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Archive for dicembre 2011

MATRIOSKA 2

Per dieci anni John Lodge avrebbe ripensato a quei giorni.
Ricordava il caldo umido e soffocante, il traffico caotico, il vociare scomposto degli italiani, l’impudenza delle ragazze romane e, naturalmente, ricordava Boris. Fin dal primo momento il russo gli era stato istintivamente antipatico. Biondo, pallido, con due slavati occhi celesti, abbondantemento sovrappeso, Boris Ivanovic era altezzoso e arrogante. Nonché stupido, pensava John. Si rifiutava categoricamente di andare in America – e questo bastava per dimostrare la sua scarsa intelligenza -, dove sarebbe stato protetto, avrebbe avuto una casa dignitosa e buone bistecche in abbondanza. Boris voleva restare a Roma, un luogo invivibile, dove la polizia brillava per inefficienza e i servizi segreti erano talmente inadueguati da sembrare partoriti da un autore di film comici.
Lodge non approvava ciò che aveva fatto Boris. Certo: il suo contributo sarebbe stato prezioso, e di questo era contento; tuttavia egli riteneva che alla base del comportamento di un uomo avrebbero dovuto esserci degli ideali, un senso di appartenenza, onestà e fedeltà. Chiaramente l’Unione Sovietica stava dalla parte del torto, e gli Stati Uniti da quella della ragione; ma la scelta di Boris non dipendeva da quello. Lui tradiva la sua patria per avidità, in cambio di denaro, e per Lodge ciò era squallido. L’America non era esente da colpe – e Lodge pensò al Vietnam – però egli non l’avrebbe mai tradita.
Boris incominciava a bere vodka alle otto del mattino e, prima di mezzogiorno, era immancabilmente ubriaco. John Lodge doveva proteggerlo e nei momenti di lucidità mentale prendere nota di tutto quello che sapeva. Boris era un burocrate del KGB, non un agente operativo, e in quanto tale aveva un quadro molto vasto di quanto accadeva a Berlino, la città in cui aveva vissuto negli ultimi cinque anni, prima di decidere di vendersi. Il lavoro procedeva con una lentezza esasperante, a causa delle scarse ore di cui John disponeva, dei capricci del russo – voleva prostitute in continuazione – e dei vuoti mentali che gli offuscavano la memoria e che, riteneva Lodge, erano dovuti alla vodka.
Lodge avrebbe ricordato quei giorni anche per un altro motivo: il più importante. Quello era stato l’unico insuccesso della sua carriera. John non aveva mai fallito, né prima né in seguito; era uno dei migliori agenti della CIA, e sapeva di esserlo. Aveva portato a termine operazioni assai più complesse e rischiose, sconfiggendo regolarmente i suoi nemici, anche i più pericolosi fra essi; e dopo Roma il suo prestigio all’interno dell’Agenzia era rimasto intatto: anzi, aveva continuato a crescere. I capi lo avevano perdonato. A fronte di un unico fallimento, vantava decine di brillanti missioni, e questo bastava e avanzava.
Ma Lodge non si era mai perdonato.
E non aveva dimenticato l’uomo che aveva ucciso Boris, proprio sotto al suo naso. Di lui rammentava i lineamenti del viso, le spalle ampie e l’espressione gelida degli occhi.
Non sapeva come si chiamava, ma conosceva il suo nome in codice: Matrioska. Era stata l’ultima parola che aveva pronunciato Boris prima di morire.

Dmitriy aveva fretta perché temeva che Boris si trasferisse negli Stati Uniti. Ormai, sospettava, aveva raccontato troppe cose e questo avrebbe causato una quantità di problemi: agenti doppi “bruciati”, funzionari corrotti del settore ovest smascherati, codici decifrati. Tuttavia, se era inutile chiudere la stalla dopo che i buoi erano scappati, era invece indispensabile dare un chiaro esempio che fungesse da monito. E comunque Boris aveva una mente lenta e contorta. Era possibile che procedesse mercanteggiando per ogni singola informazione: un’ulteriore ragione per fermarlo al più presto.
Al momento, Boris si trovava a Roma.
Dal fascicolo che lo riguardava Aleksandr aveva appreso che amava il lusso, la vodka e le donne. Perciò era probabile che alloggiasse in un albergo a cinque stelle; ma Aleksandr non basava le sue azioni sulle probabilità. Giunto a Roma con un passaporto falso, a nome di un imprenditore norvegese, si recò in una piccola chiesa situata in periferia. Vide il suo uomo, ma non si avvicinò. Uscì dalla chiesa e si sedette a un tavolino d’angolo di un bar. Ordinò un the e finse di leggere il “Times”. Aleksandr parlava un inglese corretto, sebbene con un lieve accento russo. Dopo venti minuti, l’italiano si affacciò sulla piazza. Era nervoso e si guardava continuamente intorno. Attese per un altro quarto d’ora, poi si incamminò verso la macchina.
Aleksandr osservò con attenzione. Non lo seguiva nessuno. L’indomani, alla stessa ora, tornò alla chiesa. Il colonnello Schieppati era inginocchiato davanti all’altare.
Incompetente, pensò Aleksandr.
Scrutò l’interno della chiesa: c’erano soltanto tre o quattro vecchiette. Avanzò lentamente, gli passò davanti e lasciò cadere a terra un foglio di carta. Quindi, guadagnò rapidamente l’uscita.
Quel pomeriggio, alle cinque, il colonnello Schieppati entrò in un bar affollato del centro.
Squillò il telefono. Il barista chiese se c’era un certo signor D’Arrigo.
“Sono io.”, disse Schieppati e prese il ricevitore.
Gli fu dato il nome di una via e un numero civico. Chi lo stava chiamando riagganciò subito.
Schipeppati pensava che quel russo fosse esagerato, comunque salì in macchina e raggiunse il luogo che gli era stato indicato.
Non vide anima viva.
Irritato, tornò alla macchina; ma un attimo prima di aprire la portiera, una figura emerse come dal nulla.
Gli fece un cenno e Schieppati la seguì dentro a un portone.
“Dove?”, gli domando Aleksandr in inglese.
Schieppati si guardò alle spalle.
“Tranquillo. Non c’è nessuno.”, disse Aleksandr.
Schieppati fornì un indirizzo e un cognome: Lodge.
Aleksandr gli consegnò una busta e scomparve.
Boris non alloggiava in un albergo.
Aleksandr fece ritorno alla sua piccola pensione e si cambiò. Indossò un paio di jeans, una camicia a fiori su cui appuntò un medaglione che raffigurava i Led Zeppelin, e si scompigliò i capelli. Erano lunghi al punto giusto. Si servì di vari mezzi pubblici e affrontò l’ultimo tratto di strada a piedi. Faceva molto caldo e presto fu madido di sudore. Il residence era poco fuori Roma, in una zona tranquilla immersa nel verde. Aleksandr notò una macchina della polizia con quattro agenti a bordo. Imbruniva, ma riuscì a distinguere i loro volti: sembravano annoiati, e probabilmente lo erano.
Non costituivano un problema.
Ma con Boris sicuramente c’erano uno o più uomini della CIA.
Aleksandr andò in un bar vicino, consultò l’elenco telefonico e chiamò il residence. Non c’erano appartamenti liberi, ma questo era ovvio. “Avete un servizio di cucina interno?”, chiese. No. I pasti venivano serviti da un ristorante. Aleksandr riattaccò e aspettò l’ora di cena; per quanto ne sapeva, a Roma si mangiava tardi.
Alle nove arrivò un furgone. Su una fiancata spiccava la scritta “Ai sette colli”. Due camerieri scesero dal veicolo, sospingendo un carrello.
Aleksandr sorrise.

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MATRIOSKA 1

La barca – un vecchio dragone praticamente inaffondabile – virò di prua e fendendo i marosi imboccò lo stretto passaggio che conduceva alla piccola baia. Aleksandr ormeggiò lo scafo, lo disarmò e scese a terra. Lì il vento era meno intenso: l’insenatura era protetta dai numerosi scogli che affioravano dal mare, simili a denti aguzzi. Le onde si infrangevano su quella barriera e andavano a sfogare la loro collera altrove. Al largo stava infuriando una tempesta, nella rada le acque erano più tranquille.
La casa si ergeva circa cinquanta metri sopra alla spiaggia; per raggiungerla occorreva seguire una mulattiera, che poi proseguiva fino in cima alla montagna, ottocento metri più in alto a volo d’uccello. Era dotata di un generatore elettrico e di un impianto per l’erogazione dell’acqua calda; ma non c’erano telefono, televisione e radio.
Aleksandr si fece una doccia bollente e indossò indumenti asciutti. Preparò il the, andò nello studio e si sedette alla scrivania. Scorse per la seconda volta l’incartamento: c’era la foto di un uomo, oltre a minuziose istruzioni.
Aleksandr doveva uccidere quell’uomo.
Sorseggiò la bevanda con calma. Per lui uccidere non era un problema: era pagato per questo.
Il suo nome in codice suonava ironico: Mатрёшка.
Non era stato lui a sceglierlo, ma Dmitriy – il suo diretto superiore – in un raro momento di malinteso umorismo. In realtà, c’era anche un motivo alla base di quel nome: di norma, per governare un dragone erano necessari tre uomini, ma Aleksandr faceva tutto da solo; e, secondo Dmitriy, racchiudeva in sé tre caratteristiche fondamentali: era estremamente intelligente, era crudele ed era infallibile. Dmitriy conosceva molte persone intelligenti, un numero largamente superiore di individui crudeli, ma nessuno che fosse anche infallibile, all’infuori di Aleksandr stesso. Come una matrioska egli celava in sé varie parti, però all’interno c’era il vuoto, come un abisso insondabile. Per quello lo stimava, sebbene lo detestasse e fosse sconcertato da quel vuoto interiore.
Ad Aleksandr Dmitriy era indifferente: non odiava né amava nessuno.
Quella sera andò a coricarsi presto e il mattino dopo si svegliò poco dopo l’alba. Si vestì, consumò una robusta colazione, prese lo zaino e uscì di casa. Non c’era bisogno di chiudere a chiave la porta, dato che quel luogo era pressoché irraggiungibile, e comunque non esisteva una sola ragione perché a qualcuno venisse in mente di passare di lì.
Aleksandr intraprese la lunga camminata che lo avrebbe portato in vetta alla montagna; qui lo attendeva un interminabile tratto in discesa su un sentiero sconnesso che in alcuni punti diventava estremamente ripido. Giunto a fondo valle, percorse i cinque chilometri che lo separavano dal paese più vicino. C’era una stazione ferroviaria. Aleksandr acquistò un biglietto per Mosca e aspettò con pazienza. Gli orari erano puramente indicativi e infatti il treno arrivò con tre ore di ritardo.
Aleksandr prese posto vicino a un contadino che aveva con sé una capra.
Dopo due ore il treno partì.

Tamara amava Aleksandr, però non lo capiva.
Facevano l’amore in modo splendido: Aleksandr sembrava conoscere il suo corpo meglio di lei, capiva sempre ciò che desiderava in quel momento e, a seconda delle circostanze, poteva essere impetuoso e rude oppure tenero e dolce. Talvolta le portava dei regali e quasi sempre cibo e vodka in abbondanza. Guadagnava molto, ma Tamara non sapeva che lavoro facesse; al riguardo, si dimostrava sempre vago e lei aveva smesso di chiederglielo. Ridevano assieme, e se lui era di buon umore chiacchieravano o ascoltavano musica classica, tuttavia Aleksandr non parlava mai di se stesso. Tamara non sapeva nulla dei suoi pensieri, dei suoi sogni – posto che ne avesse -, della sua infanzia o dei suoi genitori. Aleksandr sosteneva che lei era molto bella, e ciò in ogni caso era vero, ma non le aveva mai detto che l’amava, e Tamara sospettava che alla base del loro rapporto ci fosse soltanto il desiderio fisico e forse un po’ di simpatia.
A Tamara non interessavano i regali e i cibi costosi. Avrebbe voluto che lui si aprisse, che le svelasse la parte intima di se stesso, che le raccontasse qualche episodio della sua infanzia. Aveva avuto un cagnolino con cui giocare? Sua madre gli rimboccava le coperte quando andava a dormire, magari narrandogli una fiaba? Si era innamorato di una ragazzina che non lo degnava di uno sguardo? Questo era difficile, pensava, perché Aleksandr era alto, forte e bello. Anche Tamara era alta: quasi un metro e ottanta; era bionda, con gli occhi chiari e un corpo stupendo; formavano una coppia perfetta… in apparenza. Alexsandr non aveva amici, viaggiava molto, anche se Tamara ignorava dove andasse, e sapeva essere freddo come una notte d’inverno.
Spesso aveva meditato di lasciarlo, ma quando la prendeva fra le braccia e la baciava si sentiva la donna più felice del mondo.
Tuttavia questo non le bastava e temeva che le cose non sarebbero mai cambiate.

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La prima puntata sarà editata domani o, al massimo, domenica.

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