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Archive for giugno 2012

MATRIOSKA 32

Aglaja aveva preso in affitto un piccolo cottage in riva a un laghetto. Aveva stipulato un contratto per sei mesi, versando l’intera somma dovuta in anticipo e in contanti. Quella era stata la sua base in America. L’abitazione sarebbe rimasta a sua disposizione ancora per trenta giorni.
Quando giunsero a destinazione, imbruniva e l’atmosfera era molto tesa. In macchina le due donne avevano litigato aspramente, scambiandosi insulti e frasi velenose. Monica poi si era pentita, perché immaginava che quella notte Aglaja gliel’avrebbe fatta pagare. Nel cottage c’erano tre camere da letto, oltre a un soggiorno spazioso ed elegante, un bagno e una cucina abitabile; ma era fuori questione che lei potesse dormire da sola.
Soffocò l’orgoglio e, mentre Aglaja preparava la cena, domandò a Matrioska se c’era una possibilità di trascorrere la notte nella sua stanza. Aleksandr era troppo intelligente per non comprendere il motivo di quella richiesta: Monica aveva provocato Aglaja, offendendola, e adesso aveva paura di una ritorsione. Aleksandr riteneva che fosse un timore fondato, sebbene tardivo. Era comunque singolare che si rivolgesse proprio a lui in cerca di protezione.
“Dovresti imparare a controllarti.”, disse. “A tenere a freno la lingua. Oppure accettare le conseguenze delle tue azioni.”
“Quindi è un no?”, gli chiese Monica.
“Diciamo che è un forse.”, rispose Matrioska.
Monica lo fissò in silenzio.
Aleksandr notò che era nervosa e spaventata. Non era una donna pavida, ma non aveva scordato le orribili torture che era stata costretta a subire; il ricordo del senso di soffocamente causato dal waterboarding era atroce.
Matrioska si concesse un raro sorriso. “Rilassati. E’ un forse molto probabile.”, aggiunse poi.
Ad Aglaja la notizia non piacque.
Dopo aver mangiato, stava studiando una carta geografica; il piano era di raggiungere la frontiera canadese evitando le strade più battute. Aleksandr annunciò che, per ragioni di sicurezza, Squire avrebbe dormito con lui.
Aglaja diventò rossa in viso per la collera. Non era tanto per il fatto di non poter tormentare Monica (come in effetti aveva in mente di fare: l’avrebbe imbavagliata per impedirle di strillare e le avrebbe sussurrato dolci paroline all’orecchio, mentre la faceva impazzire di dolore), quanto perché desiderava Matrioska ed era gelosa. Temeva che Squire riuscisse a sedurlo. Tuttavia non osava opporsi apertamente a lui.
“Dimentichi che io e lei siamo già state insieme da sole.”, ribatté in russo. “La cagna” – ormai la definiva sempre così – “non mi impensierisce minimamente, e comunque la legherei al letto.”
“Così ho deciso.”, troncò la discussione Matrioska.
Aglaja non replicò, limitandosi a indirizzare uno sguardo colmo d’odio all’americana. Poi le ordinò di sparecchiare e di lavare i piatti.
Monica obbedì sollecitamente. Si sentiva sollevata. Benché non si facesse soverchie illusioni sulla sua sorte, aveva intuito che per qualche oscuro motivo Matrioska avrebbe tergiversato a lungo prima di sopprimerla. Inoltre, malgrado il pessimismo, alimentava nell’animo la vaga speranza che qualcuno venisse a salvarla o che lei stessa trovasse un modo per fuggire. Nel frattempo, preferiva non soffrire inutilmente per mano di una donna perversa e sadica.
Al pari della CIA, il KGB disponeva di fondi illimitati: la cena era stata a base di caviale, aragoste e ostriche, il tutto accompagnato da un buon vino californiano. Soltanto Aleksandr aveva bevuto Diet Coke. Aglaja teneva il riscaldamento al massimo e non aveva badato a spese per riempire la dispensa; ma a causa della tensione Monica aveva consumato ben poco cibo.
Ora, però, aveva ritrovato fiducia e coraggio. Era riuscita ad allontanare da sé il dolore per la morte di John: non puoi lavorare per la CIA e lasciarti sopraffare dalle emozioni. Lo avrebbe sicuramente pianto, ma quando fosse stata libera.
Malgrado le proteste di Aglaja, Matrioska le permise di andare in bagno da sola, naturalmente dopo aver fatto sparire qualsiasi possibile oggetto contundente o comunque potenzialmente pericoloso, fra cui anche spazzole e pettine.
Monica sorrise per quelle precauzioni che considerava eccessive. Si tolse le scarpe e si sedette sul bordo della vasca a meditare.
Sebbene Matrioska fosse un uomo insondabile, decise che avrebbe tentato di raggiungere “l’ultima bambola”, la sola che al suo interno non ne celasse un’altra, il suo vero volto.
Quando si coricarono – Aleksandr non la legò – gli rivolse la domanda che più le premeva. “Perché hai ucciso Lodge? Avrei capito se lo avessi fatto in Afghanistan. Lì eravamo in guerra, schierati su fronti opposti, ma qui…”
Scosse la testa. “Da quanti anni ci combattiamo a vicenda? Eppure non mi risulta che un agente del KGB sia mai venuto in America con l’unico scopo di eliminare un uomo della CIA.” Esitò per un istante prima di aggiungere: “E una donna…”
Matrioska la guardò negli occhi.
“La donna è ancora viva, mi sembra.”
“Non per molto.”
“Non lo so.”, disse Aleksandr.
Tacque talmente a lungo che Monica pensò che si fosse addormentato con gli occhi aperti. Poi ciò che disse la stupì enormemente. “Non voglio che tu muoia, Squire. Ma ho degli ordini precisi.”
Un nuovo silenzio interminabile. “Mi dispiace per Lodge.”, dichiarò inaspettatamente. “Era forte e valoroso. Uno dei migliori dei vostri, forse il numero uno. In quanto a te”, corrugò la fronte, “il problema è Aglaja.”
Monica non si sarebbe mai aspettata simili confidenze. Quante bambole aveva già aperto? Era alla sesta, alla settima?
Cambiò discorso in modo da allentare la sua guardia. “Come hai fatto a salvarti?”
La risposta fu laconica. “Mi hanno soccorso due soldati dell’Armata Rossa. Sono sempre stato fortunato.”
Monica sferrò il suo attacco.
“Perché non vuoi che io muoia?”
Matrioska la fissò per un tempo che a lei parve infinito.

Dan Capshaw si contorceva urlando e invocando pietà.
Yarbes lo fissava impassibile.
“Ascoltami bene.”, disse. “Se parli, finirai in un carcere federale per dieci anni. Quasi una gita di piacere: niente a che vedere con una prigione statale. Se non parli, ti spedirò nel braccio della morte.”
Fece un cenno a Thompson.
Capshaw gridò di nuovo.
La CIA aveva appurato che una donna bionda aveva soggiornato in casa di Monica Squire. Erano state rinvenute una quantità di prove: impronte, capelli – che non erano quelli di Monica, in quanto non tinti -, peli pubici, un’unghia spezzata e persino un paio di collant smagliati che non corrispondevano alla taglia di Squire e che erano stati gettati in un cestino dei rifiuti. Era chiaro che la donna non aveva preso alcun tipo di precauzione, evidentemente convinta che fosse impossibile risalire fino a lei.
Era stata questa donna a rapire Monica Squire con il concorso di un uomo, presumibilmente Matrioska.
Una bionda di nome Janice aveva frequentato per alcuni giorni Simon Cooper dell’Office of Security. Cooper conosceva tutti i recapiti degli agenti della CIA. Era stato ucciso da un’iniezione letale. Yarbes aveva fatto due più due.
Inizialmente non aveva avuto prove certe sul coinvolgimento di Capshaw, solo sospetti, ma il direttore della CIA gli aveva dato carta bianca. E questo bastava. Il pc di Capshaw era stato forzato ed era emersa una transazione finanziaria alquanto interessante. Di punto in bianco, un cospicuo numero di dollari era piovuto sul suo conto. La data coincideva con l’apparizione della bionda.
Adesso Capshaw giaceva nudo su un tavolo con l’inguine rasato.
“Un’altra scarica elettrica.”, disse Yarbes. Thompson provvide.
Dan Capshaw superò i limiti della sofferenza umana e svenne.
“Fatelo rinvenire.”, ordinò Yarbes.
A causa della sua avidità, “Danny” aveva cominciato a lavorare per i russi cinque anni prima. Dato che era un funzionario di medio livello, un sottoposto di Cooper, non aveva accesso a informazioni particolarmente rilevanti; ma il KGB lo aveva tenuto in caldo.
Il momento magico si era presentato con l’arrivo di Janice.
Quando riprese i sensi la maledì, poi maledì se stesso.
Un attimo dopo, riprese a urlare.
Il dolore era insostenibile.
Yarbes aspettava, paziente.

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