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Archive for febbraio 2012

MATRIOSKA 15

Aleksandr non voleva uccidere Lodge.
Morto non gli sarebbe servito a niente.
Voleva costringerlo a parlare.
Sapeva che non sarebbe stato semplice. A differenza degli afghani, a Lodge non sarebbe importato nulla essere avvolto in una pelle di cinghiale; era stato addestrato a sopportare il dolore e forse in bocca aveva una capsula di cianuro da usare al momento opportuno. Non sarebbe stato neppure facile catturarlo, ma Aleksandr pensava che lui fosse informato sui movimenti di Massoud.
Quindi era indispensabile prenderlo vivo. Era certo che Monica Squire gli avesse detto la verità – difficilmente Massoud si sarebbe confidato con una donna -, altrimenti non avrebbe esitato a torturarla e lei non sarebbe riuscita a resistere a lungo. Stranamente, gli sarebbe dispiaciuto farlo, anche se non capiva bene il perché. Per Aleksandr uomini e donne erano uguali, e Monica era un’agente della CIA: di conseguenza non era una donna cui usare eccessivi riguardi. Tuttavia, per qualche strano motivo, l’aveva colpito. Tamara era più bella di lei, però Monica Squire aveva qualcosa di speciale. Non gli era mai accaduto di essere affascinato da una donna.
Aleksandr la scacciò dai suoi pensieri. Ora doveva concentrarsi sull’americano. Soltanto uno stupido sarebbe venuto a cercarlo risalendo il sentiero, e di certo Lodge non era stupido; perciò avrebbe seguito un altro percorso. Ad Aleksandr sembrava di leggere nella sua mente. Per prima cosa, Lodge avrebbe cercato un punto dove la scalata non fosse eccessivamente ostica. Dubitava che conoscesse a fondo la montagna, pertanto non si sarebbe spinto troppo lontano. Esaminò con il binocolo tutte le possibili vie che portavano in alto. A sinistra non scorse appigli, canaloni, mulattiere: la parete era liscia e, senza un’adeguata attrezzatura, era impossibile scalarla. Nemmeno lui ci sarebbe riuscito. Spostò lo sguardo a destra. Lì, invece, il pendio era meno scosceso; c’erano dei tratti molto ripidi ma nel complesso per un uomo forte, abituato a scalare le montagne, era possibile arrampicarsi.
Aleksandr si avviò in quella direzione, muovendosi cautamente su un lastrone di roccia che compiva un ampio giro, prima di arrestarsi davanti a un burrone. Non fu necessario arrivare fino a lì. Ogni venti passi il russo si fermava e guardava in basso. Al quinto tentativo, vide Lodge.
Sarebbe bastato attendere per qualche minuto e poi avrebbe potuto sparargli.
Per un attimo fu tentato di farlo.
Massoud sarebbe tornato, ne era sicuro. Ma quando? Non era un problema aspettare per tre o quattro giorni, o anche per una settimana; ma se il comandante dei guerriglieri avesse affidato il comando a Lodge contando di assentarsi per un mese? Nel frattempo i russi avrebbero attaccato e avrebbero potuto trovarsi di fronte a un vasto gruppo di Mujaheddin, ben organizzati e guidati da Massoud in persona. Era possibile che disponessero di un numero congruo di Stinger che avrebbero messo in difficoltà gli Hind, come era già successo altre volte. Forse Massoud si era allontanato proprio per quello: reperire armi, uomini e magari convincere altri capobanda a unirsi a lui.
No. Il suo piano iniziale era quello giusto: Lodge non doveva morire, almeno per il momento.
Si nascose dietro a una roccia e attese che arrivasse.

Shaban conosceva quella montagna come le sue tasche. Aveva osservato i movimenti di John Lodge e compreso ciò che aveva in animo di fare. Era vagamente offeso. L’americano non li aveva messi al corrente delle sue intenzioni. Questo significava che non si fidava di loro. Ma Shaban pensava alla donna. Forse era ferita, forse era imprigionata in qualche buio anfratto… forse aveva paura.
A Shaban Monica piaceva: era intrepida e coraggiosa, parlava il dari meglio di Lodge e come istruttrice non valeva meno di lui. Dato che era una donna era un fatto sorprendente, che lo aveva portato ad ammirarla. Armato di un lungo pugnale, si allontanò dal villaggio, trovò una via segreta, nota a pochissimi, e si inerpicò con l’agilità di una capra.

Monica era fradicia di sudore.
Si era costretta a rimanere immobile per lunghi, interminabili, minuti. Lavorando per la CIA aveva coltivato l’arte della pazienza. Ciò nonostante, sebbene avesse un corpo forte e allenato, e fosse agile e snodata, quella posizione era insopportabile. L’unica consolazione era rappresentata dal fatto che Aleksandr sarebbe tornato e l’avrebbe slegata. Si augurava che non tardasse troppo e soprattutto che non uccidesse Lodge.
Per ingannare il tempo era ricorsa a un vecchio trucco, astraendosi dalla realtà presente. Aveva ripensato a quello che era successo fra lei e John. John la desiderava, tuttavia l’aveva respinta. Lei aveva reagito comportandosi freddamente con lui. Da un lato provava un riluttante senso di ammirazione: era un uomo fedele e degno di rispetto; da quell’altro, però, lo voleva per sé. Aveva flirtato con Massoud solamente per ingelosirlo ed era compiaciuta perché sapeva di esserci riuscita. Il capo dei Mujaheddin possedeva un notevole fascino, e Monica aveva capito di piacergli, ma non esisteva un futuro per loro. Al contrario, non era ancora disposta a rinunciare  a Lodge.
E se fosse stato lui ad ammazzare il russo? Era un’ipotesi plausibile.
In tal caso, nessuno l’avrebbe mai più ritrovata.
A quel pensiero, perse il controllo.
Non le era mai capitato in precedenza, ma sentiva male dappertutto, il caldo era micidiale e la prospettiva di finire i suoi giorni imprigionata su quella montagna era quanto di più angosciante potesse esserci.
Si dimenò nel tentativo di liberarsi, non rendendosi conto che non soltanto era impossibile ma che, dibattendosi, sarebbe andata incontro alla morte.
La corda si tese e lei cominciò a soffocare. Praticamente si stava strangolando da sola. Annaspò in cerca di ossigeno, mentre la lingua si gonfiava e la pressione sulla giugulare diventava insostenibile. Rimpianse amaramente di essersi comportata in modo sconsiderato. Eppure sapeva che non avrebbe dovuto compiere il benché minimo movimento! Fu invasa da un terrore cieco; aveva sempre pensato di non temere la morte, ma un conto era perire a causa di una coltellata o di una pallottola, altro affrontare quell’atroce agonia.
La disperazione la avvolse, come un fumo nero.
Ma, a un tratto, panico e sofferenza la abbandonarono.
Scivolò in uno strano mondo, attraversato da ombre vaghe e impalpabili.
Poi una scena prese nitidamente forma nella sua mente, riportandola indietro nel tempo. Quel giorno era stata decorata per aver brillantemente portato a termine una missione, il suo capo si era congratulato con lei e così i colleghi più vicini, fra cui Lodge.
Alla sera c’era stata una festa. Non sarebbe durata a lungo perché l’indomani si sarebbe svegliata presto: lei e John sarebbero partiti per la Bolivia, dove erano attesi da un compito non particolarmente gradevole. Intanto, però, era eccitata ed euforica, fiera di sé. Pensava ai suoi genitori, all’ottima educazione che aveva ricevuto, e in un moto di autocompiacimento a quanto era stata brava. Lodge le si avvicinò  con due bicchieri di Chardonnay californiano e lei gli sorrise, trionfante. Indossava un abito che arrivava poco sopra al ginocchio e calzava sandali bianchi.
Era stata una delle più belle giornate della sua vita e riviverla la colmò di gioia.
Così com’era arrivato, il ricordo scomparve e Monica Squire precipitò in un baratro scuro, dove ogni suo pensiero cessò di esistere.

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LA LEGGENDA DEL LUPO

Quando il signor Mercuri arrivò a Casatevecchio, prendendo alloggio nell’unica locanda disponibile, non suscitò alcun interesse, dato che era una persona assolutamente normale. Esistono individui che passano praticamente inosservati, perché il loro aspetto è talmente comune, il modo di vestirsi così poco personale, la maniera di porsi tanto convenzionale, che inevitabilmente finiscono per confondersi con la massa, con la parte più grigia e insignificante di essa, a tal punto che, se commettessero un reato, difficilmente si troverebbero testimoni in grado di ricostruire la loro identità.
Il signor Mercuri apparteneva senza ombra di dubbio a questa vasta categoria, presente in ogni città e paese. Tuttavia, riuscì a catturare l’attenzione generale sin dalla prima cena che consumò nel modesto ristorante della locanda. Era un locale adibito anche a osteria, e a quell’ora molti avventori stavano terminando di giocare a carte, di bere un bicchiere di vino oppure di rinfrescarsi con una birra gelata, dopo un lungo pomeriggio trascorso a lavorare nei campi, sotto il sole cocente di quei giorni. Qualcuno aveva già cenato, e poi era uscito di casa per farsi un goccio con gli amici. Le prime ombre della sera invogliavano a lasciare le pareti domestiche per godere di un soffio di brezza che al tramonto solitamente calava dalle montagne circostanti. La meta della passeggiata generalmente era la locanda, considerato che l’altro bar del paese era frequentato da giovani dediti a fumare spinelli oppure a inscenare volgari gazzarre.
Il signor Mercuri aveva finito di mangiare un succulento arrosto con patate (malgrado l’aspetto dimesso e vagamente triste, la cucina di quell’esercizio era ottima) e stava sorseggiando un bicchiere di vino bianco. Alzò gli occhi dal tavolo, perlustrò la sala cercando un interlocutore sufficientemente anziano, e infine, individuatolo, lo apostrofò con compita cortesia.
“Permettete che mi presenti.”, disse alzandosi e avvicinandosi a lui. “Mi chiamo Giovanni Mercuri.” Parlava a voce alta, e per il fatto di essere un forestiero, e a questo punto anche a causa della sua eccessiva “normalità” (un paradosso, forse, ma capita che una data peculiarità assuma in certe circostanze un significato opposto a quello di partenza), in un attimo portò al silenzio il locale, attirandosi vari sguardi curiosi o perplessi. Quando si trovò vicino all’uomo che si era scelto, disse, scandendo bene le parole: “Vi sarei grato se foste così gentile da ragguagliarmi in merito alla vicenda del lupo.”
Il silenzio incuriosito si trasformò immediatamente in un silenzio ostile; molti visi si rabbuiarono, qualche espressione si alterò.
“Non so di cosa stiate parlando.”, replicò seccamente l’anziano avventore, la cui fisionomia rammentava quella di un gufo.
“Quale lupo?”, chiese un uomo più giovane, evidentemente in preda ad una curiosità sconveniente. Fu zittito all’istante da una serie di occhiate, che erano fredde come lame.
“Non c’è mai stato nessun lupo!”, sentenziò con un tono definitivo l’interlocutore di Mercuri. In questo caso, gli sguardi furono di approvazione.
Restando sempre in piedi, senza accennare a sedersi ad un tavolo, dove in tutta evenienza non era gradito, il signor Mercuri diede prova di una certa ostinazione, insistendo. “Eppure ho letto un libro che racconta…”
“E’ meglio non affrontare simili argomenti!”, esclamò un uomo corpulento, appoggiando bruscamente il boccale di birra sul tavolo ed asciugandosi la schiuma dal mento con il dorso della mano. “Specie di sera!”
Mercuri esibì un sorriso soddisfatto. “Quindi, un lupo è esistito… o, per meglio dire, un lupo mannaro.”
Nella sala calò il gelo.
“Venga, si accomodi.”, disse un uomo dall’aspetto elegante, con folti baffi grigi e capelli bianchi ben curati. “Sono il dottor Brenna, il medico del paese, e forse posso darle qualche informazione su questa vecchia leggenda.”
“Leggenda?”, replicò Mercuri prendendo posto accanto a lui.
“Una leggenda, certo!”, ribadì il dottore. “I lupi mannari esistono solo nelle vecchie storie che un tempo si raccontavano davanti a un caminetto.” Versò del vino in un bicchiere pulito, che poi porse a Mercuri. “Mi permetta una domanda, piuttosto. A cosa è dovuto questo suo strano interesse?”
Il signor Mercuri ringraziò il dottore per il vino, quindi fece un gesto vago, quasi ad indicare che il motivo del suo interessamento non era poi così importante. Resosi, tuttavia, conto che una spiegazione era forse dovuta, accennò a un certo libro che intendeva scrivere.
“Un libro sulle antiche leggende?”, gli chiese il medico.
Mercuri scosse la testa. “No.”, disse, suscitando il muto rimprovero di tutto il locale. “Un libro su una serie di fatti oscuri che accaddero in passato. Ho già raccolto un vasto materiale, e mi manca solo la parte relativa al lupo mannaro di Casatevecchio. Quello sarà il capitolo più importante del libro.”
Il dottor Brenna si accarezzò distrattamente i baffi, poi si rivolse al primo interlocutore di Mercuri. “Tagliabue”, disse con una nota malinconica nella voce, “questo signore si ostina a credere alle fiabe.”
Spesso risulta difficile interpretare correttamente lo svolgimento dei pensieri umani; a volte essi seguono percorsi bizzarri, il cui punto di arrivo è inspiegabilmente distante da quello di partenza; può succedere persino di giungere a una conclusione che sia in palese contrasto con il postulato iniziale.
Infatti il signor Tagliabue si alzò faticosamente dal tavolo e, prima di accomiatarsi, disse, rivolgendosi a Mercuri: “Domani. Con la luce. A casa mia.”

Il signor Tagliabue abitava in una graziosa villetta all’estremità settentrionale del paese, vicino ai primi contrafforti delle montagne. Sebbene fosse vedovo, la casa era linda e profumata. Mercuri si presentò di buon’ora, dopo essersi fatto indicare il percorso dal proprietario della locanda.
Il padrone di casa preparò il caffè. La finestra del soggiorno dava sul bosco che si estendeva per parecchie miglia a est. Tagliabue aveva gli occhi fissi in quella direzione; sembrava profondamente assorto, quasi dimentico della presenza del suo ospite. All’improvviso, si scosse. “Non dovete scrivere un libro, vero?” In apparenza era una domanda, ma in realtà conteneva in sé la sicurezza di un’affermazione ponderata, probabimente scaturita da un attento lavoro psicologico. O forse tirava a indovinare. Quale che fosse la verità, ottenne l’effetto desiderato. Mercuri parve sorpreso; l’espressione del suo viso denotava lo stupore che una persona prova quando un’altra riesce a penetrare nel suo animo, superando barriere che a prima vista apparivano invalicabili. Ci fu un silenzio, che alla fine il forestiero ruppe. “Avete ragione.”, disse, senza tuttavia palesare troppo disagio. Evidentemente non dava peso a quella piccola menzogna. Lo scopo che si era prefisso era più importante e, a questo punto, gli interessava solo conoscera la storia, la vera storia del lupo.
“Lo avevo capito subito, fin dal primo momento.”, disse il signor Tagliabue. “Ma non sono curioso di natura: siete libero di racontarmi la verità oppure di tacere. In ogni caso, vi dirò quello che so.” Attese una risposta e, quando vide che tardava ad arrivare (e che forse non sarebbe mai arrivata), dopo aver messo le tazzine del caffè nel lavello, invitò Mercuri ad uscire all’aperto. “Accomodiamoci sotto al portico.”, disse. Era una mattinata fresca, allietata da un vento non troppo forte; l’aria era asciutta e il calore del sole piacevole. Dal punto in cui si trovavano guardavano a occidente, verso i campi coltivati; il bosco si trovava alle loro spalle. “Quando avevo sedici anni”, esordì il signor Tagliabue, “a Casatevecchio c’erano due fratelli dai caratteri assai singolari. Credo che il termine più appropriato per definirli sia “teppisti”; forse è una parola ormai desueta, non conosco il linguaggio di oggi, tuttavia ritengo che li inquadri alla perfezione. Picchiavano i ragazzi più giovani, li derubavano, molestavano le ragazze, spaccavano le vetrine dei negozi, appiccavano incendi. I carabinieri sospettavano di loro, ma non avevano prove, se non riguardanti episodi marginali non sufficienti per assicurarli alla giustizia. I due infatti erano molto astuti; non che disponessero di un alto quoziente intellettivo, però possedevano quella atavica furbizia contadina, elementare e rozza quanto si vuole, ma capace di farli agire in modo prudente. Naturalmente erano malvagi d’animo, in particolare il maggiore, Simone, che era anche il capo. Un giorno litigarono a causa di una fanciulla. Penso che fosse la più bella del paese e, benché lei non li degnasse di uno sguardo, entrambi erano risoluti a conquistare le sue grazie. Simone la pretendeva per sé. Fu allora che Giorgio, il minore, per la prima volta si ribellò. Vennero alle mani (con gran gioia di noi ragazzi) e Giorgio riportò nettamente la peggio.”
Tagliabue si alzò, scusandosi, e rientrò in casa. Ne sortì poco dopo con una caraffa di vino bianco e due bicchieri. Servì da bere, assaggiò il vino facendo schioccare la lingua, e con un sospiro soddisfatto riprese il racconto.
“Giorgio prese il vecchio fucile di suo padre, aspettò che Simone rincasasse e gli sparò a bruciapelo. Ovviamente sarebbe finito in prigione, e la cosa non gli garbava. Fuggì nel bosco, dove contava di potersi nascondere. Probabilmente meditava di lasciare passare un po’ di tempo, per poi abbandonare definitivamente il paese. Forse pensava di trasferirsi in Svizzera, in Francia, o magari addirittura in Australia; aveva da parte un bel gruzzoletto con cui avrebbe potuto pagare il viaggio. Ma quella notte c’era la luna piena.”
Un soffio d’aria gelida calò improvvisamente dalle montagne, quasi a sottolineare quelle ultime parole. Il signor Tagliabue rabbrividì. “Nessuno seppe cosa era successo, chi o cosa incontrò; a Casatevecchio non c’erano mai stati lupi mannari, nemmeno in tempi antichi, eppure…”
Si versò nuovamente da bere, Mercuri non aveva ancora toccato il suo bicchiere. “Presto il lupo mannaro diventò il terrore della valle; nelle notti di luna piena usciva dalle ombre del bosco, entrava nelle case… evitatemi i particolari, per favore!”
Mercuri lo fissò per alcuni istanti in silenzio. “Quindi il lupo mannaro era Giorgio. E dopo cosa accadde?”
“Organizzammo una battuta di caccia, muniti di torce, fucili, proiettili d’argento benedetti dal prevosto, asce e pugnali. Esplorammo a fondo il bosco, senza tralasciare il minimo anfratto. Non lo scovammo, ma da quella notte lui scomparve. Ritornò dieci anni dopo per gettare nuovamente il paese nel terrore, ma il giorno dopo era sparito. Da allora, ogni dieci anni, in una notte estiva di luna piena lui ricompare. E’ la maledizione di Casatevecchio.”
Mercuri finalmente bevve un sorso di vino. “Bene. Il quadro è completo. Mi manca soltanto un’ultima informazione.”
Tagliabue annuì pensosamente. “Sì.”, disse. “Tornerà questa notte, la data coincide.”
“Lo immaginavo.” Il signor Mercuri si alzò. “Vi devo una risposta.”, disse mentre prendeva congedo. “Nessun libro. Io sono un cacciatore di lupi mannari e sono stato ingaggiato da una persona che un tempo viveva qui per fare giustizia una volta per tutte. Il lupo gli prese la figlia.”
Tagliabue annuì ancora. “So di chi parlate.”, disse. “Vi auguro buona fortuna!”

Perché il signor Mercuri aveva mentito?
“C’è sempre una ragione alla base di una menzogna.”, pensò mentre finiva di cenare. Gli avventori della locanda evitavano di guardarlo, ma si trattava di una precauzione inutile, dato che lui non sollevava gli occhi dal piatto, immerso com’era in profonde riflessioni. Quella sera non si erano visti né il dottor Brenna, né Tagliabue: e di questo Mercuri era quasi contento.
Quando terminò di mangiare, si alzò dal tavolo, avviandosi lentamente verso l’uscita del locale. Imbruniva. Il vento calava dalle montagne portando con sé un po’ di refrigerio; la luna stava nascendo.
Il signor Mercuri non aveva paura. Si incamminò in direzione del bosco, con un’espressione quasi crudele dipinta sul volto. Il suo volto tanto comune, il suo aspetto così ordinario, il modo di fare uguale a quello di moltitudini di altre persone.
Sapeva che avrebbe trovato il lupo.
Da cosa nascono certe convinzioni, apparentemente non suffragate dalla realtà, da dati precisi e concreti? E’ vero: era la sera indicata; dopo dieci anni il lupo mannaro si apprestava a tornare. Tuttavia, non era detto che avrebbe incrociato la strada di Mercuri. Era possibile che entrasse in paese da un’altra parte, per poi penetrare furtivo nella camera di qualche fanciulla ignara oppure nella stanzetta di un povero bambino innocente. Ma Mercuri “sentiva” nel profondo di se stesso, al di là di ogni dubbio, che lo avrebbe trovato. Erano cinque anni che aspettava quel momento. Ed era impossibile che si sbagliasse, perché quelle convinzioni, quelle certezze, provengono da luoghi misteriosi, nei quali è ammesso unicamente chi per lungo tempo li ha sognati, nella inflessibile ricerca di un fato da plasmare a proprio piacimento.
Mercuri entrò nel bosco, mentre la luna sorgeva. Il chiarore era sufficiente per permettergli di orientarsi agevolmente. Teneva le mani in tasca, e si guardava attorno con attenzione. Lo avrebbe scovato!
Il “cacciatore di lupi mannari” procedeva indifferente ai rami adunchi che nella luce lunare apparivano simili ad artigli, ai fruscii e alle ombre, a strani rumori che avrebbero fatto sobbalzare molti uomini coraggiosi, alle sagome sinistre dei vecchi alberi. Si inoltrò nel folto del bosco, camminando con passo regolare e calmo. Si fermò per un istante, e fu allora che percepì distintamente la presenza del lupo. Era vicino. Molto vicino.
Mercuri sorrise, e la sua espressione diventò ancora più crudele. Poi sentì l’ululato.
Il suo pensiero corse a Sara, che incurante del suo amore non lo aveva mai degnato della minima attenzione; in rapida successione, passò in rassegna visi che gli erano odiosi, gente che a causa del suo aspetto non lo aveva mai considerato. Restò fermo, immobile, ad aspettare il lupo.
Venne fuori da un grosso cespuglio, che in quel punto ostruiva il sentiero. Era un’apparizione terrificante, resa ancora più spaventosa dal fatto che la trasformazione era in atto. Lo stavano abbandonando gli ultimi tratti umani, tuttavia per qualche momento Mercuri ruscì a discernere la fisionomia alterata di un giovane. Ma rapidamente ogni traccia umana scomparve, il volto si deformò assumendo le sembianze del muso di un lupo, gli occhi divennero rossi, denti acuminati spuntarono dalle fauci spalancate. Mercuri fronteggiò quella tremenda creatura degli inferi senza provare alcun timore.
Il lupo mannaro spiccò un balzo e gli fu addosso. Emanava un odore ripugnante, un fetore di carogne imputridite.
Un istante prima di venire azzannato alla gola, Mercuri rise. Un riso agghiacciante e malvagio, forse più terribile del lupo stesso.
“Regalami la notte!”, esclamò con la perfidia di chi è atteso da una lunga vendetta da compiere.

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