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Archive for gennaio 2012

CASTIGO

Ho una foto che conservo, anche se non ne capisco il motivo.
Sono molto fiera dei miei capelli che ricordano il colore delle foglie autunnali, ma per il resto non mi piaccio. Alcuni mi considerano attraente, altri graziosa, altri ancora addirittura bella: tuttavia, se avessi una bacchetta magica, quella delle fate per intenderci, mi trasformerei immediatamente in un clone di Naomi Watts. Le donne non mi interessano sotto il profilo sessuale; con questo non trovo affatto scandalosa l’omosessualità. Ciò nonostante confesso che per lei sarei disposta a fare un’eccezione. L’ho vista per la prima volta in Mulholland Drive, un film alquanto complicato di cui ho compreso ben poco, però sono rimasta letteralmente stregata da lei: bella, sensuale e magnetica.
Ma non è di Naomi Watts che vi voglio parlare, né del mio aspetto fisico. Non credo che siano argomenti interessanti, o meglio: la Watts è certamente interessante, ma io non sono una critica cinematografica e neppure una grande esperta di bellezza femminile, anche perché, come ho già detto, non sono attratta dalle donne. Mi piacciono gli uomini. Non tutti, naturalmente. Anzi, pochi, pochissimi, dato che ho gusti molto personali e difficili. Non guardo mai all’aspetto fisico, a parte gli occhi; sono altre le cose che cerco in un uomo: intelligenza, sensibilità, bontà d’animo. Poi, che sia atletico o meno, biondo o moro, alto o basso, mi è indifferente. L’importante è che sia provvisto delle tre qualità di cui sopra. E, credetemi, non è facile incontrare un ragazzo così. La maggior parte dei giovani che ho conosciuto aveva come tratto distintivo la banalità. Aggiungerei la mancanza di cultura. Per non parlare degli interessi: calcio, moto, donne.
Stefano, però, era diverso.
Nella foto, lui è in mezzo, capovolto: quando fu scattata lo trovai un fatto divertente, adesso invece mi deprime.
Mi innamorai di lui. Fra l’altro era anche bello, il che comunque non guasta. Lo conobbi a una festa, mi piacque subito e capii che la cosa era reciproca. Perciò non provai il minimo stupore quando mi invitò a cena e ovviamente accettai. A conti fatti sarebbe stato molto meglio se avessi declinato quell’invito: avrei evitato tutta la sofferenza che mi piombò addosso come un macigno quando mi lasciò per Laura, ma allora non potevo saperlo. Per inciso, Laura era la mia migliore amica e questo è un fatto sconfortante, visto che persi in un colpo solo amore e amicizia. Se Stefano mi avesse lasciato per una sconosciuta sarei corsa a piangere tra le braccia di Laura; in questo modo, invece, cercai di consolarmi da sola. Ma era difficile. Molto difficile!
Nella foto, lei è a destra. Io sono a sinistra. Lei ha uno sguardo indecifrabile, io una specie di mezzo sorriso compiaciuto. A posteriori, quel sorriso appare del tutto incongruo; e, sempre a posteriori, immagino che il suo sguardo celasse le trame perverse che stava ideando. E una mano di Stefano è posata sulla sua spalla.
Sono una persona orgogliosa e mi comportai di conseguenza. Non implorai Stefano, non mi abbassai a supplicare Laura: troncai i rapporti con entrambi. Li detestavo. Odiavo soprattutto lei, perché mentre fingeva di volermi bene stava tramando per rubarmi Stefano. “Tramando” è il termine giusto, dato che fin dall’inizio sviluppò la sua perfida strategia, circuendolo a furia di moine, di atteggiamenti svenevoli, che ingenuamente io non colsi.
Laura è più bella di me. Ha un fisico più snello e armonioso, gambe più slanciate; e in più è bionda: Stefano ha sempre avuto un debole per le bionde. Stefano è sì intelligente, sensibile e buono, ma purtroppo anche superficiale e cadde nella trappola preparata da quell’arpia. Non trascorse molto tempo prima che se ne pentisse e scoprisse il vero carattere di Laura, ma ormai era troppo tardi. E, comunque, sebbene lo rendesse infelice, lei lo teneva in pugno grazie alle prodezze sessuali di cui era capace. Fu Marco, un amico comune, a raccontarmi queste cose, benché io non gli avessi chiesto niente. Stefano si era confidato con lui. Laura era dispotica, capricciosa, spesso intrattabile. Avrebbe voluto lasciarla ma sapeva che non ci sarebbe mai riuscito perché quando andavano a letto insieme gli sembrava di toccare il cielo con un dito, di essere in paradiso, e allora sopportava le angherie, i soprusi, forse anche i tradimenti.
Però rimpiangeva me. “Silvia mi amava veramente.”, aveva detto a Marco. “Laura, invece, si prende gioco di me, mi tratta come un burattino, e io non ho il coraggio di reagire.”
Accadde qualcosa di strano. Le parole di Marco sedimentarono nel mio animo. All’inizio non fui consapevole di ciò che avevo deciso di fare, provavo solo una gran rabbia: avevo dato tutta me stessa a Stefano, lo avevo colmato di attenzioni, gli ero stata vicina nei momenti difficili, lo avevo coccolato, mi ero adoperata in tutti i modi perché si sentisse amato, perché fosse felice. E con me lo era stato. Laura me lo aveva rubato per pura malvagità. Era una donna falsa e meschina, e ora lo stava facendo soffrire. Come avevo fatto a non accorgermi della sua vera natura e considerarla l’amica del cuore? Semplice. Perché era abile, scaltra, priva di scrupoli, bravissima nel sapersi mascherare dietro a quel viso d’angelo.
Ma un bel giorno compresi finalmente che dovevo punirla.
E sarebbe stata una punizione severa.
Laura era estremamente vanitosa, compiaciuta della propria bellezza come può esserlo un musicista a riguardo della propria bravura.  Bene.  Non sarebbe più stata bella.
Abitava in una casa isolata, avuta in eredità dai suoi genitori. Era un posto incantevole a ridosso del mare: davanti c’era una spiaggia privata, dietro un piccolo bosco attraversato da un viale che si collegava alla strada statale.
Sono molto più vigorosa di Laura ed ero pressoché certa che non avrei avuto problemi a sopraffarla; tuttavia decisi di essere prudente: avevo il sospetto che si sarebbe difesa come una gatta selvatica, scalciando, graffiando e mordendo e non intendevo correre rischi inutili, perciò portai con me un grosso coltello da cucina.
Lasciai l’auto in uno spiazzo a circa un chilometro di distanza dalla casa, che raggiunsi camminando sulla sabbia. Era una giornata calda e afosa, senza un filo di vento; presto fui madida di sudore. Mi appostai dietro a una siepe che fiancheggiava il viale d’ingresso. Aspettai con pazienza. Avevo letto in un romanzo che per un cacciatore il momento dell’attesa è forse quello più emozionante; mi resi conto che era vero: mentre scrutavo il bosco tendendo le orecchie per sentire il rumore della macchina che si avvicinava, avevo tutti i sensi vigili, pregustavo il castigo che le avrei inflitto, la immaginavo in ginocchio stravolta dalla paura mentre mi chiedeva pietà.
Arrivò alle sei del pomeriggio. Sapevo già che si sarebbe presentata da sola: Stefano era partito per un viaggio di lavoro. Non a caso avevo scelto proprio quel giorno. Laura parcheggiò l’auto, scese e si guardò intorno, come se avesse avvertito la mia presenza. Poi si diresse verso la porta. Infilò la chiave nella serratura… e io le balzai addosso. Non ebbi bisogno del coltello. Le afferrai un braccio torcendolo con forza dietro la schiena. Lei urlò per il dolore. La sospinsi in casa, trascinandola in camera da letto. Devo dire che restai quasi delusa dalla mancanza di una sua reazione. Sebbene fosse più debole di me, pensavo che avrebbe lottato, che si sarebbe dibattuta; invece si lasciò legare senza ribellarsi: probabilmente era paralizzata dalla paura o forse dalla cattiva coscienza. Quando fu completamente immobilizzata, la guardai negli occhi e le annunciai che avevo con me una certa quantità di acido muriatico, aggiungendo che era destinato al suo viso.
Laura divenne mortalmente pallida. Come avevo previsto, mi implorò di perdonarla, giurò che avrebbe lasciato Stefano, disperata si spinse fino ad offrirmi dei soldi. Io la osservavo soddisfatta. Uscii per recuperare la borsa e quando tornai nella stanza vidi che se l’era fatta addosso. Non credo che esista un’umiliazione più grande, anche se quella strega aveva già perso tutta la sua dignità supplicandomi.
In un primo tempo mi ero gingillata con l’idea di portarmi dietro anche un imbuto e una bottiglia di whisky. Le avrei tappato il naso e l’avrei costretta a ingurgitare l’intero contenuto della bottiglia. Ma sarebbe stata un’enorme sciocchezza: Laura avrebbe perso i sensi o, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe ubriacata. In tal modo l’avrei come anestitizzata, rendendo vaghe le sue emozioni; viceversa, doveva essere lucida e presente.
Mi avvicinai al letto.
Laura tremava.
Incominciò a piangere.
Naturalmente la capivo. Per una donna giovane, bella e vanitosa non può esistere castigo peggiore. Mi divertii a tormentarla. Le dissi che nessuno l’avrebbe più guardata, che lei stessa avrebbe provato orrore se mai avesse avuto il coraggio di avvicinarsi a uno specchio. Ancora una volta assaporavo il sottile piacere dell’attesa. In una circostanza analoga un uomo probabilmente avrebbe agito subito, spinto dall’impazienza; ma era più solleticante prolungare l’agonia di Laura, figurarsi il suo panico soffocante, non staccare lo sguardo da lei, soggiogandola e dominandola. Era una sensazione squisita.
“Ti prego, perdonami!”, ripeté con voce stridula, simile allo squittio di un topo.
“Temo che non sia possibile, cara.”, risposi in tono falsamente mieloso.
Malgrado fosse sconvolta, era veramente leggiadra. Indossava dei pantaloncini corti, sicuramente scelti per mettere in risalto le lunghe gambe abbronzate e le caviglie sottili. Durante la breve colluttazione aveva perso le scarpe: i piedi erano aggraziati con la pianta rosea. Sotto la camicetta estiva si intravedeva il seno. Laura non metteva il reggipetto. L’avevo vista nuda, dopo una doccia: forse era un po’ piccolo, ma sodo e privo di smagliature con capezzoli rosa da ragazzina. Ciò che colpiva di più era comunque il viso. Il pallore faceva risaltare il colore degli occhi, un castano scuro della tonalità di un bosco al tramonto ; i lineamenti erano regolari e fini, la fronte ampia, il naso perfettamente proporzionato. La bocca sensuale avrebbe indotto qualsiasi uomo a desiderare di baciarla, e anche qualche donna.
Pensai a Stefano. Li immaginai mentre facevano l’amore, magari lì, sul letto dove ora lei giaceva. Laura mi aveva sottratto la felicità. Le lanciai un’occhiata malevola. Lei distolse lo sguardo. A causa della sua cattiveria, avrebbe rimpianto per sempre quella bellezza.
Ritenni che fosse giunto il momento del castigo.
Mi protesi su di lei. Laura si dimenò sul letto, tentando di liberarsi; ma i nodi erano perfetti e non ci sarebbe mai riuscita, nemmeno in un mese.
Mentre la fissavo, colsi la spaventosa angoscia che la attanagliava, il terrore che la stava dilaniando… e a un tratto provai compassione per lei. Scossi la testa incredula, come risvegliandomi da un sogno: l’atto che stavo per compiere era mostruoso. Come avevo potuto concepire una vendetta così crudele? Grazie al cielo ero tornata in me prima che fosse troppo tardi. Mi ritrassi e dissi a Laura che avevo solo voluto spaventarla, non l’avrei mai sfigurata. Adesso piangeva per il sollievo.
Tornai alla macchina, camminando come una sonnambula, in preda ai sensi di colpa e ancora confusa e disorientata. Mi sentivo strana, scissa in due. Era come se vaste zone d’ombra si fossero impossessate di una parte della mia testa, simili a nuvole che oscurassero il sole.
Nei giorni che seguirono cercai di cancellare per sempre dalla memoria quell’episodio tremendo. All’inizio non fu semplice. Ero tormentata dal ricordo dei suoi occhi colmi di angoscia, mi sembrava di risentire le sue implorazioni, e mi domandavo quale diabolico influsso mi avesse portata a concepire una vendetta così atroce. Poi, per fortuna, riuscii a dimenticare. Tutto si trasformò in un sogno. Mi convinsi che non era successo niente: l’appostamentro dietro la siepe, l’aggressione, la minaccia di sfregiarla, erano solo parti di tale sogno. Ritrovai la serenità.
C’era tuttavia un particolare che mi inquietava: non un pensiero cosciente, ma come un’ombra sfuggevole però presente, benché celata in qualche oscuro anfratto del mio cervello. Avevo scordato qualcosa e sentivo che era una cosa importante, però per quanto mi sforzassi rimaneva lontana dalla mia comprensione.
Passarono due settimane. E, come spesso accade, si materializzò quando smisi di pensarci, lasciandomi sgomenta.
Laura era ancora legata al letto.
Uscii dall’ufficio senza salutare nessuno, saltai sulla macchina e guidando come una pazza raggiunsi la casa sul mare. Vidi un’auto della polizia… e Stefano… e un’ambulanza.
A parte le strisce rosse, era bianca.
Come questa stanza e come i camici degli infermieri.

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MATRIOSKA 11

Massoud a suo modo era bello, pensò Monica. Inoltre aveva un’aria carismatica e uno sguardo che rivelava intelligenza, determinazione e forza. Era rimasta colpita dai suoi modi garbati e dal tono fermo ma pacato con cui impartiva gli ordini ai Mujaheddin che lo accompagnavano.
Era autorevole senza essere autoritario.
“Noi non abbiamo paura di morire.”, dichiarò l’afghano. “Se dovessi cadere in battaglia o venire ucciso da un sicario, il mio unico rammarico sarebbe quello di non poter continuare la lotta.”
Monica sorseggiò il the verde. Era stanca, accaldata e madida di sudore: non riuscì a trattenere il suo spirito polemico. “Siete sicuri di combattere dalla parte giusta?”, gli domandò guardandolo negli occhi. “Il regime sostenuto dai russi stava realizzando importanti riforme democratiche.”
Lodge la fulminò con lo sguardo. Imperterrita, lei proseguì: “Scuole, ospedali, maggiore dignità per le donne.”
Massoud  non rispose subito. Lodge pensava che quelle parole lo avessero irritato, ma si sbagliava. Il capo dei guerriglieri sorrise. Forse era affascinato da Monica, si disse Lodge, e divertito dalla sua impudenza: una donna afghana non avrebbe mai osato esprimersi in quei termini, né rapportarsi alla pari con un uomo. “Sono stranieri.”, affermò con calma dopo un momento. “Questa è la nostra terra, e loro vogliono conquistarla… renderci schiavi. Hanno ammazzato donne, vecchi e  bambini, hanno distrutto interi villaggi, e continuano a farlo: è giusto questo?”
Seguì un silenzio. Monica avrebbe voluto ribattere, ma considerò fra sé che sarebbe stato inutile. Era vero ciò che aveva sostenuto Massoud, però era altrettanto vero che l’Unione Sovietica era intervenuta in seguito a una richiesta d’aiuto del legittimo governo di Kabul. Tuttavia, si rendeva conto che le loro posizioni erano inconcialibili, e comunque lei non si trovava lì per discutere bensì per portare a termine un compito che le era stato affidato dalla CIA. Insistere sarebbe stato controproducente: l’unico risultato che avrebbe ottenuto sarebbe stato quello di alienarsi la simpatia di Massoud. In ogni caso, si era sfogata esprimendo il suo pensiero e di questo era soddisfatta.
Lodge cambiò discorso. “Credo di conoscere l’uomo che si è spacciato per americano.”
Massoud lo osservò con interesse.
“E’ il miglior agente del KGB. Non conosco il suo nome, so soltanto che lo  chiamano Matrioska.” Fece una pausa, mentre suo malgrado ripensava a ciò che era successo a Roma, quindi aggiunse: “Io l’ho già incontrato.”
Massoud annuì. “L’ho visto per pochi attimi, prima che il traditore cercasse di pugnalarmi; però mi è bastato: ha un’aura crudele, e certamente è un avversario formidabile. Tenterà di nuovo di uccidermi, ma non lo temo.”
Io, invece, sì, pensò Lodge; ma non replicò. A differenza di Monica Squire non gli interessava discutere: era tempo perso.
In realtà, c’era stato un periodo in cui era stato attraversato dai dubbi. Aveva disapprovato la guerra del Vietnam e guardato con scetticismo a molte azioni della CIA. Pensava ai bambini dilaniati dalle bombe, agli uomini terrorizzati dal rumore degli elicotteri che si avvicinavano, alla devastazione prodotta dal napalm. Sherlyn lo aveva aiutato. E da molto ormai pensava unicamente a svolgere il suo lavoro con efficienza, senza porsi domande per le quali non esistevano risposte.
Massoud si allontanò per conferire con un guerrigliero appena arrivato.  Si trovavano in un piccolo villaggio – meno di cento case – a ridosso di una montagna. Lì accanto scorreva un fiume. Lodge levò lo sguardo al cielo, chiedendosi se la sua missione era finita; avevano messo in guardia Massoud, che peraltro aveva già visto l’agente del KGB: non restava granché da fare. Come aveva detto a Monica, non  era in cerca di rivincite; ciononostante gli sembrava che ci fosse qualcosa di irrisolto, sebbene non avesse le idee chiare in proposito.
A un tratto udì un rumore terribile.
E da un momento con l’altro la tranquilla mattina di sole si trasformò in un inferno. Gli abitanti del villaggio corsero verso la montagna, Latif gli fece cenno di scappare. Lodge e Monica lo seguirono; Massoud e i suoi uomini erano già davanti a loro… e comparvero gli Hind. Erano quattro. Scesero, simili a orride creature deformi, falcidiando i più lenti, perlopiù gli anziani del villaggio oltre a due donne impedite dai bimbi che tentavano di salvare. Quindi, puntarono sui guerriglieri: ne uccisero sei. I superstiti trovarono rifugio in una grotta. Era per questo che Massoud aveva scelto un paese vicino a una montagna, si disse Lodge. Monica arrivò per ultima, rossa in faccia per lo sforzo: tuttavia non era spaventata.
Massoud era calmo. Indicò due Stinger. “Forse siete più pratici di noi. I nostri uomini meglio addestrati sono caduti.”
John prese uno dei due lanciamissili e si sporse per mirare. Un Hind si alzò sopra di loro. John sparò. Il missile centrò la presa d’aria dell’elicottero, l’Hind si schiantò contro il fianco della montagna e precipitò a terra avvolto dalle fiamme.
Gli altri tre Hind scelsero traiettorie diverse. Era una buona tattica, pensò Lodge mentre ricaricava lo Stinger. Un elicottero tornò indietro per distruggere il villaggio ed eliminare gli afghani che si trovavano ancora allo scoperto. Un Hind si alzò volteggiando, come un orribile mostro alato. Il terzo puntò su di loro.
Lodge prese accuratamente la mira. Se avesse mancato il bersaglio, sarebbe morto. Il cannoniere russo puntava proprio lui e il pilota aveva manovrato l’elicottero in modo tale da consentirgli il miglior angolo di tiro possibile.
John sparò di nuovo e ancora una volta il missile raggiunse la presa d’aria. I  Mujaheddin gridarono trionfanti.
Ma l’Hind che stava più in alto scese velocemente, come un falco che punta un coniglio. Si sentì un fragore assordante, poi John vide Latif stramazzare al suolo con il corpo orrendamente dilaniato. Un istante dopo fu colpito un altro guerrigliero.
Lodge cercò di ricaricare lo Stinger, ma capì che non avrebbe fatto in tempo. L’elicottero sembrò invadere tutto il suo campo visivo. Il cannoniere era pronto a far fuoco. Lodge si gettò a terra, benché sapesse che era inutile.
Poi l’ Hind sbandò, perse rapidamente quota e si fracassò al suolo.
Lodge si guardò intorno, stupito.
Monica aveva un ginocchio a terra, il secondo Stinger saldamente fra le mani e un’espressione compiaciuta in volto.
John l’avrebbe abbracciata.
Scrutò il cielo e vide l’elicottero superstite che si innalzava per allontanarsi e fare ritorno alla base.
Questa volta anche Lodge gridò assieme ai Mujaheddin. Soltanto Massoud restò impassibile.

L’indomani erano distanti da quello che rimaneva del villaggio.
Monica e John avevano conquistato il rispetto e l’ammirazione di Massoud. Il comandante dei guerriglieri chiese a Lodge se era disposto a insegnare la tecnica migliore per usare gli Stinger ai sopravvissuti di quel gruppo, pochi in realtà: si erano salvati in otto. Questo naturalmente facilitava il compito. Lodge acconsentì di buon grado. Dopo un attimo di esitazione Massoud rivolse la stessa domanda a Monica, che annuì con un sorriso: per quanto diverso dalla maggioranza degli afghani, Massoud era pur sempre un maschilista. Avrebbero incominciato il giorno successivo.
Quella sera, dopo una cena frugale a base di pane e yogurt, si ritirarono presto. Massoud gli aveva riservato una casetta lievemente isolata dal resto del paese; era situata proprio sotto alla montagna, in prossimità di un ruscello.
Lodge era eccitato.
Aveva nitida in mente l’immagine di Monica con un ginocchio a terra e l’aria trionfante. Per qualche motivo, ciò lo stordiva. Gli aveva salvato la vita, ma non solo: aveva dato una grande dimostrazione di forza, di coraggio e di destrezza.
Dormivano in camere separate; era stata una giornata faticosa, ma Lodge era troppo inquieto per prendere sonno. Pensava a Sherilyn e veniva assalito dai sensi di colpa, pensava a Susan e provava un forte rimorso per i pensieri lascivi che non riusciva ad allontanare.
Voleva Monica.
E la voleva ora.
Se fosse entrato nella sua stanza, che reazione avrebbe avuto?
Si sarebbe indignata e lo avrebbe scacciato oppure lo avrebbe preso tra le sue braccia, avida di passione? John pensava di non esserle indifferente, ma cosa poteva offrirle? Non certo un futuro in comune.
Si soffermò a riflettere.
Sherilyn era sua moglie e lui la amava, però Monica era una donna speciale – se ne rendeva chiaramente conto adesso. Era superiore a tutte le donne che aveva conosciuto… inclusa Sherilyn. A quel pensiero provò una fitta d’angoscia. Poi immaginò di vivere con Monica e l’angoscia fu sostituita dal desiderio folle di averla sempre con sé: dormire con lei, svegliarsi con lei, fare l’amore tutte le notti con lei.
Sono un dannato egoista, si disse. Un matrimonio è per sempre. E poi cosa penserebbe Susie di me? Provò un senso di malessere quasi fisico all’idea della sofferenza che avrebbe arrecato alla figlia.
Non si sarebbe mosso dalla camera, decise. E avrebbe smesso di baloccarsi con quelle fantasie assurde. Però, non riusciva a stare fermo.
Uscì di casa e attraversò il piccolo villaggio. Era una notte luminosa, piena di stelle. Lodge rammentò che ne aveva regalata una, forse la più splendente, a Sherilyn. In seguito, anche Susie aveva preteso di possederne una.
Si vergognò profondamente.
Poi rientrò in casa e andò da Monica.

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MATRIOSKA 10

I cinque Mujaheddin confabularono con la loro guida. Parlavano in fretta e Monica non capì cosa dicevano: era chiaro però che si riferivano a lei e a John. Guardò Lodge e lui alzò le spalle.
Finalmente l’uomo che li accompagnava, Latif, spiegò ciò che era successo. Un “americano” e un traditore avevano cercato di uccidere Massoud. Per fortuna, Massoud era incolume; ma il problema era un altro: chi poteva garantire che loro due fossero veramente amici dei guerriglieri?
Lodge disse: “Sapete descrivermi l’uomo che si spacciava per americano?”
Latif interrogò gli altri, quindi fornì una descrizione molto vaga. Lodge rifletté per alcuni istanti. “Noi ci troviamo qui proprio per questo. Siamo stati anticipati e non per colpa nostra. Se Massoud ci avesse ricevuto subito, lo avremmo messo in guardia. Comunque, grazie al cielo, l’attentato è fallito.”
“Tuttavia, non è cessato il pericolo.”, interloquì Monica. “Ci riproveranno.” Non era nel suo stile essere drammatica, ma incominciava a credere veramente che alla base di tutto ci fosse quel Matrioska.
Latif annuì, pensieroso. “In ogni caso, sarà Massoud a giudicare. Lui sa leggere nel cuore della gente. Se siete in buona fede, non avrete nulla da temere.”
“Bene.”, disse Lodge. “Non vedo l’ora di incontrarlo.”

Il fiume era profondo.
L’impatto gli svuotò l’aria dai polmoni. Sebbene fosse estate, l’acqua era talmente gelida che gli ghiacciò i testicoli.
Durante la caduta era riuscito a coordinarsi come un atleta olimpionico: ne era conseguito un tuffo perfetto. In pochi ci sarebbero riusciti, ma Aleksandr sapeva di essere eccezionale.
Il fiume parve risucchiarlo in una morsa d’acciaio.
Aleksandr scrollò la testa, si spinse rabbiosamente in alto e riaffiorò in superficie. Sopra di lui c’era una cascata spumeggiante che il sole al tramonto illuminava fiocamente. Aleksandr nuotò verso la riva. Quando uscì dall’acqua, si accasciò respirando affannosamente. Rabbrividiva per il freddo. Dopo qualche minuto, con un grande sforzo di volontà si rialzò e si allontanò da lì, seguendo una mulattiera che sembrava puntare verso il cuore della montagna. Raggiunse una grotta e si fermò per riposare; piombò in un sonno profondo, pervaso da strani sogni che riguardavano la sua infanzia. Si svegliò il mattino dopo, mangiò una tavoletta energetica che conservava in una confezione di polietilene, abbandonò la caverna e scese a valle.
Si preannunciava una giornata calda e luminosa. Le montagne spiccavano nel cielo perfettamente blu, solcato da pochissime nubi.
Aleksandr camminò per più di due ore, poi vide il cinghiale.
Muovendosi con cautela, lo raggiunse, lo uccise e lo scuoiò. Nascose la pelle dell’animale in un anfratto della montagna. Prese nuovamente in considerazione l’idea di recarsi a Kabul o, meglio ancora, a Charikar che era più vicina, ma ancora una volta la scartò. A parte il fatto che Massoud poteva essere ovunque, avrebbe dovuto fare i conti con la burocratica lentezza dell’esercito sovietico. Prima o poi sarebbe riuscito a stabilire un collegamento con il KGB, ma intanto avrebbe perso tempo prezioso e, quando finalmente gli avessero messo a disposizione un Hind, sarebbe stato certamente troppo tardi. Inoltre, anche se avessero individuato il rifugio del capo dei ribelli, non era detto che sarebbero riusciti a uccidere proprio lui: il margine di rischio era eccessivo. Decise una volta per tutte che avrebbe proseguito la missione da solo, come del resto da sempre era abituato a fare. Aleksandr amava agire in piena libertà, senza dover rispondere a nessuno e avvalendosi di mezzi non sempre ortodossi. Ciò che contava, alla fine, era il successo: ai suoi capi non doveva interessare altro. Meno sapevano di ciò che faceva, meglio era.
Imboccò uno stretto sentiero che conduceva alla terrazza naturale dove Farrin aveva tentato invano di uccidere Massoud.
Era pronto a scommettere che questi aveva già levato il campo.
Ma, al momento, non era lui che cercava.
Faceva molto caldo. Il sole splendeva alto nel cielo e non c’era un filo d’aria. Aleksandr abbandonò il sentiero e trovò un modo per aggirare il punto dove aveva incontrato le sentinelle.
A un tratto sentì una voce e subito dopo una seconda. Si fermò e rimase in attesa. Due uomini stavano parlando fra loro. Trascorsero dieci minuti, mentre Aleksandr aspettava di udire una terza voce e magari una quarta: ma evidentemente i Mujaheddin erano soltanto due.
Avanzò silenziosamente, trattenendo il respiro.
Poi li vide.
Erano seduti, intenti a fumare. Entrambi avevano un Kalashnikov, però erano distratti.
Aleksandr biasimava la mancanza di disciplina. Se Massoud fosse stato eliminato, quel branco di animali si sarebbe disperso tra le montagne e i russi avrebbero occupato senza problemi la valle del Panjshir.  Era il punto nevralgico della resistenza dei guerriglieri, dato che gli altri capobanda non possedevano l’intelligenza e l’acume di Massoud.
Non era il caso di usare la pistola: il rumore degli spari avrebbe richiamato altri Mujaheddin. Aleksandr impugnò un coltello dalla lama lunga e affilata, poi uscì allo scoperto. I ribelli lo fissarono, sorpresi.
Imbracciarono i Kalashnikov, ma lui fu più veloce.  Balzò sul guerrigliero più vicino e con un rapido movimento gli tranciò la gola.
Il secondo cercò di far fuoco.
Aleksandr doveva impedirglielo.
Si gettò su di lui e lo stordì con un pugno. Gli strappò l’arma dalle mani, quindi lo prese a calci finché non cadde riverso al suolo.
Attese che si riprendesse, quindi lo pungolò con il Kalashnikov, indicandogli la valle sottostante. Mentre scendevano, Aleksandr disse: “Dove si trova ora Massoud?”
L’afghano non rispose.
Aleksandr gli rivolse un sorriso crudele. “Tranquillo. Fra poco me lo dirai.”
L’afghano sputò per terra.
Aleksandr sapeva valutare gli uomini.
Quasi sicuramente quel ribelle era molto coraggioso e avrebbe resistito a ogni tortura: per un Mujaheddin era inammissibile tradire Massoud. Ma esistevano altri metodi per costringerlo a parlare.
Continuarono a scendere. Imbruniva e il caldo si era fatto meno soffocante; adesso spirava una lieve brezza che Aleksandr accolse con sollievo.
Giunti davanti alla grotta dove era nascosta la pelle del cinghiale, Aleksandr ordinò all’afghano di fermarsi.
“Dov’è Massoud?”, ripeté.
L’altro lo guardò con aria di sfida.
Aleksandr disse: “Bene. Non importa. Allora morirai.”
Intuiva che per il guerrigliero sarebbe stato un onore sacrificare la propria vita per salvare il suo comandante, e infatti colse una luce fanatica nei suoi occhi. Aveva visto giusto: era un uomo coraggioso e inflessibile.
Tenendolo a bada con il Kalashnikov, si sporse per recuperare la pelle del cinghiale.
“Quando sarai morto”, disse, “scaverò una fossa e ti seppellirò. Prima, però, ti avvolgerò in questa pelle.”
L’afghano impallidì e incominciò a tremare.

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MATRIOSKA 9

Aleksandr aveva con sé la pistola. Inizialmente l’aveva consegnata ad Adeeb, che poi una volta appurato che era un cittadino americano e che lavorava per il governo degli Stati Uniti gliela aveva restituita.
Perciò avrebbe potuto sparare a Massoud. Era un tiratore infallibile e da quella distanza l’avrebbe sicuramente ucciso. Però, sarebbe morto a sua volta: aveva di fronte quattro Mujaheddin, armati di Kalashnikov. Avrebbe potuto eliminarne due, forse tre; ma il quarto lo avrebbe ammazzato. C’era la possibilità che gli sparassero comunque, tuttavia era molto remota: l’attenzione generale sarebbe stata rivolta a Farrin, e la morte di Massoud avrebbe creato sconcerto. Nessuno avrebbe badato a lui, almeno per qualche secondo: il tempo che gli sarebbe servito per scappare.
Fin dall’inizio era stato consapevole che molto difficilmente avrebbe avuto un’occasione per restare solo con Massoud. Per questo aveva portato con sé Farrin. Farrin era stato condizionato a Mosca, nei laboratori del KGB; la personalità di Aleksandr aveva  fatto il resto, e l’afghano si era trasformato in una macchina programmata per uccidere. Naturalmente non sarebbe uscito vivo dall’accampamento, ma questo era irrilevante.
Farrin vibrò la pugnalata, mirando al ventre di Massoud. Con incredibile prontezza il capo dei guerriglieri gli afferrò il polso prima di venire colpito. Il coltello sfuggì dalle mani di Farrin.
Aleksandr scosse la testa, furioso. Impugnò  la pistola, ma Farrin gli toglieva la visuale. Un istante dopo corse via, lungo il sentiero che aveva individuato mentre aspettava che Massoud arrivasse. I Mujaheddin fecero fuoco, ma lo mancarono. Erano stati tutti colti di sorpresa… tranne Massoud.
Aleksandr scomparve, nascosto dalla sporgenza della montagna. Il sentiero scendeva ripido verso valle. Dopo un centinaio di metri curvava. Aleksandr si fermò. Immaginava che in quel punto ci fossero delle sentinelle. Se Farrin non avesse mancato il colpo, le avrebbe prese alla sprovvista. Dubitava che i Mujaheddin avrebbero abbandonato subito la salma del loro capo: avrebbero pianto e si sarebbero disperati. Comprese di aver commesso un errore. Aveva sottovalutato la forza, l’energia e la prontezza di Massoud.
Udì il rumore dei passi dei guerriglieri che lo stavano inseguendo. Il piano era fallito. No, si disse. C’era sempre una seconda possibilità: era fuori questione che lasciasse l’Afghanistan senza portare a termine il suo compito. Sarebbe stata la prima volta ed era un’eventualità che non voleva nemmeno lontanamente prendere in considerazione. Se avesse raggiunto le linee russe avrebbe potuto indicare con precisione il luogo dove si trovava Massoud in modo che gli Hind lo bombardassero… sempre che questi non si spostasse immediatamente, come era solito fare. Era preferibile agire da solo, decise: in ogni caso, per prima cosa doveva pensare a salvare la pelle.
Ora i passi erano vicinissimi. Sentì gridare. Due afghani comparvero risalendo il sentiero. Come aveva previsto, erano le sentinelle, e probabilmente ce n’erano anche altre. Da dietro, una voce gli intimò di alzare le braccia.
Aleksandr si girò.
Erano in tre.
Si trovava tra due fuochi.
Se lo avessero catturato, lo avrebbero affidato alle donne: lo avrebbero torturato orribilmente e sarebbe morto dopo un’atroce agonia.
Guardò sulla sua destra. C’era un profondo burrone. In fondo all’abisso scorreva un fiume. Gli ultimi raggi del sole al tramonto si riflettevano sull’acqua, traendone vividi bagliori; ma le ombre cominciavano ad allungarsi.
Aleksandr non sapeva quanto il fiume fosse profondo. Era estate ed era possibile che l’acqua fosse bassa: in questo caso si sarebbe sfracellato al suolo. Ma non esistevano alternative, e poi la sua buona stella non l’aveva mai abbandonato. Trasse un grande respiro e spiccò il balzo.
Precipitò dalla montagna, sotto lo sguardo incredulo dei guerriglieri.

Dopo ciò che le avevano fatto, la simpatia di Monica nei confronti dei ribelli si era ridotta ai minimi termini. Non aveva mai sofferto tanto in vita sua: se ci ripensava le venivano i brividi. Sarebbe stata insincera se avesse affermato che la morte di quei quattro le era dispiaciuta.
Lodge era stato gentile e premuroso, e l’aveva curata con dedizione. In un certo senso, questo era normale dato che lavoravano insieme da anni; però Monica sospettava che ci fosse dell’altro. Sapeva che John amava moltissimo sua moglie, ma negli ultimi giorni ciò non gli impediva di guardarla in maniera strana, soprattutto quando pensava che lei non se ne accorgesse. Lodge l’aveva vista svestita. Possibile che dipendesse da questo? Era un uomo istruito, maturo, responsabile, e sicuramente aveva visto molte donne in costume da bagno o magari nude: la cosa non avrebbe dovuto colpirlo più di tanto. Inoltre, Monica era consapevole di avere un bel corpo; tuttavia c’erano mille ragazze più attraenti di lei e non le risultava che Lodge si lasciasse affascinare da un paio di gambe slanciate, da una massa di riccioli scuri o da una fluente chioma bionda. Ricordava di aver pensato che Sherilyn era graziosa ma non eccezionale, ma che questo non aveva valore considerata la  profondità dei sentimenti di Lodge. Eppure l’innato istinto femminile le suggeriva che sì, lui era attratto da lei.
E ne era segretamente compiaciuta.
Mentre si dirigevano a cavallo verso la valle del Panjshir, accompagnati dal taciturno emissario di Massoud, si soffermava spesso a riflettere sul loro rapporto e su quello che sarebbe potuto accadere. John avrebbe cercato di baciarla? E, qualora fosse successo, lei come avrebbe reagito? Lo avrebbe respinto o avrebbe corrisposto al bacio con entusiasmo?
Lo desiderava, pertanto non si sarebbe tirata indietro.
Lodge avrebbe lasciato Sherilyn per lei? Ne dubitava.
Stabilì che era inutile porsi troppe domande. Forse il suo era solo un castello in aria. O forse Lodge la voleva. Chi vivrà vedrà, si disse. Era una filosofia spicciola, però, date le circostanze, era anche la miglior filosofia possibile.
Erano in prossimità della valle, quando furono raggiunti da cinque guerriglieri.
Monica notò che avevano l’aria ostile.

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