Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for luglio 2012

IL VENDITORE DI SOGNI

“E’ arrivato il venditore di sogni!”
La gente lo osservava, curiosa: un tipo allampanato, vestito in modo strano e con un buffo cappello in testa.
“Sogni per tutti, grandi e piccini.”
“E’ un matto!”, disse la signora Eligia alla sua amica Maristella. “Viene tutti gli anni, a luglio.”, puntualizzò il barbiere, scuotendo la testa. Era uscito dal suo negozio e si stava chiedendo per quale motivo quell’uomo non fosse in manicomio. Se lo domandava ogni volta che lo vedeva, senza trovare una risposta. Il fatto che fosse un matto inoffensivo era forse la spiegazione più sensata.
“Sogni per tutti!”
Naturalmente i bambini erano eccitati: qualcuno ricordava la sua visita dell’anno precedente, qualcuno no; ma gli uni e gli altri lo trovavano irresistibile. Un conto è vendere surgelati oppure frutta e verdura: si tratta di attività comuni e noiose, incapaci di accendere anche il minimo barlume di interesse. Ma vendere sogni! Quella sì che era una cosa speciale. Tuttavia, si tenevano a debita distanza, forse anche a causa degli ammonimenti dei genitori.
L’uomo camminava sotto il sole, gli occhi celesti brillavano di gioia, la barbetta a punta sembrava sottolineare le sue parole, muovendosi come se godesse di vita propria.
Il barbiere alzò le spalle e rientrò nella bottega; la signora Eligia raccolse i sacchetti della spesa, salutò Maristella e si diresse verso casa.
“Sogni per tutti.”
Era giunto all’estremità della strada, quando finalmente una bambina lo avvicinò. “Tu vendi sogni?”, gli chiese. Era una bambina graziosa, piccolina ed esile; un soffio di vento avrebbe potuto portarla via. Il venditore di sogni le sorrise. “Come ti chiami, signorina?”
“Barbara.”, rispose lei arrossendo.
“Barbara! E’ un nome bellissimo.”
“Grazie.”, disse la bambina. Suo padre le aveva insegnato a comportarsi in maniera educata.
“Bene, Barbara: e tu che sogno avresti?”
“Quanto costa un sogno?”
“Credo proprio che per te sia gratis.”
Gli occhi della bimba si colmarono di lacrime. Era abbastanza matura per sapere che quell’uomo stravagante non sarebbe mai riuscito a esaudire il suo sogno. Semplicemente, era impossibile. Ciononostante glielo svelò ugualmente. L’uomo le accarezzò il viso, poi le scompigliò i capelli ridendo.
“Barbara, vieni via!”, gridò qualcuno dall’altro lato della strada.
Ma la bambina non si mosse. Non era possibile, lo sapeva, eppure non voleva allontanarsi da lì.
“Vediamo.”, disse il venditore di sogni. Fece un gesto con la mano, schioccò le dita. Barbara sgranò gli occhi. Rimase ferma, estatica, a fissare il muro davanti a sé, come se stesse vedendo qualcosa di meraviglioso. Ma era soltanto un vecchio muro, ormai decrepito. L’espressione della bimba era radiosa. Mormorò qualche parola, quasi fosse impazzita anche lei, dato che in tutta evidenza stava parlando a un muro.
Il venditore di sogni era contento. Non aveva mai deluso nessuno, e ancora una volta aveva reso felice una bambina. Peccato solo che fossero in pochi a fidarsi di lui. Le scompaginò nuovamente i capelli, sorridendole con dolcezza, quindi riprese il suo cammino.
“Sogni per tutti!”
Barbara lo guardò allontanarsi. Non avrebbe mai rivelato a nessuno, nemmeno al papà, ciò che aveva visto.
Perché non le avrebbero creduto.
La mamma era in paradiso, e tutti dicevano che era impossibile fare ritorno da quel luogo.

Annunci

Read Full Post »

MATRIOSKA 36

Prima di entrare a far parte della CIA come agente operativo, Yarbes aveva lavorato per un’altra struttura di intelligence. Il suo compito consisteva nel colpire con potenti virus, che faceva rimbalzare per il mondo, i siti considerati pericolosi. Pedofilia, attività antigovernative, propaganda dannosa. In seguito, si era dedicato a individuare i siti terroristici, che all’epoca cominciavano a moltiplicarsi.
Poi si era stancato di quell’attività.
Dopo l’addestramento a Langley, aveva affrontato un breve tirocinio sotto la supervisione di Sandra Palmer. Era una veterana che pesava oltre settanta chili, tutti di muscoli; sfoggiava sorrisi luminosi e gioviali, ma aveva anche un carattere di ferro. Successivamente, per un certo periodo aveva fatto coppia fissa con la graziosa Nicole Parker.
Era rimasto deluso da lei.
A differenza di Lodge, che si era impietosito per le sevizie che aveva subito in Cina, Yarbes l’aveva biasimata: avrebbe dovuto uccidersi e non tradire la sua patria. Quello che non avrebbe esitato a fare Matrioska.
Yarbes aveva studiato attentamente il fascicolo che lo riguardava. Era molto lacunoso, pieno di “si pensa”, “si suppone”, “parrebbe”. Da quelle scarse informazioni si era fatto comunque un quadro abbastanza attendibile dell’uomo.
Era il numero uno del KGB. Yarbes calcolava che avesse ucciso non meno di cinquanta persone. Strano che non fosse stato ancora promosso ai vertici dell’organizzazione; ma i russi erano contorti. Poteva anche darsi che Matrioska non fosse interessato a lasciare il campo per un incarico sostanzialmente burocratico, dove la politica prendeva il sopravvento sulla meritocrazia. Se così fosse stato, Yarbes non avrebbe trovato nulla da eccepire.
Controllò l’orologio. Si sentiva calmo e sicuro; non era mai stato un uomo emotivo, al contrario di Thompson.
Yarbes giudicava il collega inadeguato al compito che gli aveva assegnato, ma non sarebbe stato lui a mettere la parola ‘fine’ alla carriera di Matrioska.
Alle otto e quarantanove minuti scese dalla BMW, munito di un giubbotto antiproiettile livello di protezione NIJ IIIa, sopra al quale infilò il cappotto, di una granata e della pistola d’ordinanza (che aveva in parte modificato). A malincuore rinunciò a servirsi di fumogeni. D’altro canto, avrebbe danneggiato Thompson e Squire, oltre ai sovietici.
Aggirò il cottage, camminando agile sulla neve, e raggiunse l’ingresso secondario. In effetti, non vide fili di nailon o altri sistemi di allarme. Restò immobile ad aspettare il segnale convenuto: Thompson non doveva far altro che premere un piccolo pulsante e Yarbes sarebbe intervenuto immediatamente.
Invece udì due colpi di pistola, sparati in rapida successione.

A tradirla fu il lampo di felicità che non riuscì a mascherare.
In altre circostanze sarebbe rimasta impassibile. Ma sapeva che proprio quel giorno Matrioska l’avrebbe uccisa, e la vista del collega le ridiede la speranza.
Mentre Thompson spiegava che si trovava lì per un controllo, dato che erano stati segnalati guasti nella zona, il suo viso si illuminò di gioia.
Solo per un attimo.
Ad Aleksandr quell’attimo fu sufficiente.
“Si accomodi.”, disse a Thompson in tono cordiale.
Aglaja si scostò per lasciarlo passare.
Thompson guardò Monica. E la guardò per un istante di troppo.
Matrioska decise di non rischiare. C’erano dieci possibilità su cento che quell’uomo fosse veramente ciò che dichiarava di essere, ma contavano di più le novanta possibilità contrarie.
Aglaja si era dimostrata alquanto imprudente. Se li avevano rintracciati, significava che non aveva preso tutte le precauzioni necessarie. E se “il tecnico della centrale elettrica” apparteneva all’FBI, alla CIA, alla SWAT o a qualche altra organizzazione, questo voleva dire che non era lì da solo.
In quanti potevano essere? Gli americani erano imprevedibili. Aleksandr non si sarebbe stupito se si fossero presentati soltanto in due, il che sarebbe stato positivo, e non si sarebbe sorpreso se fossero stati invece dieci o venti, e in tal caso le probabilità di sopravvivenza avrebbero superato di poco lo zero.
Scrutò in volto l’uomo.
Thompson non resse all’esame di quegli occhi gelidi e distolse lo sguardo.

Malgrado fosse arrogante, egocentrica e talvolta supponente, Aglaja era provvista di un buon intuito, che in passato le era tornato utile in diverse occasioni. All’inizio aveva ascoltato annoiata la storia delle segnalazioni dei guasti, poi però si era allarmata.
C’era qualcosa che non andava. Il tecnico non le sembrava affatto un tecnico, Monica Squire all’improvviso pareva quasi euforica, benché fino a pochi minuti prima fosse stata impaurita e ansiosa; e Matrioska aveva assunto un’espressione dura e fredda. E c’era un altro particolare piuttosto strano. Il tecnico la ignorava. Per una donna vanitosa come lei era un fatto inconcepibile. Cercò di dare un senso a quanto stava succedendo, ma le mancò il tempo per farlo.
Una pistola si materializzò nelle mani di Aleksandr.
Il nome in codice di Aglaja Ivanovna Myskina era Baba Yaga. Per qualche motivo le piaceva molto. Erano parecchie le cose che le piacevano. Il sesso. Il cibo. Uccidere. Diventare un’icona del KGB. Si riteneva eccezionale, e per vari versi lo era, ma quando Aleksandr estrasse la pistola e fece fuoco, capì di aver sbagliato a confidare nel silenzio di Dan Capshaw. Il cottage non era più una “casa sicura”.
Poi ci fu l’esplosione.
Seguì un momento di stordimento generale.
Monica le sgusciò dalle mani e corse nella stanza adiacente. Conteneva un assortimento di armi. Senza indugiare, l’americana prese un fucile dalla rastrelliera, controllò che fosse carico, e tornò nel soggiorno.
Dalla cucina irruppe un uomo.
Aglaja tirò fuori la pistola e la puntò su di lui. Poi, in preda al panico, spostò l’arma in direzione di Monica.
Se avesse potuto affrontarla in una lotta corpo a corpo, l’avrebbe distrutta; adesso, invece, erano alla pari.
Spararono entrambe ma, a causa dell’indecisione, Aglaja sparò per seconda. Mancò il bersaglio e fu scaraventata all’indietro, contro la parete. Con un gemito si portò le mani al ventre, quindi si accasciò al suolo. Una cupa nebbia invase la sua mente.
Più del dolore ciò che la terrorizzava era l’idea di non esserci più, di svanire nel nulla. Non avrebbe avuto Aleksandr, né Putin; non sarebbe divenuta un’icona.
Una volta, nel corso di un interrogatorio, aveva stritolato le articolazioni delle dita a un’agente israeliana; le sarebbe piaciuto farlo a Monica Squire, ma non era possibile.
Non più.
Comprese che stava per morire, e quello fu il suo ultimo pensiero.

Aleksandr anticipò Yarbes di una frazione di secondo.
Tuttavia commise un errore. Non mirò alla testa. La pallottola fu fermata dal giubbotto antiproiettile. Diversamente da quanto si vede in molti film, questo non comporta alcuno spostamento del corpo, e Yarbes premette subito il grilletto.
Era un ottimo tiratore, però Matrioska si mosse lateralmente, e lui mancò parzialmente il colpo. Lo prese a un braccio, per fortuna il destro. La pistola sfuggì dalle mani di Aleksandr.
Disarmato, il russo vide Monica prendere la mira e lo sconosciuto fare altrettanto.
Si trovava fra due fuochi.
Non era nuovo a situazioni analoghe. Aveva sempre reagito in modo diverso, a seconda delle circostanze e degli avversari. Monica Squire non avrebbe avuto il coraggio di ucciderlo. Lo sconosciuto, sì.
Se fossero stati vicini, si sarebbe gettato a terra e avrebbe preso la pistola con la sinistra. Li avrebbe eliminati entrambi. Purtroppo erano distanti fra loro e, se avesse ucciso lo sconosciuto, non poteva escludere che Monica avrebbe trovato la forza per ammazzarlo. A sangue freddo non ci sarebbe mai riuscita, ma vedendo il collega morto si sarebbe ricordata di essere un’agente della CIA.
Non esitò.
Con un balzo si lanciò verso la finestra, sfondò il vetro e atterrò sul terreno innevato. Si rialzò di scatto, montò in macchina, accese il motore e partì a tutta velocità, derapando. Quando scorse la BMW, rallentò. Aprì il vano portaoggetti, prese una pistola e sparò alle due gomme anteriori.
Quindi, accelerò nuovamente e scomparve.

L’inizio di “Matrioska” è stato pubblicato sul Corriere della Sera come miglior incipit di un romanzo inedito.

Read Full Post »

« Newer Posts

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: