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Archive for marzo 2012

MATRIOSKA 18

Aleksandr avvertì il contatto di una lama sulla schiena.
Provò un moto di irritazione, dato che non si era accorto di essere seguito. L’uomo, o la donna, che lo aveva preso alle spalle si era mosso in modo felpato, con estrema cautela, cogliendolo completamente di sorpresa. Gli era già accaduto in passato, non più di due o tre volte, e aveva sempre reagito in maniera diversa, a seconda delle circostanze o del luogo in cui si trovava.
Questa volta si buttò a terra e, cadendo, roteò su stesso. Nello stesso istante in cui toccò il suolo sparò. Colpì Shaban allo stomaco. Un attimo dopo sparò di nuovo, centrandolo alla testa. L’afghano crollò esanime, senza un grido.
Aleksandr si rialzò prontamente, ma Lodge gli fu addosso. Lo colpì di taglio sul braccio destro. L’arma scivolò dalle mani del russo. Lodge sferrò un violento sinistro, doppiandolo con un gancio destro. Lo prese alla mascella. Aleksandr vacillò. Con un disperato sforzo di volontà riuscì a restare in piede, sebbene il mondo sembrasse turbinargli attorno. Vide arrivare il terzo pugno. Come in una scena al rallentatore, scorse la mano di Lodge che si ingrandiva fino a occupare tutto il suo campo visivo.
Se non fosse riuscito a sottrarsi a quel nuovo attacco, sarebbe finito al tappeto. La sua missione sarebbe fallita, Massoud avrebbe organizzato i guerriglieri e l’Unione Sovietica avrebbe rischiato di subire una grave sconfitta.
Aveva i riflessi appannati e non era saldo sulle gambe, tuttavia produsse un ultimo sforzo e scartò di lato.
Lodge lo mancò di un soffio.
Aleksandr retrocesse di qualche passo, cercando di schiarirsi le idee. Respirava a bocca aperta e faticava a concentrarsi. Lanciò un’occhiata alla pistola, ma era fuori dalla sua portata. Tirò fuori il coltello.
Lodge era disarmato, però in posizione di vantaggio: venne avanti veloce e con un calcio lo disarmò. Poi, invece, di bersagliarlo di pugni, gli passò un braccio attorno alla gola applicando tutta la forza che aveva. Aleksandr scrollò il capo e tentò di liberarsi da quella morsa. Capì che non era in grado di farlo. La vista gli si oscurò. Sapeva che fra un attimo sarebbe svenuto.
Agendo d’istinto, ficcò le dita negli occhi dell’americano. Lodge grugnì per il dolore e allentò la presa. Aleksandr gli assestò uno spintone e si ritrovò libero. Barcollando si avvicinò alla pistola, si chinò per raccoglierla, la afferrò… e un piede lo colpì alla mano.
L’arma gli sfuggì.
Aleksandr cadde in ginocchio, tentando ancora di recuperararla.
Non era lucido, e infatti aveva commesso un errore: avrebbe dovuto occuparsi prima del nuovo nemico.
Monica Squire mirò alla testa. La prese in pieno con un calcio poderoso.
Aleksandr perse i sensi e si accasciò.
Quando rinvenne, era strettamente legato. Accanto a lui, c’era il cadavere di Shaban. Monica era seduta a gambe incrociate e lo stava fissando. Non vide Lodge e pensò che fosse sceso in paese, forse per procurarsi una vanga; era possibile che quello stupido si sentisse in dovere di seppellire l’afghano. Avevano acceso un fuoco e il russo poteva distinguere nitidamente il viso dell’americana. Monica aveva un’espressione trionfante. Aleksandr distolse lo sguardo. Era furioso con se stesso. Si era lasciato sorprendere da un essere che lui considerava di poco superiore alle bestie e, allorché era stato sul punto di finirla una volta per tutte con Lodge, era intervenuta una donna… e lo aveva battuto.
Adesso gli era indifferente ciò che sarebbe successo. Lo avrebbero torturato per indurlo a parlare? Non aveva particolari segreti da svelare. Squire si sarebbe vendicata, escogitando un modo per umiliarlo? Ne dubitava. Lo avrebbero dato in pasto alle donne del villaggio, secondo l’usanza afghana? Lo escludeva. Più semplicemente, lo avrebbero portato in America. Poi sarebbe potuto accadere di tutto, anche se l’ipotesi più probabile era che alla fine lo scambiassero con uno o più agenti della CIA attualmente in mani russe. Era una cosa piuttosto consueta, a meno che, considerata la sua fama, non decidessero di trattenerlo negli Stati Uniti allo scopo di interrogarlo a lungo o magari per effettuare qualche esperimento: forse avrebbero provato a condizionarlo, ma di certo non ci sarebbero riusciti. Era fuori questione.
L’unica cosa che contava era che, per la prima volta in vita sua, aveva fallito.
Alzò ancora gli occhi sulla donna. Suo malgrado, la trovava molto attraente; ma questo, per qualche oscuro motivo, acuiva ancor più la sua collera.
“Infine, non sei invincibile, Matrioska.”, osservò Monica con voce pacata. La rabbia di Aleksandr crebbe, benché lei non avesse parlato in tono irridente; era come se avesse fatto una considerazione fra sé e sé: l’ira di Aleksandr nasceva dal fatto che quello che aveva detto era vero. E lui non poteva accettarlo.
Svuotò la mente da ogni pensiero superfluo. Non era facile, perché i pugni di Lodge e soprattutto il calcio che gli aveva sferrato Squire lo avevano frastornato. Di conseguenza, a tratti gli sembrava di delirare e strane immagini popolavano il suo cervello. Il ricordo del primo uomo che aveva ucciso, il corpo statuario di Tamara, i riconoscimenti che aveva ricevuto dai vertici del KGB, la visione del suo dragone che sfidava i venti fendendo le gelide acque del nord, le lunghe gambe dell’americana. Con uno sforzo di volontà, eliminò a uno a uno questi pensieri, finché la sua mente fu totalmente sgombra.
A quel punto, era pronto per concentrarsi e fissò la sua attenzione sul solo problema veramente importante.
Come avrebbe fatto a liberarsi?
Perché un modo sicuramente c’era, e lui sarebbe riuscito a trovarlo.

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