide la sgomentò. Fu travolta da una serie di immagini e di sensazioni che la fecero barcollare. Una vita squallida, una vecchiaia triste e miserabile. Un cuore gelido, attraversato dal vento dell’inverno. Scosse la testa, come per rifiutare quelle visioni da incubo.
“E adesso la scelta è tua.”, disse il barbone, alzandosi da terra. Non aggiunse altro e si allontanò nel buio della notte.

Chiara era esausta. Aveva imparato a proprie spese che il periodo delle festività era il più duro dell’anno, fatta eccezione per gli ultimi giorni di agosto e per le prime due settimane di settembre, che erano dedicati  alla scolastica: un continuo andirivieni di ragazzi che compravano o vendevano testi usati. Stava spostando una cassa di libri, quando fu colta da un giramento di testa; per un attimo la vista le si offuscò e provò un senso di nausea.
“Signorina, non dovrebbe trasportare questi pesi!” L’uomo prese la cassa e le chiese dove doveva metterla. Era alto, con le spalle larghe, aveva i capelli biondi e gli occhi verdi. Chiara gli indicò il magazzino. “Meno male che siete ancora aperti!”, esclamò lui dopo aver deposto i libri in uno spazio libero. “Comunque, si ricordi sempre di piegare le ginocchia quando solleva qualcosa di pesante.” Non aveva un viso bello, tuttavia era un viso che esprimeva bontà e forza. Studiò Chiara per un momento, come se frugasse nella memoria. “Ma io la conosco!”
“Non mi ricordo di lei.”, disse Chiara augurandosi che si sbrigasse a fare il suo acquisto. Era a pezzi e non vedeva l’ora di chiudere. “E’ del tutto comprensibile.”, replicò lui sorridendole. “Ci siamo visti a una riunione, ma eravamo in venti e io ero seduto in fondo al tavolo. Sono tornato da voi quest’anno per un affare molto importante e mi aspettavo di trattare con lei. Invece ho parlato con una certa dottoressa Giovanna Arnaboldi.”
Chiara annuì stancamente. “Mi ha sostituita.”, disse. “Ora… sto per chiudere, in cosa posso esserle utile?”
“Mi chiamo Bruno Malerba della D&G. E se non rammento male lei è la dottoressa Chiara Ballerini.” Ebbe il buon gusto di non fare domande. In ogni caso, non gli avrebbe certamente raccontato che era stata licenziata per aver riabilitato Giovanna e che nessuna società l’aveva voluta assumere, dato che si era sparsa la voce. Bruno si guardò intorno. “Non le farò perdere tempo. Mi consigli un buon libro, lo compro e me ne vado.”
“E’ per un regalo?”
Bruno sembrò irrigidirsi. Sebbene avesse ancora un’aria cordiale, il suo sguardo era diventato triste. “Nessun regalo. Da quando mi sono separato odio il Capodanno, il fracasso, la finta allegria. No. Questa sera desidero ascoltare un po’ di musica e svagarmi con una buona storia.”
“Qualcosa di impegnato?” Chiara aveva già in mano una novità da mostrargli.
Bruno rise. Era una bella risata, che trasmetteva calore. “No, grazie.”, rispose. “Conosco tutti i classici a memoria e anche gli autori contemporanei più importanti. Vorrei qualcosa di appassionante. Vorrei… immergermi in un altro mondo.”
“Se non l’ha già letto, questo potrebbe fare al caso suo.”, disse Chiara porgendogli  Mondo senza fine  di Ken Follett.
“Mmh perfetto, a cominciare dal titolo! Di lui conosco solo La cruna dell’ago, ma ho sentito parlare bene di questo romanzo.”
“Glielo incarto.”
“No, no. E’ inutile. Non voglio farle perdere altro tempo. Ecco la carta di credito.”
Quando Chiara gliela restituì, Bruno le strinse la mano. Una stretta forte, calda, asciutta. “Buon anno!”, le augurò dirigendosi verso l’uscita del Libraccio. Appoggiò una mano sulla maniglia, ma come per un ripensamento si voltò. “Adesso va a divertirsi, vero?”
Chiara sorrise per la prima volta. Un sorriso amaro. Aveva il viso tirato e le occhiaie, ciò nonostante Bruno la trovò incredibilmente bella. “Vado a casa.”, rispose lei in tono asciutto. Una camomilla e a letto. Anch’io non sopporto il Capodanno.” Avrebbe voluto aggiungere che una volta invece le piaceva.
“Ascolti, allora!” La sua espressione era tornata allegra. In quell’espressione c’era anche dell’altro: dolcezza, sensibilità, calore umano. “Se non ha un fidanzato geloso, perché non viene a cena da me? Ho preso qualcosa in gastronomia, poi potremmo vedere un bel film. Lo sceglierà lei, sempre che riesca a raccapezzarsi nel mio disordine.”
Chiara aprì la bocca per rifiutare l’invito, ma all’ultimo istante si trattenne. Quell’uomo aveva qualcosa di speciale. Probabilmente era uno scherzo della sua immaginazione, dovuto alla stanchezza; ma le sembrò di vedere un’aura dai colori tenui e delicati. Lo osservò con attenzione. Quello non era un uomo a caccia di avventure: era una persona sola, come lei. E, ne era certa, aveva tutto un mondo da donare.
“Mi lascia il tempo di fare una doccia?”
“Certo! Verrò a prenderla alle dieci. Una buona cena e una serata tranquilla. E non si preoccupi: non è mia usanza mostrare collezioni di farfalle né strani reperti archeologici conservati in camera da letto.” Diventò improvvisamente serio. “Non è questo che mi interessa.”
Chiara si perse in quegli straordinari occhi verdi, che le ricordavano il mare.
“Alle dieci.”, disse.
Poi si girò per fare il controllo di cassa.
Non voleva mostrarsi commossa.

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COMING BACK TO ME

Rosalba, sapevo che te ne saresti andata, visto che me lo avevi annunciato con grande anticipo. Dovevi solo trovare una nuova casa. Pensavo che ci sarebbe voluto molto tempo, qualche mese almeno, e cercavo di non pensarci, quasi illudendomi che in realtà non sarebbe mai successo. E invece quella sera trovai il tuo biglietto.
Nella mia vita avevo già conosciuto una grande infelicità, perciò credevo di essere, se non proprio immune, quantomeno temprato, pronto ad accogliere e a metabolizzare questo nuovo schiaffo del destino. Ma l’infelicità ha molti nomi. E sa presentarsi in vari modi, differenti nella forma tuttavia uguali nella sostanza. Anche le reazioni sono diverse; ma la sofferenza, lo strazio del’anima, non cambiano mai, simili a un coltello affilato che fa a pezzi il cuore.
Rimorso. Andrea, tu mi hai regalato un pacco di solitudine! Eppure io, nella mia superficialità, ritenevo che non fosse vero, perché per me non era affatto così. La tua presenza era talmente importante da dare un senso alla mia esistenza, che in passato ne era stata scevra. Quando alla sera rincasavo, sapere che tu c’eri, indipendentemente dal fatto che poi ci fossimo parlati o meno, mi colmava di serenità e di gioia.
Al mattino spesso chiacchieravamo a lungo, bevendo caffè, soprattutto nei giorni del weekend: lo consideravo il momento più bello della giornata. Talvolta ci divertivamo a polemizzare su fatti o idee sostanzialmente futili; ma anche questo appartiene alla vita di coppia. Significa comunque stare assieme. Vicini.
Andrea, non ti cambierei mai con nessun altro! So che era vero; fra i tuoi difetti non c’è la menzogna. Perché allora la nostra strada si è interrotta? Ci sono molte risposte, alcune le conosco io; altre, che non sono necessariamente le stesse, tu. Ma ormai tutto questo non ha più significato. Rimangono i ricordi, e quelli non me li potrà togliere nemmeno il diavolo in persona. Anche se vivere di ricordi significa morire un po’ alla volta. Amavo scrivere, ma adesso che non ci sei mi sembra di assemblare parole prive di senso, quasi messe lì a casaccio. Se il cuore è vuoto, non può esistere la poesia. E all’inferno gli scrittori maledetti! Io non sono come loro, sono diverso.
Non ho fede, non ho un domani, non ho nulla. Un’unica compagna viene a trovarmi e, sebbene io cerchi di scacciarla, essa è risoluta e tenace, non demorde mai, ogni volta proponendomi un episodio della nostra vita in comune. E’ anche sadica, poiché spesso mi mostra gli errori che ho commesso: sembra proprio che si diverta a proiettarli nella mia mente, come un film disperato e tragico dove non è previsto il lieto fine. Non starò qui a elencarli. E’ possibile che alcuni di essi per te non siano così importanti, mentre altri che magari ignoro hanno una valenza superiore. Cosa conta? Non è il campionato di calcio, ma un altro gioco. Il gioco di Andrea, e ti assicuro che non è un bel gioco.
Stando a quanto dicevi, non avevamo molti interessi in comune: ma io credo invece che cambiasse la gradazione degli interessi, però che nell’insieme ci fossero. Ma, lo sai, non sono un mostro di perspicacia. Mi mancano intuito e psicologia; e quello che pensavo di offrirti, molto probabilmente era poco. E non solo ai tuoi occhi. E’ possibile che fosse poco in assoluto.
E’ difficile accettare il peso di questa sconfitta. Ricordo che una volta dissi a un mio amico che un divorzio non rappresenta un fallimento. Feci questo paragone: sono due persone che nel cammino della loro vita hanno compiuto un tratto di sentiero assieme, e quella parte del percorso rimane. Che idiozia! Rimangono vuoto e tristezza, rimangono sere piene di alcool e mattini colmi di un’angoscia e di un’infelicità tanto grande quanto può esserlo il mare.
Questa notte era buia, poche stelle nel cielo; ascoltavo una canzone dei Jefferson Airplane

Strolling the hill,
Overlooking the shore,
I realize I’ve been here before.
The shadow in the mist
Could have been anyone
I saw you, I saw you,
Coming back to me.*

Alle prime luci dell’alba ti ho vista tornare; ma certi sogni sono molto pericolosi perché nascono da un inganno della mente. Procurano una gioia illusoria che al risveglio è destinata a svanire, con il cuore che batte più forte e gli occhi che diventano lucidi.
Probabilmente non spedirò questa lettera; ma forse sarà il vento che attraversando ogni spazio verrà da te per sussurrarti che ti auguro tanta felicità. E’ ancora presto e tu starai dormendo, però lui saprà sfiorare dolcemente il tuo viso e per un attimo mi sentirai vicino. Ti porterà il ricordo più bello, sarai tu stessa a sceglierlo, e nel sonno sorriderai. Quel sorriso che io non potrò mai dimenticare.
Adesso andrò in cucina.
Preparerò il caffè.
E lo berrò da solo, amore mio.
Amore mio grande.
Andrea

*Comin’ Back To Me (Marty Balin)

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