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Archive for Mag 2012

MATRIOSKA 27

Monica era decisa a resistere e convinta di poterci riuscire.
Dopo averle inferto altre quattro scariche elettriche, Aglaja ripeté la domanda. “Dove abita John Lodge?” Monica serrò le labbra, fissandola con aria di sfida.
“Molto bene. Vediamo se sei in grado di soppportare questo.” Aglaja la slegò e la costrinse a mettersi con la testa per terra e i piedi sul letto. Monica non aveva la forza di opporsi. Aglaja la legò nuovamente, la imbavagliò e le coprì il naso e gli occhi con un fazzoletto.
A quel punto cominciò a rovesciarle acqua sul viso.
Monica si arrese dopo sei minuti. Conosceva quel metodo di tortura, praticato dalla CIA, ma non aveva mai creduto che alcuni volontari, perfettamente addestrati e in piena forma fisica, avessero ceduto dopo quattordici secondi: l’aveva sempre considerata una leggenda metropolitana. Ma il waterboarding era terribile. Fu colta da un terrore devastante, certa che stesse affogando, e mugolò disperatamente. Quando Aglaja le tolse il bavaglio Monica conobbe la più grande umiliazione della sua vita… e parlò.
Nel frattempo Aglaja aveva cambiato idea, non sul fatto che Squire dovesse morire ma sulla tempistica; in qualche modo l’americana avrebbe potuto rendersi utile e aiutarla a cogliere Lodge di sorpresa.
Ispezionò la casa e trovò un piccolo arsenale di armi che mise in uno sgabuzzino, chiuse la porta e si infilò la chiave in una tasca.
Poi tornò dalla sua prigioniera.
“Ti sei salvata la vita.”, mentì. La liberò e la condusse in cucina. “Sei capace di preparare un caffè?”
Sconfitta e avvilita, Monica obbedì.
Sedute una di fronte all’altra le due donne si guardavano coltivando pensieri diversi, l’una con lo sguardo colmo d’odio, l’altra con un’espressione fredda e distaccata.
“Sei del KGB, vero?”
Aglaja non rispose, né Monica si era aspettata che lo facesse. Meditava di saltarle addosso, ma, dopo le scariche elettriche e la tremenda esperienza che era seguita, non si sentiva ancora pronta e intendeva guadagnare tempo.
Aglaja parve averle letto nel pensiero. “Non ci proverei, se fossi in te.”, disse mostrandole una piccola pistola. “A meno che tu non voglia bere ancora un po’ d’acqua.”
Monica rabbrividì, poi cercò di valutare la situazione. Era disarmata e la bionda sembrava più forte di lei: benché fosse estremamente femminile, dava un’impressione di notevole vigore. Tuttavia non era disposta a fargliela passare liscia e soprattutto John non doveva correre pericoli a causa sua.  Comunque la forza fisica non era tutto: nello judo contava relativamente. Monica aveva steso uomini grossi il doppio di lei. Naturalmente non poteva escludere che anche l’altra praticasse le arti marziali. Se era del KBG, era quasi certo.
In ogni caso, avrebbe escogitato qualcosa.
Aglaja finì di bere il caffè. “Bene.”, disse. “Hai avuto il tuo momento di relax. Sinceramente mi dispiace farti soffrire se non è strettamente necessario, però devo legarti ancora al letto.”
“Ti ho detto dove abita John!”, protestò Monica, allarmata. L’idea di subire di nuovo il waterboarding era sconvolgente.
Aglaja notò che era impallidita e intuì quello che temeva. “Non si tratta di questo. Ora devo assentarmi per un po’. Tutto qui.”
Monica trascorse il resto della giornata a rimuginare cupamente. Non riusciva a trovare una via di uscita. Ma se la bionda non l’aveva uccisa, ciò significava che voleva servirsi di lei per arrivare a Lodge. In tal caso, forse avrebbe avuto un’occasione.
Aglaja tornò all’imbrunire. La slegò e la invitò a preparare la cena. Monica si mise all’opera piena di risentimento.
Mentre cucinava, le venne un’idea.

Steve Miller aveva capito che la sua telefonata non era servita a granché.
Monica Squire non gli aveva creduto.
Decise di richiamarla.
Quando il telefono di casa squillò, Monica rivolse uno sguardo interrogativo ad Aglaja. La bionda stava mangiando con una certa avidità. Scosse la testa. “Non rispondere.”, disse.
Terminò di cenare, scalciò via le scarpe e posò i piedi sul tavolo.
Monica guardò il computer. Si trovava a meno di quattro metri di distanza. La bionda le aveva sequestrato il cellulare, l’aveva perquisita frugandola persino nelle mutande, ma non aveva pensato di spegnere il pc. Monica era molto veloce e in cinque secondi sarebbe riuscita a inviare un’e-mail. Fra lei e John esisteva un codice segreto, però le sarebbe mancato il tempo per digitare una frase completa: avrebbe scritto “help” e lui avrebbe compreso. Sicuramente la bionda l’avrebbe punita, ma forse non si sarebbe accorta di nulla. La guardò e vide che era distratta e non stava badando a lei.
Trasse un profondo respiro e si alzò. “Lavo i piatti.”
“D’accordo.”
Monica andò all’angolo cottura del soggiorno e fece scorrere l’acqua. Lanciò un’occhiata dietro alle spalle. La sua sequestratrice sembrava sul punto di addormentarsi.
Camminando in punta di piedi, raggiunse la postazione del computer.
Le tremavano le mani, forse a causa delle ripetute scariche elettriche. Inspirò con calma, cercando di rilassarsi.
Poi le sue dita corsero sulla tastiera.
Cliccò sull’indirizzo di posta elettronica.
Presto, presto!, incitò mentalmente il pc.
La pagina si aprì. Il nome di John Lodge figurava in cima alla lista.
Monica cominciò a scrivere.
In quel momento provò un dolore terribile alla testa e si accasciò priva di sensi.
Fu l’acqua che le pioveva sul viso a farla tornare in sé.
Fu colta da un panico indicibile.
Sto per morire.

Steve Miller pensò che la figlia del suo amico era in pericolo. Decise di prendersi una breve vacanza e prenotò un volo.

Alle dodici del giorno dopo – ora locale – Larsen raggiunse l’albergo convenuto. Il portiere gli consegnò una busta. “L’ha portata una signora.”, spiegò. Larsen la aprì. Conteneva un foglio sul quale erano riportati due indirizzi. Larsen salì in camera, fece una doccia, uscì dall’hotel e si diresse verso la casa di Monica Squire. Aveva viaggiato ininterrottamente per ventisei ore, fermandosi solo per prendere un caffé e mangiare un sandwich, ma questo per lui non costituiva un problema.
Quando imboccò il viale d’accesso, vide una macchina ferma che bloccava il passaggio. Larsen scese dall’auto. Altrettanto fece l’uomo, che dava la sensazione di essersi appostato per aspettarlo.
“FBI.”, disse Steve Miller, mostrandogli il distintivo. “Posso vedere il suo passaporto?”
“Certo.”, rispose Larsen con un sorriso. Gli porse il documento, poi si guardò attorno. Si trovavano in un luogo isolato. Nessuna casa in vista.
Per Larsen due indizi non costituivano una prova, bensì quattro.
Sferrò un violento diretto destro all’agente dell’FBI, quindi lo doppiò con un sinistro.
Ma Steve Miller si limitò a barcollare, senza finire per terra come Larsen aveva pensato. Tirò fuori una pistola. Larsen lo colpì di taglio sul braccio.
La pistola cadde sulla neve.
Miller fu il più rapido dei due. Si produsse in un tuffo da giocatore di football e afferrò l’arma. A dispetto della stazza, era molto agile.
Larsen gli fu sopra. Gli cinse il collo in una morsa ferrea, poi prese una manciata di neve e gliela ficcò in bocca, spingendola a fondo nella gola. Non era la prima volta che ammazzava un uomo in quel modo. In gergo, si chiamava “bjelaja smert”.
Il federale sarebbe morto soffocato, poi il calore del corpo avrebbe sciolto la neve.
Risultato: un decesso dovuto a cause naturali.
L’uomo che si faceva chiamare Larsen gli scoccò un’ ultima occhiata, dopodiché si incamminò verso l’abitazione di Monica Squire.

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LA MAGIA DI MEG

Meg digitò la parola “fine”, rilesse le ultime righe, poi salvò il documento e spense il computer. Il sogno del gabbiano era il suo quinto romanzo e, senza ombra di dubbio, il migliore dei cinque. Quando aveva pubblicato Viaggio in Giappone era una perfetta sconosciuta, ma ciò non le aveva impedito di balzare in testa alla classifica del New York Times. Egual sorte era toccata ai tre libri successivi, e alla casa editrice fremevano in attesa del suo nuovo lavoro. Avrebbero stampato cinquecentomila copie della prima edizione, ma contavano di arrivare a una tiratura complessiva di cinque milioni di esemplari.
Meg Forrest aveva due segreti. Il primo si chiamava semplicità. Possedeva il raro dono di saper scrivere in modo fluido, lineare, scorrevole, senza per questo risultare banale. Il secondo segreto era l’empatia che la univa alle sue lettrici. Poco importava che fossero americane, francesi o italiane: quando leggevano i romanzi di Meg era come se vedessero la propria vita trasferita su carta; nei sentimenti delle protagoniste ravvisavano le loro emozioni più intime, quelle sensazioni talmente personali di cui non avrebbero mai osato parlare. Mariti, padri, figli ne erano all’oscuro; ma Meg le conosceva e sapeva descriverle con un’efficacia che rasentava la magia. Sembrava che parlasse personalmente a ognuna di loro, e non a caso Newsweek le aveva dedicato una copertina dove il titolo a caratteri rossi che campeggiava sopra a una bella foto di studio suonava emblematico: La magia della Forrest.
Meg guardò fuori della finestra. Era una stupenda giornata di sole; spirava una lieve brezza che accarezzava le onde dell’oceano; il cielo era azzurro, sgombro da nubi. A piedi nudi, con un paio di pantaloncini jeans e una canotta bianca, Meg scese in spiaggia accompagnata dai suoi tre grandi amici. Ciascuno di essi era legato a un libro, perché Meg riteneva che fossero loro a darle le idee migliori, e forse non sbagliava dato che le venivano sempre quando passeggiava sul litorale. In quei momenti non pensava, non cercava intrecci o soluzioni: lasciava che si presentassero da soli, mentre lei assaporava il contatto del sole sulla pelle e contemplava la grande distesa d’acqua che si perdeva all’orizzonte. Avrebbe voluto prendere un quarto cane, ma poi si era detta che se fosse arrivata a dieci romanzi la situazione sarebbe diventata un po’ complicata. Perciò vi aveva rinunciato, sebbene a malincuore.
Meg era nata a New York, dove per anni aveva lavorato come cameriera in un fast food. Alla sera, invece di uscire con le amiche, scriveva. Usava una matita e riversava le sue storie su un voluminoso quaderno. Quando finì Viaggio in Giappone lo battè faticosamente a macchina, cercando di incorrere nel minor numero possibile di errori, e poi spedì il manoscritto a sei differenti case editrici. Qualche mese dopo ricevette sei garbati rifiuti. Se l’avevano bocciata in sei, significava che non era provvista di talento. Era solo una ragazzina presuntuosa che aveva erroneamente creduto di poter diventare una scrittrice. Fu Jane a dirle di insistere. Jane lavorava con lei e aveva letto il romanzo. “Ho pianto come una fontana! Quelli non capiscono niente, ma tu non ti devi arrendere.” Meg fece un ultimo tentativo. Questa volta arrivò una busta che conteneva una proposta di contratto e un assegno di duemila dollari.
Quando guadagnò il primo milione, Meg comprò una grande villa che dava sull’oceano e lasciò per sempre New York. Prima di partire, rilevò un ristorantino italiano da un’anziana coppia di coniugi e lo regalò a Jane.
Adesso la sua vita era perfetta. Abitava in un luogo meraviglioso, a costante contatto con la natura, godeva dell’affetto dei suoi tre cani, scriveva, passeggiava sulla spiaggia, ascoltava i suoi dischi preferiti. Fin da bambina era sempre stata autosufficiente e, crescendo, non era cambiata. Perciò non le mancava la compagnia di un uomo, anche perché non conservava un buon ricordo delle uniche due relazioni che aveva avuto. John era uno psicopatico. Se n’era resa conto quando l’aveva picchiata senza motivo per la prima volta. Lo aveva perdonato, e come ricompensa lui l’aveva letteralmente massacrata, facendola finire in ospedale. Meg lo aveva denunciato e in seguito si era divertita a inserirlo in un romanzo, riservandogli il ruolo peggiore. Sam era avido di denaro e stava con lei per interesse. Anche lui era diventato protagonista di un libro. Il lato ironico della situazione era che, sebbene fossero due uomini pessimi, a livello letterario avevano funzionato magnificamente. Molte lettrici erano sposate con un John… Meg le aveva insegnato a ribellarsi. E non mancavano neppure i Sam, benché fossero meno numerosi dei John, probabilmente a causa della scarsità di occasioni adeguate.
Due anni prima Meg era andata a Cannes per il festival del cinema. Avevano tratto un film dal suo secondo romanzo. Non era un buon lavoro e Meg si era ripromessa di non ripetere l’esperienza. Il suo agente si era messo le mani nei capelli. Con i diritti cinematografici si guadagnavano cifre immense. “Non credo di aver bisogno di altri soldi.”, aveva ribattuto lei. A Cannes, più per curiosità che per reale interesse, si era lasciata sedurre dall’attrice che interpretava la parte della protagonista. Meg pensava che i suoi cani fossero dotati di un talento superiore, però doveva ammettere che come donna era notevole. Alta e statuaria, aveva un viso splendido: sarebbe stata perfetta ai tempi del cinema muto. In compenso, Monica era molto abile a letto. Meg aveva trascorso una notte inebriante, tuttavia aveva preferito troncare la relazione sul nascere, in quanto non riusciva a immaginare un futuro fra loro. L’attrice si era consolata concedendosi a un cantante rock, e Meg era tornata in America.
Camminava assorta in quei ricordi, quando vide un uomo che si dirigeva verso di lei. Indossava un paio di jeans tagliati al ginocchio e una maglietta dei Los Angeles Lakers. Era a piedi nudi. I capelli, piuttosto corti, lasciavano intravedere i primi fili grigi; aveva un volto interessante, sebbene non propriamente bello. Le spalle ampie e le braccia muscolose facevano pensare a uno sportivo, forse un surfista. Procedeva a capo chino, come se fosse immerso in profondi pensieri, e per poco non le finì addosso.
“Mi scusi!”, esclamò. “Ero distratto.”
“Non è successo niente di grave.”, lo tranquillizzò lei.
Poi gli tese la mano. “Mi chiamo Meg. Meg Forrest.”
Lui non diede segno di riconoscerla. Evidentemente non leggeva molte riviste e non aveva mai visto il suo viso sulla quarta di copertina di uno dei suoi romanzi.
“Michael.”, disse. “Ma per gli amici Micky.”
Nella vita esistono dei momenti particolari, come intessuti nella stoffa dei sogni. Meg li aveva descritti nei libri che aveva scritto, però non li aveva mai sperimentati. Ricordava una frase che le aveva detto Monica. Fra loro parlavano in un francese stentato, perché Meg non conosceva l’italiano e l’inglese dell’attrice era alquanto approssimativo. Sosteneva di aver avuto un coup de foudre. Meg sospettava che non fosse vero e che più prosaicamente si sentisse attratta dal suo corpo, o forse dal suo cervello, dato che era entrata nei panni di un’eroina creata da lei. Quei panni le stavano larghi, ma questo non escludeva che li avesse fatti suoi e che provasse un forte interesse per chi li aveva immaginati e cuciti. Non l’aveva amata nemmeno per un secondo, ne era quasi certa, ma quell’espressione le era rimasta in mente.
Sorrise fra sé, rammentando un passo di Viaggio in Giappone:
“Helen osservava lo sconosciuto, chiedendosi cosa avesse di speciale. A livello razionale, la risposta era una sola: niente. Eppure, malgrado non fosse particolarmente bello o aitante, né spiccasse per una qualche attitudine, emanava un’aura che lei riusciva a scorgere, e che, incredibilmente, accelerava i battiti del suo cuore. Sei soltanto una sciocca sognatrice!, si rimproverò Helen. Non sai nulla di lui, tranne il fatto che non lo rivedrai mai più e che, in ogni caso, tu non sembri interessargli più di quel vaso di fiori. Era un ragionamento sensato, convenne con se stessa, ma un istante dopo capì che non doveva perdere l’occasione, perché non si sarebbe ripresentata, e, per quanto folle potesse sembrare, lei amava quell’uomo.”
Meg si sentiva simile a Helen. Conosceva solo il suo nome – non le aveva rivelato neppure il cognome – lo considerava moderatamente attraente: ma di tipi simili erano pieno il mondo. Ciononostante, le tremavano le gambe, esattamente come era accaduto a Helen, e provava il desiderio di parlargli, di camminare con lui… di finire fra le sue braccia. Stava per ripetersi il discorsetto che aveva messo in bocca a Helen, quando abbassò lo sguardo e gli osservò le mani. Erano forti e ben fatte. All’anulare scintillava una vera.
Tutto quel castello di cartapesta crollò miseramente, lasciandole un senso di vuoto. Scosse la testa, come per ricomporsi. Sorrise a Michael, un sorriso incerto che non si estendeva agli occhi, e si allontanò lentamente da lui. I cani sembravano scontenti di quella decisione, la tiravano come se volessero tornare indietro. Michael piaceva anche a loro… e questa consapevolezza le fece sentire l’amaro in bocca. Rappresentava un altro punto a suo favore, anche se in realtà non avrebbe saputo individuare gli altri. Però, li immaginava, li vedeva, come quando lavorava al pc, descrivendo la personalità delle Helen, delle Catherine, delle Susan, che vivevano per interposta persona, ma che nel suo cuore esistevano veramente.
Si disse che Michael era un uomo buono, solido, provvisto di un fondo di malinconia. Non era particolarmente espansivo, ma sapeva essere dolce e rassicurante. Ecco: quella era la parola giusta. Micky sapeva proteggere una donna, ed era capace di farla sentire importante. Poteva essere paragonato a una roccia. Avrebbe sempre difeso la sua compagna dai marosi; l’avrebbe riscaldata e accudita.
Si voltò. La sagoma dell’uomo era ormai lontana. Pensò di corrergli dietro. Di fermarlo. Di dirgli…
Ma Micky non le apparteneva. E non lo avrebbe mai rivisto.
Accarezzò i cani, mentre un soffio di vento le scompigliava i capelli. All’improvviso sorrise ancora, questa volta in modo più convinto.
“Oh no, mia cara Meg Forrest! Qui ti sbagli!”
Michael sarebbe stato suo per sempre.
A partire da quello stesso giorno.
Perché, quando fosse tornata a casa, avrebbe riacceso il computer per scrivere un nuovo romanzo.
La storia di Micky.

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